Parrocchia Sant'Eusebio - CAGLIARI

 

PARROCCHIA SANT’EUSEBIO

FESTA PATRONALE

La trasmissione della fede nella famiglia

8 settembre 2012

Sr Rita Lai asf

 

Vengo a voi con la gioia di tornare in questa Chiesa, dopo tanti anni, in questa comunità parrocchiale dove, negli anni della gioventù, ho lavorato nella catechesi dei ragazzi e dove oggi torno volentieri, e ringrazio di questo il parroco e in lui tutta la comunità parrocchiale, in particolare l’amico Sandro Pinna.

Torno qui per riflettere con voi su un tema a tutti noi carissimo, senza la pretesa di dire niente di nuovo o di insegnarvi nulla, ma solo per condividere con voi un pezzo di cammino nella Chiesa, nella comune passione per la famiglia e per lo splendido dono che sono i figli per la coppia che si ama e si riconosce nel progetto di Dio.

 

INTRODUZIONE

La famiglia come «luogo originario della trasmissione della fede» e la «infecondità della evangelizzazione attuale»: ecco alcuni dei punti messi in evidenza nella riunione in preparazione del sinodo dei vescovi, che si terrà in Vaticano dal 7 al 28 ottobre prossimo, dedicato al seguente tema: “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana".

All’incontro è stata denunciata, con parole molto chiare e toni preoccupati, «l’infecondità dell’evangelizzazione attuale, anche in presenza di certi influssi della cultura attuale che rendono particolarmente difficile la trasmissione della fede e rappresentano al contempo una sfida per i cristiani e per la Chiesa». «A tale proposito - si legge nel comunicato finale - l’indizione dell’Anno della Fede sarà un’occasione propizia per approfondire il dono della fede ricevuto dal Signore per viverlo e trasmetterlo agli altri. Il luogo originario della trasmissione della fede è stato indicato nella famiglia, dove la fede viene comunicata ai giovani che nella esperienza di famiglia imparano sia il contenuto sia la prassi della fede cristiana. L’opera insostituibile della famiglia - si legge ancora nel testo - viene prolungata dalla catechesi svolta nelle istituzioni ecclesiali soprattutto attraverso la liturgia con i sacramenti e l’omelia …”

Notiamo alcune espressioni: la famiglia come il luogo originario della trasmissione della fede, sia il contenuto sia la prassi della fede, da continuare poi nella catechesi, quindi nella azione della comunità ecclesiale.

Sono cioè chiamati in causa la famiglia come “fonte”, luogo originario, quindi primario e imprescindibile della trasmissione della fede. Una fede da trasmettere a livello di contenuti, quindi con un’evangelizzazione anche frontale, verbale, ma anche a livello di prassi, quindi con la vita.

Quindi la famiglia, chiamata ad evangelizzare nel senso classico, ma anche a vivere ciò che annuncia con la sua condotta di vita. In altre parole, una testimonianza in senso pieno.

E potremmo anche fermarci qui, perché abbiamo già tutto ciò che ci serve per riflettere insieme….

Così si è espressa la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi che sta preparando la nuova Assise. Così anche una voce recentissima si unisce al coro che unanime si leva da sempre nella Chiesa a proposito del nostro tema: Il ruolo della famiglia nella trasmissione ed educazione alla fede.

Già in questo senso si esprimeva la Familiaris  Consortio

Divenendo genitori, gli sposi ricevono da Dio il dono di una nuova responsabilità.  Il loro amore genitoriale è chiamato a divenire per i figli il segno visibile dell’amore stesso di Dio” (FC n. 14)

La famiglia è, come sappiamo, scuola di relazioni umane: quelle tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra fratelli. In queste relazioni ed esperienze primarie si danno i significati e i legami fondamentali, decisivi per la stessa avventura della vita.  Proprio in questo scenario complesso la coppia coniugale e genitoriale è chiamata a vivere compiti davvero difficili. E qui si apre uno scenario vario e che non possiamo esaurire in poche battute. Alla luce anche degli orientamenti della Chiesa italiana per il nuovo decennio, io mi soffermo brevemente sull’educazione.

