Parrocchia Sant'Eusebio 

- CAGLIARI -

In occasione della festa del SANTO PATRONO,  da un paio di anni  fra le varie manifestazioni, si sta realizzando un momento religioso-culturale.

In questi anni passati è stata approfondita la conoscenza di S. EUSEBIO.

Quest’anno la riflessione è stata sull’argomento CHIESA  dal punto di vista architettonico.

La relatrice, la Dott.ssa Maria Grazia Pau, docente di Catechetica Fondamentale presso l’Istituto Superiore Scienze Religiose, ci ha aiutato a comprendere la funzione e il simbolismo delle varie parti dell’edificio Chiesa.

Con il suo gentile permesso, crediamo di fare cosa utile e gradita, nell’inserire la sua relazione nel sito della parrocchia, perché anche chi non ha potuto ascoltarla, possa godere della sua dotta, chiara e utilissima esposizione. 

"Annunciare oggi Cristo risorto mediante l'edificio della Chiesa"

a cura di Maria Grazia Pau

(docente di catechetica Fondamentale presso l' ISSR di Cagliari collegato alla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna)

 

Questioni Introduttive

Prima di tutto è importante cercare di capire il titolo di questa comunicazione:

"Annunciare OGGI Cristo Risorto, mediante l'edificio della Chiesa".

Cercheremo di rispondere ad alcune domande, vale a dire: CHE COSA dobbiamo fare, QUANDO - CHI - COME Annunciare:

Andiamo per ordine:

1)   Annunciare OGGI: basti pensare che a distanza di duemila e più anni dalla nascita di Gesù, i testi che la liturgia della solennità del Natale, propongono sono segnati in modo ripetitivo da una parola: anzi da un avverbio di tempo: OGGI.

"Oggi sapete che il Signore viene a salvarci" (Ant.Ingresso Messa vespertina);

"Oggi la vera pace è scesa a noi dal cielo" (ant.lngr.Messa della Notte);

"Oggi è nato per noi il Salvatore" (Salmo responsoriale);

"Oggi vi è nato un salvatore" (accl. al vangelo);

"Oggi è nato nella città di Davide un Salvatore" (Ant. Comunione).

                    Questo avverbio di tempo, scandisce l'istante in cui Dio porta a compimento la promessa a lungo attesa, e nello stesso tempo annuncia una verità che non si è ancora pienamente compiuta....dunque quell'OGGI, è un presente storico, cioè vale anche per noi ORA....in questo momento, nel nostro OGGI! Anche la lettera agli Ebrei, parla di oggi, quando afferma: in questi giorni....per mezzo del Figlio...."

OGGI urge che questo Annuncio si realizzi secondo le esigenze della vita di un mondo che cambia. Non si può restare ancorati a processi e a modalità che hanno avuto successo nel passato, ma che non possono essere più utilizzati oggi: è importante valutare i segni dei tempi e interpretarli per cogliere le nuove domande di senso e gli aneliti di giustizia, di libertà, bisogna conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese e le sue aspirazioni.

È dunque, urgente tener conto dei cambiamenti, infatti, la stessa Conferenza Episcopale Italiana ci ha consegnato per il passato decennio un documento che è intitolato "Comunicare il vangelo in un mondo che cambia" (2001) e subito dopo nel 2004 ha esplicitato questa urgenza di comunicare il vangelo, mediante e attraverso la parrocchia, delineando in questo modo quale deve essere II volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (Nota Pastorale, 2004), perché di fatto dobbiamo prendere consapevolezza che una pastorale tesa unicamente alla pura e semplice conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più.

È, dunque, necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l'esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rinnovare profondamente l'intera società.

2)   Annunciare CHI: Cristo Risorto. Ebbene sì: è il compito principale della Chiesa dal momento stesso in cui è stata inviata per le strade del mondo....obbedendo al comando del Suo fondatore: "Andate dunque e ammaestrate2  tutte le nazioni....insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato...." (Mt 28, 18).

I  cristiani,  di  fatto,     lo  fanno  ogni   giorno,   anche  quando  non   ne  sono

pienamente   consapevoli.......... lo  fanno   con   la loro  testimonianza di vita vissuta coerentemente al Vangelo....lo fanno tutte le volte che si radunano attorno alla mensa eucaristica, lo fanno nel testimoniare la carità, nel condividere le gioie e le speranze con tutta l'umanità...

Ma per quale motivo lo fanno? O sentono di doverlo fare?

 

2 II verbo "ammaestrare", in questo contesto significa rendere le persone "dotte", "sapienti", vale a dire che abbiano conoscenza di tutto ciò che Gesù ha detto e  ha     fatto.

 

Perché annunciare Cristo risorto significa portare alla pienezza della vita  tutta l'umanità e quindi seminare educazione, cultura, civiltà....educare, dunque alla vita buona del vangelo.

Chi vive il vangelo vive una vita buona, una vita che si realizza secondo i desideri di bontà e di amore che comunque albergano nel cuore di ogni uomo, perché è vero che

"Evangelizzare non significa semplicemente insegnare una dottrina, bensì ANNUNCIARE IL SIGNORE GESÙ con parole ed azioni, cioè farsi strumento della sua presenza e azione nel mondo. Anzi evangelizzare significa più propriamente far conoscere Gesù, non solo o semplicemente dal punto di vista storico, bensì permettere che lo si incontri nella propria vita...... perchè Egli la penetri e la trasformi, così come è accaduto a tanti uomini del passato e del presente....!' quali dopo averlo incontrato hanno fatto della loro vita un capolavoro!

Ogni persona ha il diritto di udire la ' buona novella ' di Dio che si rivela e si dona in Cristo".

 

3) Passiamo ora a comprendere la seconda parte del titolo: mediante l'edificio della Chiesa, vale a dire con quale segni, con quali strumenti.

Non deve apparire banale, ma anche l'edificio di per sé, proprio nella sua materialità fisica, piccola o grande che sia, in un determinato territorio è espressione della fede dei cristiani e di conseguenza è una forma di comunicazione del vangelo, è una presenza storica e significativa di Cristo Risorto in quella determinata realtà, con la sua struttura materiale, con le sue forme,  /di fatto parla un linguaggio che è ovvio non è dato a tutti di comprendere, mentre al contempo tutti possono domandarsi il perché di quella conformazione, di quella edificazione innalzata secondo schemi che obbediscono ad una funzione precisa sia nella disposizione esterna che nella disposizione interna.

Tra l'altro v'è da dire che proprio l'edificio della Chiesa, in un determinato territorio è l'elemento più macroscopico, che cade immediatamente sotto gli occhi di tutti: si pensi ad esempio alle miriadi di campanili o di alte cupole sparsi in tutto il territorio: anche se uno fosse straniero di questo o quel paese, si domanda che cosa è, e dunque che cosa significa e perciò è portato a darsi delle risposte.

Ma prima di addentrarci a comprendere tutto questo dobbiamo dire che cosa dobbiamo intendere con il termine "chiesa".

Siamo soliti dire "Chiesa" per identificare l'edificio, il papa e i vescovi, ma raramente ci viene in mente che la Chiesa è il CORPO di CRISTO RISORTO!

