Parrocchia Sant'Eusebio - CAGLIARI

        

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S. EUSEBIO NELLA TRADIZIONE E NELLA CULTURA SARDA DELL’OTTOCENTO

 a cura del prof. Tito Orrù

 

Il vescovo sardo di Vercelli trova, primariamente e ampiamente, spazio e alto apprezzamento nella Storia di Sardegna del Manno,  apparsa - come si è visto - nel 1825: “Nato era Eusebio al pari di Lucifero in Cagliari nel III secolo-così esordisce lo storico algherese - e al pari di Lucifero aveva renduto chiaro nell’Italia e nella Chiesa tutto il suo nome”.

Ne esalta quindi la rinomanza che ebbe dall’essere assurto al vescovado di Vercelli e perché “egli il primo era stato ad introdurre in occidente la vita comune del clero ad esempio dei monaci”. Ripercorre poi di seguito la vita di Eusebio sulla scorta delle fonti disponibili e ne trae un giudizio forte e penetrante, ponendo un raffronto col contemporaneo e conterraneo Lucifero (anche questo tema di discordanti opinioni e, talvolta, di polemica), un giudizio che sarà accolto e condiviso da molti scrittori posteriori: “La fermezza di Lucifero né proponimenti era concitata dalla veemenza del di lui coraggio; quella di Eusebio aveva tutta l’immobilità di una virtù impassibile.

Lucifero fulminava i suoi nemici; Eusebio confortava i suoi seguaci”.

Nell’articolo biografico dedicatogli da Pasquale Tola nel Dizionario degli uomini illustri di Sardegna, in apertura, Eusebio viene presentato come il “famoso vescovo di Vercelli…celebrato grandemente per la sua pietà, e per lo zelo della fede ortodossa…” e subito dopo, in seconda battuta, si precisa: “Nacque in Sardegna”.

Con una certa  finezza, il biografo rimanda in nota per puntualizzare ulteriormente che “il luogo preciso della sua nascita è totalmente ignorato”.

Quindi, nella stessa nota citata, fa seguire una rassegna degli scrittori più significativi che erano intervenuti nella disputa seicentesca pro Cagliari e pro Sassari, nel contesto della controversia sui “primati”, in relazione proprio alla pretesa e al vanto di aver dato i natali ad Eusebio e di averne coltivato maggiormente il culto. In merito a due più accaniti e più esagitati sostenitori delle tesi in contrasto, il De Vico e il Vidal (o Vitale, come pure è, italianamente, chiamato) l’Autore commenta che “Fu la favola dei due gobbi: visionari entrambi, si accusavano reciprocamente dell’istesso peccato”, e conclude: “Eppure cotesti scrittori pretendevano di essere uomini di senno”.

Intenzionalmente o no, il Tola metteva il dito nella piaga della non sopita controversia agitatasi nei secoli XVI-XVII sul “primato” delle origini e della supremazia conferita dalla Santa Sede ad una delle due maggiori diocesi sarde, Cagliari e Sassari.

Per quanto riguarda il biografo cagliaritano di Eusebio, il Martini, autore di un’altra raccolta di Biografia sarda, in tre volumi, apparsa quasi in contemporanea a quella dello scrittore sassarese, l’articolo sul Nostro si apre chiamandolo “gran vescovo di Vercelli, che ebbe i natali a Cagliari nel 286”; e così prosegue: “Restituta si chiamava la di lui madre, la stessa che in Cagliari consumò la vita nel martirio….”.

