Parrocchia Sant'Eusebio - CAGLIARI

PADRINO E MADRINA FOGLIETTO SI FOGLIETTO NO SERVIRE E SERVIRSI

ACCOGLIERE O GIUDICARE

A GRATIS ?....MAI!

DOVERE O PIACERE

 

PER AMORE

 

PASTORALE

Tanti anni fa, dopo la maturità classica, alla fine di quello che chiamavamo quarto corso, fondamentalmente  corsi di filosofia e teodicea, dovevamo superare un esame per essere ammessi al cosiddetto corso accademico.

Ai miei tempi  il programma degli studi accademici era strutturato in maniera tale che facevamo più del doppio del programma di dogmatica dei compagni del così detto corso ordinario, ma nessun esame di pastorale e di catechesi, se ben ricordo.

Forse si voleva fare di noi dei Teologi, soprattutto, purtroppo, dei teorici, con  scarso bagaglio di materie ed esperienza pratiche, relegate fra gli esami secondari.

Salvo poi appena ordinati, ad essere catapultati nella realtà di una parrocchia, magari piccola, ma con i problemi pratici comuni a tutte le parrocchie, e  che ci trovavano spesso impreparati.

Io devo ringraziare il mio parroco che mi aveva preparato alla compilazione dei : ”quinque libri” ma, ligio al segreto professionale, poco o niente sapevo dell’impostazione del processicolo matrimoniale per esempio.

Le mie vogliono essere solo considerazioni su una scuola  che risentiva della “Riforma Gentile” che dava una buona preparazione teorica e gli strumenti per farsi sul campo e velocemente le abilità pratiche necessarie.

Non so nulla della preparazione dei preti delle ultime generazioni, certo mi si sono rizzati i pochi capelli rimastimi, sentendo un giovane prete in Tv parlare di dispensa del Vescovo dal segreto confessionale.

Forse era a letto con un raffreddore quando ci sarà stata la lezione che dal quel segreto neppure il Papa può dispensare, casi pietosi o no, e forse dormiva quando avranno spiegato che tradire quel segreto vuol dire incorrere nella scomunica “latae sententiae”.

Questo mio sproloquio solo per dire che mi sono trovato in difficoltà quando ho cercato di dare semplicemente una definizione di Pastorale.

Su che cosa si fondano i rapporti tra i sacerdoti in cura d’anime, credo si possa dire ancora così, e i fedeli? Spesso sentiamo il bisogno e si invocano regole dettagliate e uniformi dai Vescovi o dai sinodi, che, quando ci sono, quasi sempre, almeno questo è il caso della mia diocesi, si limitano ad enunciazioni di principi tanto veri quanto ovvii per cui li si snobba definendoli aria fritta.

È altrettanto vero che vedendo applicare norme, e perfino canoni del diritto canonico, alla lettera, viene da chiedersi se anche nella Chiesa la legge è per l’uomo o contro l’uomo.

Quando nell’anno di straordinariato per essere immesso nei ruoli della scuola pubblica mi imbattei in un ispettore scolastico che mi contestava la validità di un verbale che non terminava con la classica formula “letto, approvato e sottoscritto” perché “la forma è sostanza” ebbi un po’ più di un motto di ribellione, ero giovane e mi sembrava burocrazia deteriore.

Ma nella pratica pastorale mi sono trovato costretto, troppe volte per i miei gusti, a ricorrere alla distinzione “illecite sed valide”. Curare con la massima diligenza la validità di un sacramento, persino sfiorando un illecito è cosa comunque ben diversa da far diventare motivo del contendere norme burocratiche, spesso anche cervellotiche imposte da un singolo parroco ai fedeli di cui deve aver cura.

La pastorale, come ogni buona educazione del resto, ha bisogno di regole, ma un’osservanza ossessiva delle regole, può divenire l’esatto opposto della pastorale.

Una stessa azione, persino sbagliata, uno schiaffo, mentre per uno è educativa, per un altro, allontana per sempre, non solo da quell’educatore ma anche dall’istituzione che rappresenta e in lui viene identificata.

Se è sbagliata la rigidità nell’osservanza delle regole non lo è meno l’assoluta mancanza di punizioni, rimproveri, regole, si cade in una faciloneria dettata da una inconscia ricerca di popolarità a buon mercato.

Non mi piace, neppure parlare, di una Chiesa che punisce; ma come si può far constatare che con certi comportamenti ci si autoesclude dalla comunità?

Tutti abbiamo la pretesa non confessata e persino inconscia di “servire due padroni”, di affermare i nostri diritti e attenuare i nostri doveri.

La pastorale non è l’arte del compromesso.

La pastorale è mettere al centro la persona, quella persona, é cercare il suo bene, ma anche quello della comunità in cui è inserita.

Amarle entrambe vuol dire cercare continuamente una crescita a tre: del pastore, della comunità e del singolo.

È già difficile una crescita a due; solo l’onnipotenza della grazia divina, nei modi e nei tempi suoi, può costruire la sua Chiesa nell’unità dell’amore, nella ricchezza della diversità dei componenti e dei comportamenti.

Amore, comprensione, fiducia nell’uomo, dominio di sé, chiarezza sugli obiettivi, competenza pedagogica, fermezza nel praticare , non solo indicare ideali, e chi più ne ha ….

Si dice che la gente vuole pastori santi e indubbiamente è vero, ma non ho fatto nessuno studio per appurare che tutti i santi siano stati buoni educatori.

 

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