Ebbene sì, perché per identificare l'edificio, se fossimo corretti dovremmo dire, come d'altronde dicevano i primi cristiani DOMUS ECCLESIAE, cioè la casa della Chiesa, cioè la casa dei cristiani che sin dall'inizio, vi si riunivano per pregare, fare memoria dell'insegnamento di Gesù e per la fractio panis.

Infatti nel Cristianesimo, dopo l'Editto di Milano (313 d.C), si costruiranno le grandi basiliche non solo in termini funzionali all'utilizzo di spazi necessari alle grandi assemblee, ma nel pensiero religioso, sono gli stessi cristiani le pietre vive3 destinati a costruire un edificio spirituale (lPt.2, 5), e Cristo è il Capo di questa casa che è la Chiesa (Eb.3, 6)4, cioè la comunità dei credenti, il nuovo popolo di Dio, il gregge disperso radunato da Cristo Buon Pastore.

L'uomo redento da Cristo, secondo la teologia paolina, è lui stesso Tempio dello Spirito Santo.

 

3  Ignazio di Antiochia paragona i credenti a pietre vive, che vengono sollevate in alto mediante l'argano della santa croce, cfr. LURKER MANFRED, voce pietra, in RAVASI GIANFRANCO (a cura di), Dizionario delle Immagini...op. cit.

4   cfr. LURKER MANFRED, voce Casa, in RAVASI GIANFRANCO (a cura di), Dizionario delleimmagini., .op.cit.

 

Infatti il termine Chiesa, "Ecclesia", dal greco, significa riunione, assemblea, convocazione di persone",

San Pietro paragona la Chiesa ad una casa, fatta da tante pietre unite tra loro, ognuna al suo posto, nella quale si offrono sacrifici spirituali graditi a Dio. Egli afferma: Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a dio, per mezzo di Gesù Cristo (1 Pt 2,5).

Non si tratta è ovvio di una casa materiale, ma di una casa fatta da persone, che sono dimora di Dio, così anche San Paolo paragona la Chiesa ad un tempio. Nella prima lettera ai Corinzi scrive infatti:

"Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?" (1 Cor. 3,16).

Anche nella prima lettera a Timoteo scrive; "Voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente" (1 Tm 3,15)

Dunque, la Chiesa non è semplicemente identificabile solo nel Papa, nei Vescovi, nei Preti, semmai il Papa, i Vescovi e i sacerdoti sono membri della Chiesa

La Chiesa non è neppure semplicemente quell'edificio5 in cui i cristiani si ritrovano per vivere, pregare e celebrare l'eucaristia, anche se è vero che la Chiesa, cioè il corpo di Cristo Risorto, fatto di molte membra si raduna in un edificio che per brevità è denominato   CHIESA!

Infatti, bisogna sapere che proprio la chiesa delle origini, per identificare il luogo ove si riunivano i cristiani e darsi appuntamento per le eventuali celebrazioni, soleva denominare quel luogo "domus-ecclesiae"6 a cui seguiva il "titolo", che era costituito dal nome del proprietario della casa che metteva a disposizione uno spazio attrezzato per quell'incontro; pertanto la denominazione era sempre identificati va del proprietario di quella casa: ad esempio da qui nasceva la denominazione "casa della chiesa", di Clemente, o Clementina

Da tutto ciò che abbiamo detto, deriva il fatto che per questo tipo di casa-edificio, è necessaria un'architettura particolare che sia funzionale a ciò che si intende vivere, così che per questo edificio si riservano le cose più belle e più degne, che diano luce e facciano non solo meravigliare, ma anche stupire, perché gli uomini, ne ricevano un messaggio che si imprima nella vita e la possa trasformare elevandola.

Perché, v'è da dire ancora che la persona umana viene educata anche dalle realtà che vede attorno a sé, non solo dagli elementi della creazione, ma anche dagli edifici e dagli spazi che costruisce per abbellire il territorio che abita.

 

5 Ricordo che l'edificio è impropriamente chiamato Chiesa, esso, invece è la casa della Chiesa, basti pensare che nei primi secoli, il luogo/edificio in cui si riunivano i cristiani veniva denominato Domus-Ecclesie

6 La pellegrina Egeria descrive la domus-ecclesia del quarto secolo in questi termini: "In Capharnaum autem ex domo apostolorum principis ecclesia facta est, cuius parietes usque hodie ita stant, sicut fuerunt" (A Cafarnao la casa del principe degli Apostoli (cioè San Pietro) fu trasformata in chiesa. I muri (di questa casa) sono restati fino a oggi tali quali erano). Questo brano attribuito ad Egeria, e fortunatamente tramandato da Pietro il Diacono (1137) è di una importanza eccezionale: Egeria non parla d'una chiesa ordinaria, ma d'una casa cambiata in chiesa. La pellegrina sottolinea inoltre che i muri della vecchia casa erano ancora in piedi. In terzo luogo questo cambiamento della casa privata in un ambiente destinato al culto è un fatto già remoto nel tempo (facta est - fu trasformata, divenne una chiesa). Infine la casa cambiata in chiesa è indicata come ta casa del principe degli Apostoli, cioè di Simon Pietro. La meravigliosa coincidenza della descrizione di Egeria con i resti archeologici della nostra domus-ecclesia è davvero sorprendente e non può sfuggire a nessuno.

 

Ebbene entrando in qualsiasi edificio della chiesa, tutto parla....la collocazione delle pietre parla....l'orientamento a est e a nord parla....Si tratta di ricercarne il senso e il significato, di saperne interpretare il codice che sta alla base di quella struttura edificata e degli elementi che la compongono.

1. Gli Elementi vari per DIRE la fede: L'edificio, gli arredi, gli oggetti, i colori

1.1.      La Chiesa in quanto edificio, in quanto CASA:

Per quanto riguarda la casa della Chiesa, cioè l'edificio, dobbiamo dire che la casa è un tema fortemente biblico, allude ad un luogo sicuro, al luogo delle relazioni affettive, è di fatto il luogo più importante per la vita dell'uomo.

Nella Bibbia, Dio stesso fa costruire la sua tenda fra gli israeliti, il suo popolo è come la sua casa che Dio affida a Mosè, perchè sia difesa e custodita (Numeri 12,7).

A Gerusalemme il Tempio di Gerusalemme, indica la presenza misteriosa di Dio fra il popolo d'Israele, anzi il Tempio è il segno visibile, il sacramento di Jahveh.

Ogni manifestazione di Dio, diviene nell'Antico Testamento luogo della casa di Dio. Giacobbe risvegliandosi dal sogno della scala celeste, chiamerà quel luogo Bet-EI, cioè casa di Dio, al contrario I' Egitto è chiamato casa della schiavitù.

Il concetto di casa identifica addirittura le persone, la famiglia, la tribù: si parla così della casa di David, o della casa di Levi (2Sam 3,1); Sai 135, 20).

Nel Nuovo Testamento, Gesù annuncia che nella casa del Padre suo, alludendo al cielo, vi sono molti posti e Lui vi ritornerà per preparare un posto anche per i suoi discepoli (Gv.14, 2).