L’autore cagliaritano si dilunga al pari del Tola sulle vicende biografiche e sull’opera di evangelizzazione e di predicazione di Eusebio.  Per quanto riguarda l’altro scrittore cagliaritano citato sopra, il Siotto Pintor, nei cenni che egli dedica ad Eusebio nella Storia letteraria di Sardegna (pubblicata a Cagliari agli inizi degli  anni Quaranta, 1843-1844, in quattro volumi), si palesano da subito gli spunti critici nei confronti del Tola o, più verosimilmente, un’occasione di quella vis polemica che correva e si rinnovava tra i due intellettuali sardi su argomenti non esclusivamente eusebiani, come ho avuto modo di segnalare in altra occasione. Si esprimeva in questi termini il Siotto Pintor: “Il cav. Tola mette in dubbio la patria cagliaritana d’Eusebio, e afferma che deboli argomenti adoperò il Vico provando la nascita di questo prelato in Sassari, e più deboli il Vidal per dirlo cittadino di Cagliari.

Se ciò possa esser vero - prosegue l’Autore - giudichi colui che mette in bilancia da un canto le risibili follie di Quiteroni, dall’altro la costante tradizione e l’universale consentimento dei dotti” (Op. cit. tomo I, pag. 51, n1). Quiteroni o Chidderoni è un antico centro del Sassarese, dove, secondo alcuni autori, si professava il culto eusebiano e si avrebbe la prova della nascita del santo in quella provincia ( si v. in particolare Fr. Vico o De Vico in Historia general de la isla y de Cerdena del 1639).

Con gli spunti eusebiani che offrivano gli storici sardi del secolo scorso, era pur sempre il riaccendersi della controversia dei "primati", sia pure in termini di schermaglia di dotti, o fors'anche come retaggio di umori ancorati al ricorrente e ineliminabile antagonismo tra Sassari e Cagliari.

Di fatto, la coda ottocentesca della controversia  non finiva lì, dato che il tema del luogo di nascita di Eusebio riaffiorò anche in seguito, lungo il corso del secolo XIX. Un segno evidente, questo - lo ripeto ai fini di questa comunicazione -, della costanza del culto eusebiano in Sardegna.

Alle citate testimonianze storiche e biografiche, infatti, si aggiunge quella di un altro illustre studioso, Giovanni Spano, il quale si occupò di S. Eusebio nella Guida del Duomo di Cagliari, apparsa del 1856, poi nella Guida della città e dintorni di Cagliari, apparsa nel 1861, e successivamente in un articolo specifico: Sulla patria di Eusebio, pubblicato nel periodico cagliaritano "Stella di Sardegna", voI. V, del 1878.

Appare notevole quanto questo autore dice in quest'ultimo suo scritto.

Tra l'altro, riporta la notizia sul culto eusebiano in Sardegna già accolta nell'opera: Vita dei vescovi di Vercelli di Aurelio Corbellini (Milano, 1643), secondo cui, tra le molte chiese intitolate ad Eusebio, "una in Callari, sua patria, vicino alla chiesa di Sant' Anna", un'altra "in Sasseri dove fu poi annesso un Monastero di Sacre vergini di San Benedetto".

Lo Spano ritorna poi, e in modo singolare, al tema della controversia sul luogo dell'isola che avrebbe dato i natali al vescovo vercellese.

 Egli rivela che in una lettera inviatagli dal p. Luigi Agnesa da Sassari in data 8 aprile 1859, si accenna al ritrovamento fatto "nella chiesa di Sant'Eusebio, posta vicino al monte di Catalona.".

Stando alle notizie fornite dal corrispondente del canonico ploaghese, " nel distaccare dall'altare il piccolo ciborio, [si] rinvenne un vacuo entro il quale si trovarono le reliquie di Sant'Eusebio e di Sant' Atanagio: poi si trovò entro un tubo una pergamena...".

 Il padre Agnesa trascrisse anche il contenuto della pergamena e chiuse la lettera assicurando che "Tutto ciò che si è rinvenuto si trova presso monsignore [l'arcivescovo di Sassari], il quale manderà copia al canonico Spano". "In quanto a me – commenta a sua volta lo Spano - non ostante che ne abbia fatto ricerca non mi è potuto riescire di vederla".

 Nello scritto eusebiano ora citato apparso nel foglio "Stella di Sardegna", il canonico ploaghese  richiama anche la tradizione relativa alla presenza delle reliquie di S. Eusebio a Cagliari, affermando che originariamente erano conservate nella chiesa di Santa Restituta e furono poi trasferite in Cattedrale (e sistemate nell' Aula capitolare).