Compito che si prefigura spesso come una sfida per la coppia. Il processo educativo non è esclusivo della sola famiglia: la scuola, gli oratori, le parrocchie, e tutti gli spazi della cultura e della socialità devono, in sinergia, contribuire alla formazione della persona. E ciò è possibile solo se c’è un’alleanza tra i diversi attori e soprattutto tra gli stessi genitori.

 

 

EDUCARE ALLA FEDE: un servizio inscritto nello stesso sacramento

 

La riflessione che ci accingiamo a fare sulla responsabilità educativa della famiglia, in particolare nel campo della fede, comporta la considerazione di una realtà complessa; noi ci soffermiamo in particolare sulla presa di coscienza di un fatto: l’educazione e anche l’educazione alla fede è prima di tutto un servizio.

Un servizio in cui i genitori si lasciano coinvolgere integralmente, senza paure, mettendosi in gioco totalmente, come persone e soprattutto come sposi.

Occorre dire che c’è un vuoto nella riflessione anche teologica sulla genitorialità: tutti sappiamo che esiste una ministerialità dei genitori[1], cioè, in forza del sacramento del matrimonio, essi ricevono un vero e proprio ministero di evangelizzazione che si esplica nell’annunciare il Vangelo dell’amore con la vita e la parola.

Sappiamo anche che di questo ministero i passi principali sono l’educazione e l’iniziazione cristiana dei figli: i genitori sono i primi catechisti dei figli (cf. RdC 151) e quindi devono essere aiutati  e preparati a svolgere pienamente il loro ministero.

Ma poi nei nostri percorsi di coppia e di famiglia non andiamo molto oltre…

Crediamo che un modo molto semplice per coinvolgere i genitori nell’educazione alla fede dei propri figli sia fare catechesi con loro[2]. Molti genitori si riavvicinano alla Chiesa in queste occasioni. E  in questo caso i primi educatori dei genitori sono…i figli stessi.

Oggi però non è così semplice coinvolgere i genitori in un piccolo cammino di evangelizzazione: le motivazioni sono le seguenti:

·        spesso i genitori sono poco o nulla praticanti, vivono in una situazione familiare irregolare e accostano i figli ai sacramenti più per tradizione che per motivi di fede.

·        Spesso maturano una fede infantile, fatta ancora di osservanze e “precettini”, una fede che non è cresciuta né maturata.

·        Ancora altri sentono che il loro compito finisce mandando i figli a catechismo, dove ci sono gli esperti (sacerdoti, religiose e laici) che svolgono questo compito e alleviano loro dallo svolgere la loro parte,

·        Hanno una concezione magica dei sacramenti: “se mio figlio riceve la cresima, male non gli fa!”

·        Hanno un certo “pudore” a parlare ai figli di religione, anche perché è un discorso scomodo.

Cosa fare per coinvolgere i genitori nell’educazione cristiana dei figli?

Conosciamo l’urgenza dell’evangelizzazione degli adulti, oggi più che mai attuale (e il prossimo sinodo di ottobre ribadirà esattamente questa difficoltà!). In particolare, è necessario quando questi sono genitori, per aiutarli a riscoprire il rapporto con Gesù Cristo e a camminare dietro di lui con i loro figli.

In passato i ragazzi trovavano facilmente in famiglia quei valori che venivano annunciati nella catechesi: la visione cristiana della vita era un dato scontato. Se poi fosse veramente e sinceramente e profondamente vissuta, questo è un altro discorso! Ma il sostrato di fondo che faceva da orizzonte al ragazzo in formazione era questo ed era assodato.

Oggi davanti agli occhi dei ragazzi si presentano tanti progetti di vita, anche opposti o in competizione col messaggio cristiano. Occorre quindi ricostruire nelle nostre famiglie un tessuto di vita cristiana. E ANCHE QUESTO MERITEREBBE UN DISCORSO A PARTE…

I genitori sono quindi i primi educatori  dei figli anche nella vita cristiana e la parrocchia deve stare affianco ai genitori, e non “al posto dei genitori”, come talvolta capita anche per altre agenzie educative.