La Chiesa, intesa come luogo per incontrare Dio, non può essere messa, però in analogia con il Tempio di Gerusalemme, anche perché con Gesù il Tempio, come unico luogo sacrificale non ha più ragion d'essere, le nostre chiese al contrario, sono il risultato delle domus ecclesiae, cioè la casa dei cristiani (=chiesa), che sin dall'inizio, vi si riunivano per pregare, fare memoria dell'insegnamento di Gesù e per la fractio panis.

Infatti nel Cristianesimo, dopo l'Editto di Milano, si costruiranno le grandi basiliche solo in termini funzionali all'utilizzo di spazi necessari alle grandi assemblee, ma nel pensiero religioso, sono gli stessi cristiani le pietre vive7 destinati a costruire un edificio spirituale (lPt.2, 5), e Cristo è il Capo di questa casa che è la Chiesa (Eb.3, 6)8, cioè la comunità dei credenti, il nuovo popolo di Dio, il gregge disperso radunato da Cristo Buon Pastore.

L'uomo redento da Cristo, secondo la teologia paolina, è lui stesso Tempio dello Spirito Santo.

Per questo tipo di casa, dunque, si riservano le cose più belle e più degne, che diano luce e facciano meraviglie fra gli uomini.

1.2.     La parrocchia: il termine deriva dal greco e significa gruppo di case vicine, ma ciò che è interessante notare è il fatto che l'uso di costruire un luogo di incontro per ogni singolo gruppo di case, o per ogni piccolo villaggio, deriva direttamente dalla tradizione biblica, e il cristianesimo infatti lo ha ereditato dall'ebraismo, e più precisamente dalla vita che si svolgeva nelle sinagoghe.

Nell'ebraismo, dopo la distruzione del Tempio ad opera di Nabucodònosor (586 a.C), già durante l'esilio babilonese, perchè tutti mantenessero un contatto organico e sistematico con la Legge mosaica, nonostante la lontananza dalla propria patria originaria, si intensificò l'usanza di incontrarsi in piccoli luoghi, riservati appositamente per le adunanze religiose, vista l'impossibilità di un luogo solenne per la celebrazione solenne delle feste, quale poteva essere il Tempio.

 

7   Ignazio di Antiochia paragona i credenti a pietre vive, che vengono sollevate in alto mediante l'argano della
santa croce, cfr. LURKER MANFRED, voce pietra, in RAVASI GIANFRANCO (a cura di), Dizionario delle
Immagini..op. cit.

8   cfr. LURKER MANFRED, voce Casa, in RAVASI GIANFRANCO (a cura di), Dizionario delle
immagini., .op.cit.

 

Gli esuli vi si radunavano, almeno per pregare insieme e, nel ricordo di Sion, alimentavano la speranza per il ritorno, e mantenevano alta la tradizione ricevuta dai padri trasmettendola fedelmente anche alle giovani generazioni.

In seguito all'editto di Ciro il grande, nel 538, i rimpatriati, in attesa della ricostruzione del Tempio, continuarono l'uso iniziato durante l'esilio e cominciarono a costruire sinagoghe9 in tutto il territorio della stessa Palestina e persino a Gerusalemme, istituzionalizzando la tradizione della lettura e del commento comune delle Sacre Scritture e della celebrazione pubblica del Sabato.

La consuetudine di costruire luoghi adatti per le assemblee religiose determinò una profonda innovazione nei costumi e nel culto, che precedentemente era caratterizzato quasi esclusivamente dai sacrificio, riservato successivamente solo al Tempio di Gerusalemme, e influenzò anche i modi di costruzione, le architetture e la disposizione degli spazi e gli arredi: infatti furono riservati spazi per riporre e conservare i rotoli della Legge, cioè l'armadio ('aron ha kodesh= arca di santità), con allusione al Sancta Sanctorum, ricoperto da due tende riccamente decorate (paroket), con allusione al velo del Tempio. Questo armadio o nicchia si trova nella parete di fronte all'ingresso, dinanzi al quale è appesa una lampada sempre accesa, in ricordo del candelabro a sette bracci, che nel Tempio era perennemente acceso; tutto nella sinagoga richiama il Tempio.

Il servizio sinagogale è presieduto dal rabbino, o comunque da un adulto accreditato. Dunque, la tradizione sinagogale si diffonde soprattutto al rientro dall'esilio babilonese, ogni piccolo villaggio, ogni piccolo gruppo viene dotato di una seppur piccola sinagoga, che durante la settimana fungeva da scuola per i piccoli, i quali imparavano così a leggere e a familiarizzare con la Sacra Scrittura.

Dopo la distruzione definitiva del Tempio, nel 70 d.C, le sinagoghe divennero il punto di riferimento delle comunità ebraica, al punto da essere proibito agli ebrei, abitare o vivere in località prive di sinagoga.

Queste precisazioni sono utili, per capire la provenienza della istituzione della Parrocchia, come centro vitale all'interno di un determinato territorio; i primi cristiani, infatti mediarono usi, costumi e abitudini, anche nel culto, proprio dall'ambiente sinagogale.

 

9 Il termine sinagoga é una parola greca che traduce l'ebraico knesset, che significa adunanza o assemblea, sia essa religiosa o no. In ebraico, si usa più correntemente bet knesset cioè casa dell'adunanza. Oggi il termine indica, lo stesso Parlamento dello Stato d'Israele, chiamato per l'appunto Knesset. La tradizione ebraica rabbinica, fondandosi sul testo del Deuteronomio 31,9-13. fa risalire l'ordine di edificare sinagoghe allo stesso Mosè, anche se alcuni studiosi sono propensi a credere che la costruzione vera e propria di ambienti riservati alla liturgia sinagogale, come surroga del culto al Tempio, perchè distrutto, si colloca dal punto di vista storico durante l'esilio, in Babilonia, sviluppandosi, poi al ritomo a Gerusalemme. La liturgia sinagogale andrà perfezionandosi nel tempo, già un prototipo lo si trova in Neemia 8,1-18. Nel 70 d.C, i romani che distrussero Gerusalemme ed il Tempio, contarono nella sola Palestina circa 480 sinagoghe (vedi ENCICLOPEDIA UNIVERSALE Rizzoli Larousse alla voce Sinagoga, 1971 ; sinagoghe famose, sia per la bellezza, sia come centri importanti di vite ebraica sono citate da Filone, e Giuseppe Flavio che parlano di numerose sinagoghe tra le quali molto importanti quella di Alessandria di Egitto e di Tiberiade. Vedi POLI ELISEO, L'ebraismo, Primo Quaderno, n°4, Ott.Dic.1995, p.72-75.

 

 

2.     La sala interna centrale

Appena si entra in qualsiasi edificio della Chiesa si è orientati da subito, dalla collocazione dell'itinerario da percorrere verso il centro che è la mensa eucaristica, che è collocata in bella vista, perché di fatto è il nucleo fontale da cui derivano tutte le altre collocazioni.

Gli spazi della celebrazione liturgica (l'altare, l'ambone, la cattedra,), oltre ad essere semplici elementi funzionali, sono anche i simboli di realtà celesti che non obbediscono all'utilitarismo immediato ma, proprio perchè simboli sono anche memoriali, cioè segni stabili e permanenti che evocano, anche fuori delle celebrazioni, l'evento salvifico che essi rappresentano.

Questa peculiarità di segno deve intendersi con la comprensione e la convinzione che gli spazi non sono e non devono essere oggetti comuni polifunzionali, ma devono rimandare oltre, al mistero che rendono presente ed esigono una stabilità  materiale.

Le forme architettoniche di qualsiasi chiesa, nel loro equilibrio statico e dinamico, rimandano al dato simbolico:

a.  l'orientamento dello stesso edificio: l'oriente è segno di Cristo

b.  l'abside è segno della Chiesa celeste, la Gerusalemme celeste, la Chiesa escatologica

c. la finestra nell'abside rimanda a Cristo luce: O Astro che sorgi, splendore della luce eterna, sole di giustizia; vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell'ombra di morte.

d. l'altare essendo segno di Cristo è anche anamnesis (vale a dire memoria di un evento del passato che si fa perennemente presente nella storia di oggi)

e. l'ambone, posto della proclamazione e della presenza di Cristo, Parola del Padre.

 

3.   La Croce, il Crocifisso e il suo linguaggio teologico10

Proseguendo la nostra visita colpisce uno dei simboli centrali del Cristianesimo: la croce. È difficile non esagerare nel dare importanza a questi simboli. Essi sono sempre stati presenti là dove si è espressa la cultura occidentale, perché sono espressione della forza germinale che ha sviluppato molti dei valori che la caratterizzano ancora oggi. Capirli equivale a familiarizzarsi con il linguaggio simbolico e religioso adottato dal cristianesimo che a sua volta ha prodotto una categoria artistica e filosofica che costituisce un linguaggio parlato in Europa in questi tre ultimi millenni della sua storia.

3.1.   La croce un segno universale

Quando vediamo il segno che chiamiamo "croce" (due linee, tra loro verticali, che si intersecano nel punto centrale) pensiamo che esso indichi senz'altro la croce, lo strumento di tortura con cui è stato giustiziato Gesù di Nazaret.

Ma non un'esclusiva del cristianesimo. Il segno della croce esisteva già migliaia di anni prima dell'era cristiana e non era assolutamente collegato alle idee di sofferenza e di morte. Quasi tutti pensano che il crocifisso sia da sempre il segno dei cristiani e che sia sempre stato cosi com'è adesso.

Anche questo è un errore: così come lo si rappresenta oggi, avrebbe sconvolto i cristiani dei primi secoli.

Ci sono alcuni segni presenti praticamente in tutte le tradizioni religiose del mondo, e ciò ha fatto pensare agli studiosi che essi appartengano all'essenza del linguaggio religioso umano: essi sono il segno cruciforme, il quadrato,- il cerchio, il punto centrale. In Egitto la croce è uno dei segni geroglifici più antichi (III millennio avanti Cristo). È detto ankh e vuol dire "vita", in un senso molto forte: infatti nei testi più antichi indica una caratteristica esclusiva degli dei. È anche una qualità del faraone, ma come dono degli dei. Soltanto nei Libri dei Morti (fine del II millennio) gli dèi sono rappresentati mentre donano il simbolo della vita anche ad altri uomini.

In India il segno cruciforme lo si trova già nel 3500 a.C. nella forma di croce uncinata, la svastica. È un simbolo solare, ruota cosmica che gira attorno al suo asse centrale; è collegata con il culto del dio Visnù, il dio che simbolizza la vita che si rinnova in perpetuo.

I popoli indoeuropei hanno diffuso questo segno in Asia e in Europa: lo si è ritrovato in Anatolia, nella regione dove sorgeva Troia, a Cipro, a Roma; presso i Celti in Gallia e presso le popolazioni germaniche nel nord Europa.

In America, nelle civiltà precolombiane (in Perù, in Messico) è documentata la presenza della croce nel culto solare e della fertilità. In Messico gli spagnoli furono sorpresi nel trovare questo segno nei templi, sui monumenti, nei manoscritti.

 

3.2.   Segno importantissimo per gli ebrei

L'ultima lettera dell'alfabeto ebraico era la lettera tau, una lettera di significato sacro. La sua grafia poteva avere varie forme, alcune riconducibili alla figura di una croce. Per la tradizione ebraica questa lettera aveva un valore simbolico di grandissima importanza: un tau, tracciato con il sangue dell'agnello, si credeva avesse contrassegnato le case degli Ebrei in Egitto, salvando così i figli primogeniti (Es 12,7); un tau era il segno che Ezechiele (9,4-6), per ordine di Dio, aveva fatto sulla fronte dei salvati. Questa lettera - segno dunque di salvezza e di comunione con Dio - veniva tracciata sulle tombe degli Ebrei anche ai tempi di Gesù, e così oggi un segno di croce su una tomba del primo secolo non è sufficiente per dire se è di un ebreo o di un cristiano.

 

10 Cfr. LEVER FRANCO et alii, Cultura e religione, SEI, Torino, p.238-271.
 

3.3. La croce nella prima comunità cristiana

La prima comunità cristiana, nata dalla cultura ebraica, ha considerato questo segno tau come una profezia che la salvezza sarebbe stata portata da Gesù, morto in croce e risorto. Nei testi canonici e non canonici il tema ritorna. L'Apocalisse (7,2-3) dice: «Dall'oriente apparve un altro angelo. Aveva in mano il sigillo di Dio vivente.

Egli gridò con voce possente ai quattro angeli ai quali Dio aveva dato il potere di devastare la terra e il mare: "Non devastate né la terra né il mare né gli alberi, finché non abbiamo segnato in fronte i servi del nostro Dio"». Il tau-croce è dunque // sigillo del Dio vivente; è un segno di vita e di luce e alla fine dei tempi annuncerà il ritorno di Gesù.

 

3.4. I primi quattro secoli

Se uno andasse a Roma per cercare nelle catacombe cristiane delle immagini che parlino di tristezza e di morte, resterebbe deluso. Tutte le immagini sono serene ed esprimono speranza.

La passione di Gesù non è assolutamente taciuta, né dimenticata, la morte dei propri cari non è nascosta: ma su tutto prevale la luce di Pasqua.

Ad esempio, varie volte viene ripetuta la rappresentazione della vicenda di Giona, il profeta che rimase tre giorni nel ventre del pesce e poi fu gettato sulla riva. È un modo potente di ricordare due cose:

•   il racconto di Giona è una profezia di Gesù che ha vinto la morte;

•   tutto questo è opera di quel Dio, che agisce con braccio potente.

Anche i segni cruciformi erano frequenti. Infatti sia Minucio Felice che Tertulliano, due autori vissuti tra il II e il III secolo, dicono che i pagani accusavano i cristiani di essere adoratori della croce (come se qualcuno assumesse come proprio simbolo la sedia elettrica!). Ma come si può ben notare per i cristiani la croce significava ben altro. E il crocifisso? Nei primi quattro secoli nessun artista cristiano ha mai rappresentato Gesù inchiodato alla croce.