Tutte queste che sono motivazioni pedagogiche hanno anche dei fondamenti teologici: i genitori “sposati nel Signore” sono il segno tangibile e visibile dell’amore di Dio, sono dono e icona del Suo amore per l’umanità e di quello di Cristo per la Chiesa.

Qui andrebbe riscoperto e posto a fondamento di ogni coppia e famiglia cristiana il valore insostituibile del matrimonio sacramento: il discorso si allargherebbe troppo, dato il nostro tema, ma voglio solo ribadire alcuni elementi.

La verità del matrimonio e della famiglia, intimamente connessa con la verità dell’uomo, nella storia della salvezza trova il suo alveo naturale, il suo habitat naturale.

Al centro di essa sta una sola grande verità: Dio ama il suo popolo.

E per questo la rivelazione biblica è soprattutto la narrazione di una grande storia d’amore, di alleanza di Dio con gli uomini: per questo, quindi, ogni singola storia d’amore di un uomo e di una donna, inserita nella storia della salvezza, diviene il primo simbolo dell’amore di Dio per il suo popolo. Quindi linguaggio efficace per dire come e quanto Dio ama l’uomo e come si fa vicino a lui nella storia della sua concreta esistenza. Il mistero dell’amore di Dio per l’uomo trova quindi nel linguaggio del matrimonio e della famiglia, nel suo vocabolario, la sua migliore e più semplice espressione.

Questo che è un filo rosso che attraversa tutto il Primo Testamento diviene radicale e concreto nel secondo Testamento, perché diviene carne e corpo in Gesù di Nazaret. In Lui l’unione di Dio con l’uomo diviene totale, grazie al mistero dell’Incarnazione e della Passione, Morte e Risurrezione del Cristo.

Il sì di Cristo al Padre nell’obbedienza totale di tutta la sua vita, dall’inizio alla fine, diviene il solco in cui si inscrive ogni sì dell’uomo. Ogni sì dell’uomo e della donna che si uniscono in matrimonio. Nel loro Sì reciproco c’è il sì definitivo di Cristo sposo della Chiesa e dell’umanità intera: un sì definitivo, per sempre, in cui l’uomo e la donna esercitano la libertà del loro essere uomini ed entrano consapevolmente nell’alleanza di Cristo e della Chiesa, un’alleanza mai revocata, come quella di Dio con l’uomo,

Il volto di Dio è reso visibile nella coppia che si ama, nell’unione dell’uomo e della donna che si vogliono bene. Gli sposi cristiani che formano una famiglia costituiscono una piccola “chiesa domestica” che secondo la FC n. 17 deve “custodire, rivelare e comunicare l’amore quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio  per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la sua Chiesa” .

Nello stesso scambio di promesse matrimoniali che è poi il cuore del matrimonio nel Signore gli sposi, prima del consenso, rispondono SI a questa domanda:

Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?

oppure dichiarano pubblicamente:

Ci impegniamo ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarci e a educarli secondo la Parola di Cristo e l’insegnamento della Chiesa.

E’ quindi un impegno assunto dentro lo stesso atto consacratorio che li rende sposi ( E NON DIMENTICHIAMO, DI CUI ESSI STESSI SONO MINISTRI!) ed è un impegno che i nuovi sposi assumono pubblicamente, davanti a Dio.

Grazie al sacramento del matrimonio, gli sposi ricevono un vero e proprio ministero di evangelizzazione che altro non è che annunciare il Vangelo dell’amore: di tale ministero la parte più importante, anche se non l’unica, è l’educazione e l’iniziazione cristiana dei figli.

Essi dunque partecipano in pieno alla missione evangelizzatrice della Chiesa e quindi divengono e sono a pieno titolo soggetti di evangelizzazione.