Non se ne è trovato traccia, salvo alcune piccole gemme su cui è tracciata schematicamente la scena del Calvario (provengono da ambienti eretici) e così anche un graffito scoperto su una parete dell'alloggio dei paggi del palazzo imperiale al colle Palatino, a Roma (metà del II secolo).

Il graffito rappresenta una croce su cui è appeso un uomo con la testa di asino; accanto c'è una figura che compie un gesto di adorazione. Una scritta in greco dice «Alexamenos adora (il suo) Dio». Il fatto non può non sorprendere: il primo crocifisso trovato dagli archeologi è stato disegnato da un pagano per irridere un collega cristiano.

 

Il graffito proviene dal Paedagogium, la scuola degli schiavi imperiali, dove si allevavano ed educavano gli schiavi destinati a servire l'imperatore e la sua corte.  Questa costruzione, in rovina, si trova sulle pendici sud-occidentali del colle Palatino, vicinissima al Circo Massimo. Era infatti una specie di dépendance del palazzo imperiale. La "scuola" è dell'epoca di Domiziano (81-96) ma il graffito è datato intorno al 200 circa (età severiana).

Raffigura un uomo crocifisso, con la testa di animale (sembra quella di un asino) e una persona in atto di adorazione verso di lui. L'iscrizione greca dice:

ALEXAMENOS       SEBETE     THEON,       

cioè      

Alexamenos   adora    dio.

Questa rappresentazione è interpretata come una caricatura del culto cristiano verso Cristo, fatta probabilmente da uno schiavo per prendere in giro (o "sfottere") un suo "collega" convertito alla nuova fede. Perché Cristo ha la testa di un asino? A quell'epoca circolava la leggenda che il dio degli ebrei aveva una testa d'asino: siccome i romani non capivano ancora bene la differenza tra ebrei e cristiani, è comprensibile (!) la confusione tra il Dio ebraico e il Cristo.

[Il graffito del III sec. si trova a Roma, al Museo Kircher].

 

Il cristianesimo si diffuse subito nell'Impero romano, dove la lingua internazionale era il greco. Il termine Messia venne tradotto con la parola greca (Christós). La grafia greca della lettera X e quella ebraica della lettera tau ammettevano delle varianti, e in alcuni casi le due lettere non si distinguevano.

Perché è importante questa osservazione? Nelle antiche iscrizioni cristiane si trova frequentemente il segno detto crisma (XP): non è soltanto l'abbreviazione del nome di Gesù Cristo; è un segno quanto mai denso, perché è insieme il nome di Gesù, è il segno tau ed è croce.

Fu molto amato dai cristiani del III e del IV secolo: nelle antiche basiliche romane o nelle catacombe lo si trova ovunque.

Quando all'inizio del IV secolo questo segno diventò - per gli avvenimenti che conosciamo - il vessillo vincente dell'imperatore Costantino e al cristianesimo venne riconosciuta piena libertà, il crismon assunse, con ancora più forza, il significato di sigillo del Dio della vita e della salvezza.

Si racconta, infatti, che la madre dell'imperatore Costantino, Elena, si recò a Gerusalemme e ordinò degli scavi alla ricerca della croce di Gesù. La croce venne ritrovata e nel 335, in quel luogo venne costruita la basilica e fu eretta una croce, splendida d'oro e grande come non si era vista mai. La festa dell'esaltazione della croce venne celebrata il 14 settembre. A distanza di 1673 anni la Chiesa celebra la medesima solennità nella stessa data.

Nei primi quattro secoli dunque il segno della croce è stato considerato segno di vita, di salvezza, di appartenenza a Cristo e a Dio; non è mai stato un segno che richiamasse tristezza o dolore.

 

3.5.  La croce dal V al IX secolo

La croce non ha indicato tristezza e morte ancora per vari secoli.

Si potrebbero citare molti esempi, tra i più belli le croci gemmate custodite nel museo del Duomo di Monza o nei Musei Vaticani o a Cividale.

Ma certo più conosciuto è il bellissimo mosaico che orna l'abside di Sant'Apollinare in Classe a Ravenna (VI secolo): vi campeggia una grande croce gemmata, con al centro (piccolo, invisibile e lontano) il volto di Cristo; accanto ci sono le figure di Mosè e di Elia, ai piedi Pietro, Giacomo e Giovanni (nella forma simbolica di tre agnelli). È la scena della trasfigurazione sul monte Tabor: la croce, immersa in un grande splendore, rappresenta Gesù nella gloria.

La grande notizia portata dal cristianesimo non è la morte di Gesù in croce (gli uomini sapevano e sanno uccidere in modi anche peggiori): ciò che ha sconvolto ogni aspettativa e ogni logica umana è la resurrezione di Gesù. Da quel giorno (non dal venerdì, giorno della passione) l'Occidente ha cominciato a scandire il tempo, in un modo del tutto nuovo e inedito rispetto all'epoca precedente: infatti, domenica significa "giorno del Signore".

Gesù ha affidato ai discepoli un messaggio di gioia e di salvezza (la parola "vangelo" in greco significa "buona notizia"). E la buona notizia è la vittoria di Gesù sulla morte.

Ci si potrà chiedere perché allora i cristiani continuano a tenerlo in croce crocifisso?

Non è sempre stato così. Se un cristiano dei primi secoli vedesse un crocifisso lo scambierebbe per una grave forma di dissacrazione di quanto ha di più caro. Che cosa è avvenuto, allora, in questi due millenni dalla morte di Cristo?

Chi studia l'evoluzione dell'immagine del crocifìsso, passando di scoperta in scoperta, ricostruisce la storia della comprensione del messaggio cristiano e soprattutto la storia della fede cristiana e della cultura così come si è sviluppata in occidente, e di conseguenza anche l'evoluzione della riflessione teologica e della comprensione della fede nei secoli.

Secondo i documenti a disposizione, le prime due crocifissioni sono di origine italica, ambedue risalenti agli anni 420-430: il bassorilievo di un riquadro della grande porta lignea della basilica di S. Sabina in Roma; l'immagine scolpita su un piccolo reliquiario di avorio conservato nel British Museum di Londra. Ambedue gli esempi raffigurano Gesù come una figura solenne: è vivo, senza alcun segno di sofferenza.

Accanto a questo schema iconografico (italico) prese forma un altro modo di rappresentare la crocifissione (di origine orientale). L'esempio più antico a noi rimasto risale all'anno 586. È una pagina dell'evangeliario di origine siriaca del monaco Rabula, conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze. Rispetto allo schema precedente, Gesù è coperto da una specie di camice (il colobium) e la scena è più complessa. Ma anche in questo caso non vengono rappresentate le conseguenze della tortura e la morte di Gesù: egli è vivo, non piagato dai colpi subiti. La morte è come annunciata, perché si vede il soldato che sta per trafiggerlo, mentre un altro soldato sta offrendogli la spugna imbevuta di aceto.

Questi due schemi iconografici sono poi stati ripresi molte volte e in vari modi (molto frequenti le tavole in avorio): dei due il più seguito è quello del monaco Rabula. Ma soltanto a partire dal VII secolo si trovano delle crocifissioni poste nelle chiese. Forse l'esempio più bello è l'affresco di S. Maria Antiqua a Roma (714-751).

Perché in questo periodo Gesù è rappresentato crocifisso ma vivo?

E perché non sono messe in evidenza le sue sofferenze? La risposta va cercata nella teologia che guidava la mano di questi artisti: essi continuano a rappresentare il mistero pasquale, la vittoria di Gesù, non la sua sconfitta.

Il nuovo schema nacque per affermare - contro le tesi degli eretici - che Gesù era stato realmente crocifisso e ucciso (non un suo sostituto). Ma Gesù era Dio: come era possibile rappresentare la morte di Dio? La soluzione è ingegnosa: Gesù è rappresentato vivo, ma proprio nell'istante in cui un soldato lo trafigge. In questo modo cita (modificando la cronologia dei fatti) il Vangelo di Giovanni (19,33-34): il soldato compì quell'atto per certificare che Gesù era morto.

In questo periodo compaiono i primi crocifìssi veri e propri, intesi come figura isolata, non inserita in una scena.

Un esempio molto significativo - per la diffusione che ha avuto in tutta l'Europa - è il crocifisso di Lucca (databile tra IVIII e il X secolo). Tutti i pellegrini che dal nord dell'Europa andavano verso Roma si fermavano nella città di Lucca per venerare l'immagine del Sacro Volto e poi ne portavano copia con sé. La seconda parte del primo millennio vide nascere una cultura nuova. Per opera del cristianesimo, i valori superstiti della civiltà romana si fusero con la vitalità, la forza e le tradizioni dei popoli germanici. L'immagine del crocifisso occupò un posto importante nel passaggio dalla concezione germanica della vita, essenzialmente tragica e dunque eroica, alla concezione cristiana, in cui prevale la speranza. Di queste croci/crocifissi in Irlanda si trovano le testimonianze più belle.

 

 

Crocifissione, miniatura , dal codice di Rabula, VI secolo.

                                                      Firenze - Biblioteca Nazionale

3.6. La croce dal X al XIV secolo

Continua la tradizione di rappresentare sulla croce Gesù vivo e non sfigurato dalle sofferenze. Basti ricordare il crocifisso di Francesco a S. Damiano in Assisi (questo tipo di croce dipinta era comune in Toscana e in Umbria). Ma in tutte le regioni italiane si trovano dei bellissimi esempi di questo crocifisso. La forma e il materiale cambiano (sono sculture in legno) ma non il messaggio: è l'immagine di Cristo trionfante.

Crocifisso di Francesco A San Damiano in Assisi

Il Crocifisso  di San Damiano non appartiene ancora al tipo del Christus patiens, del Cristo sofferente, secondo lo stile che si imporrà a partire dal XIII secolo.Il Cristo è vittorioso con gli occhi aperti.

La sua vittoria è rappresentata esplicitamente nella cimasa dove vediamo il Cristo che ascende al cielo, fra gli angeli, recando in mano la croce, quasi scettro regale e stendardo di vittoria.

La mano del Padre, in alto, lo accoglie.

 Sotto è la dicitura, con abbreviazioni:

IHS NAZARE REX IUDEORUM

(GESU' NAZARENO RE DEI GIUDEI)

In questo stesso periodo però il tema della sofferenza e della morte incomincia a farsi più esplicito e diverrà sempre più presente nei secoli successivi. Nasce così un nuovo schema iconografico: il corpo di Gesù è esangue, gli occhi si chiudono; la testa si piega in avanti nell'abbandono della morte; i segni della flagellazione, dei chiodi e del colpo di lancia vengono resi sempre con maggiore evidenza. Nel dodicesimo secolo compare anche - per la prima volta - la corona di spine.

Lo schema è talmente diverso da quello usato nei secoli precedenti, che spontanea si fa la domanda: che cosa è cambiato nella sensibilità della comunità, perché anche l'artista senta il bisogno di dare tanta importanza al tema della sofferenza e della morte di Gesù?

Chi studia le opere teologiche dell'epoca a cui ci interessiamo nota che il tema della passione e della morte di Gesù diventa per la teologia un tema centrale.

In sintesi estrema le nuove idee sono queste:

•    la passione e la morte di Gesù testimoniano quanto sia grande l'amore di Dio per l'uomo: rappresentare la morte e la sofferenza di Gesù equivale a parlare dell'amore di Dio;

•    Gesù muore in croce al nostro posto: con la sofferenza e la morte il Figlio di Dio ha annullato i diritti che il Tentatore aveva acquistati sull'uomo a causa del peccato.

 

3.7. La croce dal XV al XIX secolo

Nei primi due secoli del periodo che si stanno esaminando avvengono dei cambi profondissimi nella cultura europea. Si possono accennare due aspetti che hanno portato un grande cambiamento nella figura del crocifisso: Arte e fede prendono strade diverse

Nasce un nuovo modo di concepire e studiare la realtà: oggetto di interesse è tutto ciò che è osservabile, misurabile, sperimentabile. Il resto perde di importanza. Nel Medioevo il cielo era trasparente: all'avvenimento del Calvario erano presenti anche gli angeli e i santi. Ora invece per l'artista la volta del cielo diventa opaca. Inoltre egli cerca sempre nuovi modi per esprimere la concretezza di ciò che vede e quando rappresenta la passione e la morte di Cristo propone le scene con crudele verosimiglianza

Non è più il significato religioso che guida anzitutto l'artista. Inizia così un lento ma progressivo divorzio tra l'arte e la fede, tra artisti e comunità religiosa. Una più grande sfiducia nell'uomo

Un secondo fattore è di ordine teologico: il tema della sofferenza di Cristo acquista sempre più rilievo.

Mentre la Chiesa cattolica continuerà a prestare grande attenzione ai tempi della misericordia di Dio, il protestantesimo radicalizza l'interpretazione della redenzione del Cristo: l'uomo, totalmente immerso nel peccato, è incapace di compiere il bene; il dolore e la morte di Cristo sono il pagamento del debito infinito contratto dall'umanità con Dio.

La Riforma protestante non conosce quasi altra raffigurazione che il Cristo sofferente e crocifisso. Come si vede tutte e due le tendenze portano a un medesimo risultato: le immagini del crocifisso si fanno sempre più crudeli nell'evidenziare la sofferenza. Ora sulla croce non c'è la persona di Gesù, ma il suo cadavere. Uno degli esempi più significativi di questo periodo è l'immagine del Cristo di Nicodemo, conservato nella chiesa di san Francesco a Oristano, che in qualche modo anticipa la riforma protestante ma ne è come un segno premonitore della mentalità e della cultura che andava diffondendosi e che avrà il suo apice nella riforma protestante.

 

4.  L'altare  -  La mensa

É la parte più importante della casa della Chiesa, cioè dei cristiani: nella chiesa latina l'altare è la mensa eucaristica, il banchetto regale, preparato da Cristo per i suoi discepoli.

I significati simbolici che si attribuiscono all'altare sono ricchi di significato e diversi se si considerano i periodi storici, nei quali, nella catechesi e nella evangelizzazione si intendeva mettere in evidenza ora un significato ora l'altro.