 

 ORIGINI LONTANE: la famiglia ebraica

 

Questo che è tipico della famiglia nata dal matrimonio sacramento, affonda le sue radici già nella famiglia ebraica, quella in cui Gesù Cristo stesso è nato. Tutta la riflessione postconciliare sulla famiglia come “piccola chiesa” e sulla sua valenza come soggetto e non solo oggetto di pastorale, prepara il terreno ad una sua riscoperta anche nello spazio della trasmissione della fede e in quello della liturgia domestica. Anche in questo senso guardare al popolo ebraico che ha posto le basi di quest’esigenza diventa imprescindibile.

“Come non guardare alla positività della testimonianza attuale del popolo ebraico all’interno del quale Gesù stesso si è incarnato crescendo in “sapienza età e grazia” (Lc 2,52)?”[3].

Non è sicuramente facile ridurre la complessità della mondo ebraico a poche coordinate: il popolo ebraico sente la chiamata di Dio nella sua carne e vede nella metafora nuziale una modalità per esprimerla e vivere la conseguente alleanza con Dio. Come abbiamo appena visto, questo è un sentire biblico.

La volontà di Dio si esprime in atti storici concreti: la liberazione dall’Egitto, l’alleanza, il dono della terra. La risposta può esser solo in una vita che tenti di essere conforme alla Sua volontà, che risponda alla Sua Parola e al Suo progetto originario sull’uomo.

Il matrimonio rientra pienamente in questa logica: esso risponde ad un progetto originario di Dio che ad esso ha affidato il compito di esprimere, attraverso una realtà terrena e sacramentale, lo stesso amore con cui Egli ha amato l’uomo fino a dare la vita per lui.

Esso è addirittura via di santificazione per l’uomo (qiddushin): con questa semplice idea che in realtà è rivoluzionaria, si pongono le basi per la riscoperta della laicità con tutte le sue implicanze. La vita del semplice uomo e della sua donna, chiamati da Dio a partecipare al suo disegno d’amore e alla sua stessa creazione attraverso la generazione dei figli, divengono spazio teologico in cui si manifesta l’amore di Dio e spazio liturgico in cui far memoria delle sue meraviglie.

Spazio teologico perché pensato da Dio stesso, curato e amato da Lui che  così lo ha creato, spazio teologico ancora perché investito da Dio della missione di testimoniare e annunciare il Suo stesso amore.

Spazio teologico ancora perché ricco della energia creatrice di Dio che continua a sostenere la sua opera con la sua grazia, che negli sposi è permanente e si trasforma in una ministerialità di cui la stessa comunità cristiana ancora deve scoprire tutte le implicanze.

Ma anche spazio liturgico, laddove la vita quotidiana diviene per sé stessa celebrazione dell’ordinario e trasparenza del Trascendente, del Dio inaccessibile il cui nome sacro neppure si può pronunciare e  insieme dell’Emmanuele che cammina con l’uomo e pone la sua tenda in mezzo all’umanità.

Una vita segnata dalla Parola santa, celebrata e amata come divina e sentita vicina alla vita e al cuore dell’individuo che da essa si sente interrogato e sollecitato.

Se guardiamo alla famiglia ebraica, come appare dalla Scrittura e dalla tradizione rabbinica, la vediamo nel suo contesto fortemente religioso, in cui vita e fede non sono separati ma vanno di pari passo, illuminandosi a vicenda nella tipica mentalità dell’et...et che non coglie contraddizioni, ma tutto vede in un quadro unitario che si compone in armonia.

Una famiglia patriarcale, dunque, basata sui legami del sangue e sulla solidarietà fraterna, una famiglia in cui le relazioni sono importanti e fondamentali e in cui il rapporto personale non è sottovalutato ma cantato anche dalla Scrittura  come essenziale: quello tra i coniugi, quello tra i genitori e figli, quello tra  gli stessi fratelli..

Nel cammino a tappe che ogni ebreo deve affrontare ravvisiamo una  straordinaria assonanza con il cammino di fede che ogni cristiano vive, scandito  sull’itinerario di crescita di ogni individuo.

In questo cammino, che poi si dilata nella vita del singolo individuo man mano che egli cresce e compie le sue scelte, la famiglia gioca un ruolo essenziale: pensiamo all’educazione dei figli, in cui deve essere presente l’apporto di entrambi i genitori e ciascuno per la sua parte.

Ma è soprattutto nella celebrazione delle festività particolari settimanali e annuali, in particolare il sabato e la Pasqua, ma anche la circoncisione del figlio maschio o l’iniziazione del ragazzino dodicenne (bar mitzwah), è lì che la famiglia svolge il suo ruolo di mediazione del piano di salvezza. Lì, attraverso la narrazione dell’evento fondante, di cui ogni individuo in qualsiasi tempo si sente contemporaneo, avviene la vera e propria traditio, consegna della fede, soprattutto attraverso la testimonianza di vita, la preghiera comune, la narrazione delle meraviglie operate da Dio e attraverso il pasto simbolo di condivisione  e di comunione.

Da tutto questo ci sembra emerga un forte monito alla stessa famiglia cristiana: non deve forse essa stessa riappropriarsi del suo spazio teologico e liturgico nella stessa testimonianza della fede? Non deve sentirsi investita da una Parola che la sollecita ad una risposta di vita che sia coerente e di fede, di obbedienza ad una chiamata e di adesione vitale ad essa?

Noi crediamo che oggi più che mai il messaggio che viene dalla famiglia ebraica sia assolutamente attuale per noi cristiani: la famiglia ha le risorse per vivere e trasmettere la fede e anche per celebrarla in quello spazio liturgico che le consente la definizione di “piccola chiesa” che oggi le viene riconosciuto, ma che ancora non è stato pienamente scoperto in tutte le sue implicanze.

 

LA FAMIGLIA SPAZIO SACRO

Essa è dunque spazio sacro, in cui gli sposi vivono il loro amore, dono di Dio e, come ministri, sono i primi educatori dei loro figli negli spazi liturgici propriamente detti così come nello spazio quotidiano della vita ordinaria: il pranzo, la cena, il riunirsi insieme per un’occasione o una festa, tutti i piccoli grandi momenti che divengono occasione di celebrare insieme un evento personale o di tutti. E ancora: gli spazi di dialogo e di discussione, le divergenze, le complicità, le grandi o piccole scelte, le grandi o piccole cosa da fare insieme….

Questi sono gli spazi di una famiglia, i loro tempi: e non si può inventarne altri. O copiarne altri.

Certo, poi se la famiglia è matura, possono esserci spazi di preghiera, di ascolto, di celebrazione della Parola. Anzi, sarebbe l’ideale.

Ma non sempre e le condizioni della nostra vita frenetica oggi, né i tempi della famiglia consentono sempre questo tipo di “celebrazioni”. Ma basta poco per trasformare un momento vuoto in uno ricco di significato.

Anzi direi che il quotidiano, la vita concreta, con la sua logica spesso ordinaria e abitudinaria, noiosa e non sempre entusiasmante, è invece il terreno migliore della vita della famiglia, quello normale in cui far passare i messaggi, in cui svolgere ogni tipo di comunicazione. Anche quella di fede.

  

LA FAMIGLIA E LA COMUNITÀ CRISTIANA

 Ma anche nella comunità cristiana essa ha un suo ruolo da riscoprire come centro di irradiazione e della trasmissione della fede e anche di conservazione della traditio: come in tutte le altre sue realtà, anche in questa la famiglia ha un ruolo essenziale. Pensiamo al posto della festa religiosa, la domenica come ogni altra festa liturgica, come momento da celebrare insieme con tutta la famiglia e quasi sempre delegato invece alla sola comunità ecclesiale, pensiamo ai momenti della preghiera domestica, celebrati ai pasti o alla sera come ringraziamento, pensiamo ai rari momenti in cui la famiglia si siede a pregare la Parola o a celebrare una particolare visita di Dio nella sua vita.