A partire dal periodo paleocristiano fino al Concilio di Trento, quello che comunemente veniva chiamato altare, di fatto era pensato come la mensa eucaristica, la mensa alla quale il Signore celebra l'eucaristia con i suoi discepoli (Mt 26,20-40; Lc.22,14-23), mensa alla quale invita tutti, come nella parabola del banchetto nuziale, preparato per le nozze del figlio del re (Mt. 22, 1-14).

La mensa di pietra è simbolo di Cristo stesso, la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d'angolo (salmo 118, 22), allude anche alla pietra tombale ribaltata del sepolcro di Cristo, dunque allude alla risurrezione.

Solitamente la consacrazione della mensa eucaristica, prevede la segnatura di cinque croci sulla pietra, quale richiamo alle cinque piaghe di Cristo-Crocifisso e risorto, la tovaglia che vi si pone, vuole ricordare le bende e il sudario di Cristo nel sepolcro, la sua morte sorgente di nuova vita.

Dopo il Concilio di Trento, nella mensa eucaristica, vi si riversa invece, in modo più preponderante il significato di altare, inteso come altare del sacrificio, viene infatti ripreso il tema veterotestamentario della vittima immolata come offerta e dedizione a Dio.

Nell'altare, della Controriforma, infatti il sacerdote fa memoria del sacrificio di Cristo sulla croce. Così l'altare è collocato in maniera che il sacerdote, con le spalle rivolte al popolo, offre a Dio l'Agnello, vittima sacrificale, che toglie i peccati del mondo (Gv.1,29), e nell'atto sacrificale della Messa si compie la transustanziazione, così che i battezzati, possano entrare in comunione sacramentale con quel sacrificio di redenzione11.

Dopo la riforma liturgica, promossa dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II, la chiesa ha voluto riprendere il tema del banchetto eucaristico, la celebrazione della Messa, infatti, pur conservando i contenuti teologici del memoriale del sacrifìcio di Cristo, oggi ricalca il significato che aveva anche nella Chiesa delle origini, dunque, di memoriale della cena pasquale di Cristo, influenzando ancora una volta le strutture artistiche e architettoniche che accolgono i fedeli attorno al banchetto pasquale.

L'altare è per lo spazio liturgico ciò che è la domenica per il tempo liturgico; esso è il centro del tempio (come la domenica è il centro della settimana), esso è il principale simbolo spaziale del sacramento eucaristico (come la domenica è il simbolo temporale del sacramento eucaristico).

La centralità dell'altare nell'interno di una chiesa richiama la sua centralità nella celebrazione, anche la centralità che l'eucaristia ha nella vita della Chiesa e d'ogni fedele. Questo è lo spazio centrale d'ogni celebrazione ed ogni rito fa riferimento ed esso.

Attraverso la simbologia, il presbiterio che ospita i tre elementi fondamentali cioè l'altare, l'ambone e la sede, diventa un luogo speciale, uno spazio celebrativo di forte densità teologica. Lo svolgimento rituale rende questo spazio celebrativo non semplicemente un luogo funzionale in rapporto alla posizione che in esso hanno gli elementi strutturali, ritenuti indispensabili per la celebrazione, ma la fonte di tutto il cristianesimo, la linfa della vita del cristiano.

Queste disposizioni servono ad esprimere la struttura gerarchica e alla diversità dei compiti (o ministeri) ma anche assicurano una più profonda e organica unità , attraverso la quale si manifesta chiaramente l'unità di tutto il popolo santo. La natura poi e la bellezza del luogo e di tutta la suppellettile devono favorire la pietà e manifestare la santità dei misteri che vengono celebrati.

La Lettera agli Ebrei propone, infatti, una teologia del sacerdozio, del culto, della vittima, dell'altare e del tempio che portano un unico nome: Gesù Figlio di Dio, Sommo sacerdote.

 

11 cfr. LURKER MANFRED,  voci Sacrificio, Altare, in RAVASI GIANFRANCO (a cura di), Dizionario delle immagini..., opcit.

 

Nel Cristo - Mediatore, che è l'unico luogo sacro, noi non soltanto incontriamo Dio, ma in lui s'innalza il mondo umano a Dio.

L'identificazione Cristo " Altare fa intuire l'importanza di quest'arredo liturgico. L'altare è così fondamentale per la chiesa-edificio) come il Cristo per la Chiesa-l'assemblea).

Nella prospettiva biblica ci viene presentato che il luogo del culto, dell'offrirsi, non è limitato solo sull'altare ma si deve estendere nella vita, nel cuore. Dunque, se vero altare è Cristo, capo e maestro, anche i discepoli, membra del suo corpo, sono altari spirituali, sui quali viene offerto a Dio il sacrificio di una vita santa. San Gregorio Magno affermava: «Che cos'è l'altare di Dio se non l'anima di coloro che conducono una vita santa? A buon diritto, quindi, altare di Dio viene chiamato il cuore dei giusti».

 
5.  Il pulpito/ambone

 

L'ambone, non è il leggio!

Nel linguaggio liturgico fatto di parole, azioni, segni e immagini - la collocazione dell'ambone non risponde solo ad una funzione pragmatica, ma soprattutto simbolica. Pertanto, il segno dell'ambone non è solo il luogo del Vangelo, ma rimanda al Vangelo stesso. Distinguendo l'ambone dal leggio si evita il rischio di omologare simbolicamente la parola dell'uomo con la Parola del Signore.

La liturgia della Parola si realizza non solo con la "lettura del testo" ma anche con l'atteggiamento simbolico-celebrativo della proclamazione che si associa al mostrare il libro, il lettore e il luogo dal quale la Parola si compie.

É pertanto, la dignità stessa della Sacra Scrittura ad esigere un luogo riservato e solenne per la sua proclamazione, ciò significa considerare l'ambone quale luogo esclusivamente liturgico con una sua specifica dignità, così che sarebbe consigliabile come si orna l'altare di fiori, anche l'ambone sia in qualche modo fatto degno di un segno che rimandi al giardino di pasqua.

In sintesi potremmo dire che, se l'altare è icona del sacrificio di Cristo, l'ambone, per usare un'immagine cara a Germano di Costantinopoli, è icona del santo sepolcro vuoto12. L'ambone evoca Cristo in quanto profeta, mentre

la Sede lo identifica in quanto RE, e l'altare in quanto sacerdote.

In questa Chiesa l'ambone è decorato con i simboli degli evangelisti, cioè del toro (Matteo); l'angelo (Luca); il leone (marco); l'aquila (Giovanni).

Come sapete questi segni simbolici derivano da una interpretazione del II° sec. fatta da Ireneo di Lione, nella lettura del brano dell'Apocalisse 4.

 

5 Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti ai trono,simbolo dei sette spiriti di Dio.
6 Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intomo al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d'occhi davanti e di dietro.
7 Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveval'aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l'aspetto d'uomo, il quarto vivente era simile a un'aquila mentre vola.
8 I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intomo e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: santo, santo, santo...................