Eppure, stando alle osservazioni fatte, i genitori sono i primi catechisti dei loro figli, sono loro che dovrebbero trasmettere ad essi il senso di appartenenza al popolo di Dio, sviluppare in loro il senso della ecclesialità e dell’apertura agli altri nella solidarietà e nella condivisione.

Questo, tra l’altro, significa una richiesta specifica alle nostre parrocchie, alle nostre chiese locali perché convertano radicalmente la loro pastorale catechistica: una re-iniziazione cristiana dei genitori che coinvolga i fanciulli e i ragazzi.

Sforziamoci di calare la teologia nelle questioni vitali: l’educazione religiosa è un optional o un’esigenza costitutiva della crescita umana e relazionale del bambino? Che rapporto c’è ( se c’è…) tra il ritrovare se stessi come sposi e genitori e il generare i figli e guidarli nella crescita, tra l’obbedire a Dio e realizzare il proprio essere padri e madri?

Sono questioni vitali che, come sempre, toccano il cuore della nostra vita personale e di fede (da cui tutto sempre parte!).

La verità è che non è come noi siamo abituati a pensare, cioè che ci sono due educazioni, una di tipo civile e poi un’educazione di tipo religioso (che si esplica spesso negli invii e nelle deleghe: “mando mio figlio al catechismo, all’oratorio, al campo scuola, anche a Messa…ma io…”) come una sorta di optional, un “di più” o da invocare quando non si sa a che santo votarsi…scusate la concretezza del mio parlare!!!

Proviamo anche a rispondere ad alcune altre domande vitali

A quale figura di famiglia la Chiesa può realisticamente rivolgersi chiedendole di essere attiva nella catechesi? Quali modelli è in grado di trasmettere la famiglia odierna? A quali condizioni essa può realmente trasmettere qualcosa, e quindi anche un‘educazione religiosa?

O meglio, traducendo la domanda in termini molto concreti, forse banali:

Come recuperare il ruolo dei genitori come persone attraverso cui si manifesta e si compie il disegno di Dio nella storia?

La missione di genitori si coniuga con il loro sacerdozio battesimale  e con la grazia del sacramento del matrimonio. Solo allora il padre e la madre sono appieno dei “ministri di grazia” sia per i figli che per la Chiesa e collaboratori reali di Dio creatore e redentore.

Questa si può oggettivamente e a ragione chiamare trasmissione della fede, non solo educazione religiosa: non è semplicemente una trasmissione di contenuti nel segno di tante regole da incamerare per essere e comportarsi da “buoni cristiani”. Finché faremo passare questo modello, daremo ai nostri figli un’educazione moralistica, fatta di precettini e regolette, ma non faremo gustare e sperimentare loro l’esperienza arricchente e creativa del vivere il Vangelo di Cristo, l’incontro con lui come persona capace di dare un senso e una direzione alla nostra fede.

Non vorrei essere fraintesa: non voglio dire che le regole e i precetti non servono, al contrario sappiamo che esse sono fondamentali, ma solo se disciplinano una vita in cui diventano l’espressione di contenuti più profondi e vissuti.

Le norme hanno la loro fondamentale importanza anche nell’educazione ordinaria: ma ancora più importante è la coerenza della norma: se, per esempio, per la stessa bugia detta da un bambino, una volta l’adulto minimizza, un’altra ride solidale e un’altra volta ancora disapprova, il bambino sarà completamente disorientato.

Inoltre l’adulto stesso deve rispettare quella norma che pone al proprio figlio: per esempio, è inutile che tartassi mio figlio perché vada a Messa la domenica, se non sono capace di vivere con lui l’esperienza e l’accompagno solo fuori dalla porta di chiesa, delegando alle catechiste e al parroco l’educazione alla fede. Il ragazzino incamera allora la pressione ad andare a Messa, ma non farà l’esperienza di vedere che sua madre e suo padre vivono con lui l’Eucaristia e che nella loro vita il Signore ha davvero un ruolo centrale e non accessorio.