 

6.  La Sede - Cattedra

 

La sede, rappresenta la cattedra: evoca la presenza ideale del vescovo, cioè di Colui che ha la responsabilità del governo e della cura del popolo di Dio.

La cattedra nel mondo latino era un seggio collocato in alto che in qualche modo permetteva a chi vi si sedeva, di osservare dall'alto, di guardare....di vigilare....da qui anche il termine episcopein, attribuito al ministero del Vescovo, colui che "guarda" dall'alto per vigilare....come il Pastore vigila sul suo gregge, che non abbia alcun danno.

Il termine Cattedra, infatti, è il simbolo del legame alla Chiesa locale, infatti, in ogni territorio diocesano l'edificio dove risiede il Vescovo è detto "Cattedrale", e di conseguenza evoca il legame con la Chiesa universale.

In molti mosaici paleocristiani, Cristo viene rappresentato con il libro in mano, siede su una cattedra riccamente decorata, e dalla quale insegna; dunque siamo dinanzi alla cattedra quale segno visibile dell'esercizio della profezia

 

12 Cfr. Historia ecclesiastica de mistica contemplano, 98, 393
 

7.  Il fonte battesimale - il Battistero

 

Nell'Antico Testamento fonte di acqua viva è Dio stesso, (Ger. 17,13), infatti quando il popolo si allontana da Dio, ha la pretesa di bere, scavandosi cisterne, e cisterne screpolate che non trattengono acqua viva, bensì acqua stagnante, dunque acqua morta, incapace di dare la vita.

Per i cristiani è simbolo di Cristo stesso la vera fonte della vita, nella quale mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, la misericordia di Dio, (Tito 3,5),ci innesta in Cristo, acqua viva, sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna (Gv.4,7-14).

Nelle chiese cristiane il fonte battesimale è costituito da quel bacile contenente l'acqua lustrale, cioè l'acqua che ha ricevuto la luce di Cristo nella notte della Veglia pasquale, capace, dunque di lavare e purificare ogni cosa; è collocato diversamente, a seconda del momento storico e di quale significato si intende dare, al momento della edificazione della Chiesa. Può essere collocato come vera e propria piscina in un edificio a parte, oppure assumere diverse forme, ed essere collocato all'interno della Chiesa con tutta una serie di varianti che comunque alludono ad un significato teologico preciso. Ad esempio, nelle chiese di rito ambrosiano lo si trova collocato su un livello inferiore di tre scalini rispetto al pavimento circostante volendo così simboleggiare i tre giorni di sepoltura di Gesù, mentre lo si può trovare innalzato su tre gradini con il significato della risurrezione di Cristo, avvenuta il terzo giorno.

Nel caso della chiesa di sant'Eusebio, il battistero appare come un bacile sopraelevato a forma circolare che certamente allude all'acqua cosmica, e di conseguenza alla nuova creazione che avviene nella rigenerazione in Cristo morto e risorto.

 

 

8.  Il cero pasquale
 

 

 

È il simbolo di Cristo Risorto, Cristo è Luce da Luce, così come afferma il Credo, è la vera luce che vince le tenebre.

Il cero pasquale nella liturgia della Veglia Pasquale risale molto probabilmente al IV sec. e la formula di benedizione si fa risalire ad Ambrogio. Alla benedizione segue il canto dell'Exultet che la tradizione attribuisce a diversi autori tra cui Agostino (354-430), e Ambrogio (339-397).

Nel cero, prima della riforma liturgica del Vaticano II, venivano piantati cinque grani d'incenso, per ricordare gli aromi che le donne comprarono per imbalsamare il corpo dì Gesù, e il numero di cinque vuole ricordare le cinque piaghe di cui fu segnato il corpo di Gesù in croce

Il cero pasquale è composto da cera vergine d'api, immagine della nascita verginale di Cristo.

In una delle versioni dell'Exultet pasquale il diacono cantava: O ape realmente beata, meravigliosa! Il tuo sesso non è violato dall'elemento maschile, non è disturbato dalla cova, la tua illibatezza non è tolta dai figli! Così anche Maria santissima ha concepito da vergine, da vergine ha partorito, e tale è rimasta.

In una successiva redazione l'Exultet canta ancora a la madre ape che fornisce il prodotto per fabbricare il lume prezioso del cero pasquale, simbolo di Cristo,13 Alfa e Omega, cioè il Primo e L'Ultimo, il Principio e il fine di tutto l'universo.

 

 

13   cfr.   LURKER   MANFRED,   voce   api,   in   RAVASI   GIANFRANCO   (a   cura   di),   Dizionario  delle immagini., .op.cit.
 

9.  Il Tabernacolo

 

In questo caso è retto da una colonna decorata con i segni dell'Eucaristia e nella porticina, porta il simbolo del pellicano:

il pellicano raffigurato sulla porticina dei tabernacoli, è infatti, il simbolo di Cristo che si offre nell'eucaristia come cibo per gli uomini; la similitudine non nasce da passi biblici, bensì dalla natura del pellicano che, in assenza di cibo, si becca il proprio petto per dar da mangiare ai piccoli, quindi c'è anche una somiglianza della natura del cibo offerto: la carne e il sangue.

Il pellicano è anche simbolo della pietà dinanzi a ciò che viene distrutto dal male, così come dice il Salmo (102,7), sono simile al pellicano del deserto...tra le rovine.

 

 

S. Tommaso utilizzò l'allegoria del pellicano per descrivere l'efficacia del sacrificio di Cristo: "Pie peliicane, Jesu Domine" (o Pio pellicano, Nostro Signore); Dante la cita in riferimento all'episodio dell'ultima cena in cui l'apostolo Giovanni reclinò il capo sul petto di Gesù: "Questi è colui che giacque sopra M petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto" (Paradiso, XXV, 112-114).

Il fatto che i pellicani adulti curvino il becco verso il petto per dare da mangiare ai loro piccoli i pesci che trasportano nella sacca ha indotto alla credenza che i genitori si lacerino il torace per nutrire i pulcini col proprio sangue, fino a diventare "emblema di carità". Pertanto, il pellicano è assurto a simbolo dell'abnegazione con cui si amano i figli. Per questa ragione l'iconografia cristiana ne ha fatto l'allegoria del supremo sacrificio di Cristo, salito sulla Croce e trafitto al costato da cui sgorgarono il sangue e l'acqua, fonte di vita per gli uomini.

Il pellicano, dunque, nutre i suoi figli con il proprio corpo.

Questa allegoria, allora, sta ad indicare che la vera esistenza eucaristica, nell'esercizio dell'amore di Dio e del prossimo, consiste nel dare se stessi, la propria esperienza, il proprio corpo. Si può certamente dare qualcosa di noi, delle nostre sostanze, dei nostri beni, del nostro superfluo, e questa generosità è una grande manifestazione di amore. Si può, però, dare tutto se stessi, secondo la logica evangelica dell'obolo della vedova (cf. Mc12,44), e questa forma di generosità è la manifestazione suprema dell'amore14

 

14 Cfr. SANNA IGNAZIO, Celebriamo la vita. Lettera pastorale della Chiesa di Dio che è in Oristano, L'Arborense, Oristano, 2010, p. 49-51.

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