Oltre ad un discorso di coerenza, si tratta della consegna della fede da una generazione all’altra (come bene, con tutti i limiti, avevano intuito i nostri nonni e coma ha fatto la Chiesa fin dalle sue origini, come ci attesta 1Cor 15) e questo avviene appieno solo in famiglia, anche perché solo chi accompagna nella quotidianità il ragazzino, può passargli veramente il testimone anche nel campo della fede, oltre che accompagnarlo e indirizzarlo in questo come in tutti gli altri campi.

Ancora una volta dalla vita ci viene il significato più profondo: non c’è nessuna teoria da imparare, si tratta di vivere con calma e riflessione i vari momenti che la vita ci presenta, sforzandoci di essere veri fino in fondo e di coglierli come occasione di crescita e di cammino.

E ogni famiglia ha questi momenti, ogni genitore conosce i suoi figli e sa quali sono le corde da toccare, gli spazi da occupare e quelli da non occupare. O almeno dovrebbe saperlo.

In famiglia si impara ad amare, ma anche a conoscere l’amore di Dio nella propria vita e in quella della propria gente, a vivere la propria fede non staccata dalla vita quotidiana, nella tipica schizofrenia del nostro tempo, ma inserita in essa e originata e sollecitata da essa.

Ancora in famiglia si impara a celebrare la fede in una dimensione in cui spazio e tempo entrano in quelli di Dio e sono valorizzati dalla Sua Presenza e dalla Sua Parola.

Quindi, nella ferialità, nella ordinarietà: non nello straordinario o nel miracoloso. Oggi questo discorso diviene particolarmente attuale, perché c’è in giro una fame di spettacolarità, di straordinario, di “fuori dalle righe” che spesso oscura o annacqua la sostanza del messaggio che si vuol far passare.

E’ quella che si chiama logica dell’apparenza o logica dell’essere: purtroppo molto spesso prevale la prima a scapito della seconda. Oppure prevale la logica del fare sempre a scapito dell’essere. Così noi perdiamo di vista l’essenziale, ciò che è fondamentale e che ci rende veramente quello che siamo.

E’ la logica del Cristo e anche della stessa famiglia di Nazaret: una famiglia straordinaria che però si muove su ritmi e tempi ordinari, che rendono più che mai viva e attuale la logica dell’Incarnazione.

Anche noi dobbiamo entrare in questi ritmi, in questa logica…senza spaventarci, ma sapendo che a noi genitori è dato un compito grande e difficile, ma non impossibile da realizzare e che non siamo soli. Perché il servizio è sempre assistito dalla grazia e dal dono incessante di Dio!

 

Per concludere…

Terminiamo con due piccoli brani: uno è una sorta di poesia, l’altro è uno scritto del compianto cardinal Martini, di cui in questi giorni sentiamo già nella Chiesa la mancanza e il messaggio sempre bruciante e vivo.

Comincio dalla poesia[4]:

I figli sono come aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.
Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne e a ogni metro di corda che sfugge dalla tua mano il cuore ti si riempie di gioia e di tristezza insieme.
Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre di più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi, come é giusto che si sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.

Erma Bombeck

 

Termino con le parole del Cardinal Martini:

“ Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una Grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora in una famiglia capita di litigare e di andare a letto senza salutarsi; ma non perdetevi d’animo, non c’è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio”.

E così sia.

  


 

[1] Cfr.  L. SORAVITO, “Percorso spirituale dei genitori nell’accompagnamento dei figli all’iniziazione cristiana” in R. BONETTI (a cura di), Padri e madri per crescere a immagine di Dio, Città Nuova, Roma 1999, 352-372.

[2] Ibidem, 352ss.

[3] E. BARTOLINI, “La famiglia nell’esperienza del popolo d’Israele: luogo privilegiato dell’accoglienza della Parola di Dio”, in SeFeR (Studi-Fatti-Ricerche)  21 (1998)  [82], 6

 

[4] http://www.puntofamigliatreviso.it, sito consultato il 5. 09. 2012

 

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