Lo Spano suffraga questa affermazione sulla scorta di un documento conservato nell' Archivio di Stato di Cagliari.

Si tratta di un atto della Giunta del R. Patrimonio, dell' anno 1615, a firma del viceré del tempo, col quale si deliberava la somma di danaro da destinare alla polvere da sparo per la processione che aveva accompagnato il trasferimento delle reliquie di S. Eusebio, a somiglianza di quanto in precedenza era avvenuto per le reliquie di San Lussorio.

Inoltre, sono di molto interesse anche le notizie che questo autore riferisce sul come era tenuta ai suoi tempi la chiesa di santa Restituta nel rione di Stampace: "è uffiziata, e retta da un cappellano e da una confraternita- scrive lo stesso Spano- .

Vi è un santuario dove stanno riposte molte reliquie della santa...". Infine, nello scritto in oggetto, il benemerito canonico ritorna sul tema, ma affaccia qualche riserva, della provenienza eusebiana della statua della Madonna col bambino o di Sant'Eusebio, anche questa conservata  nell'Aula capitolare  del Duomo cagliaritano, come lo stesso

Spano aveva segnalato nella Guida di Cagliari del 1861, citata in precedenza. Su questo argomento, anche il canonico ploaghese tiene a richiamare la tradizione delle altre due statue eusebiane, quella di Oropa e quella di Crea, venerate entrambe in santuari allora situati in territorio della diocesi di Vercelli.

La tradizione delle tre statue lignee portate da Eusebio dall'Oriente dev'essere molto antica. Mi ha destato comunque sorpresa il fatto che il richiamo che vi fanno gli scrittori sardi ottocenteschi è anche da collegare ad una secolare e rinnovata tradizione eusebiana di amichevoli vincoli tra la diocesi di Cagliari e quella di Vercelli.

Una continuità di legami e di rapporti che possiamo far risalire al secolo XVI, e forse più in là nel tempo, che ritrova vigore nel secolo XIX e prosegue sino ai nostri giorni, come ci documentano fonti d'epoca e posteriori testimonianze.

Questi legami, ovviamente e comprensibilmente, si sono rinsaldati in relazione ai più stretti rapporti intercorsi tra Sardegna e Piemonte dopo che nel 1720 la dinastia sabauda ebbe il titolo regio e il governo dell' isola.

Anche se, come sappiamo, stante la condizione di subordinazione in cui l'isola si trovava, questi rapporti non furono sempre cordiali e pacifici.

I governanti piemontesi hanno acquisito molte benemerenze per quanto hanno operato per la Sardegna; ma hanno anche commesso soprusi e in tanti casi la loro condotta è stata improntata ad alterigia e incomprensione nei confronti dei loro amministrati.

 Questo spiega, e giustifica, a mio avviso, il fatto che i Sardi si siano trovati nella condizione di cacciare il viceré e i funzionari piemontesi dall'isola nel 1794. E' pur vero che arrivò in Sardegna dopo quattro mesi un nuovo viceré e che ripresero ben presto i consueti rapporti di amministrazione.

 Anzi, a seguito del soggiorno della Corte sabauda in Sardegna (anche il sovrano una prima volta nel 1799 e successivamente, dopo il viceregno del principe sabaudo Carlo Felice, dal 1806 al 1815 circa), tra le due nobiltà e nell'ambito della burocrazia si instaurarono buoni rapporti ed anche colleganze d'interessi e via via, anche di parentela.

 Vi è pure noto che, ce lo rivelano i cognomi (ed anche i nomi patronimici, ci dirà fra poco la relazione del Dr. Ausonio Bianco,) sempre più in gran numero, gli intellettuali, i magistrati e i funzionari sardi passarono in Piemonte; e sempre più numerosi furono i subalpini che si fecero stimare in Sardegna, il vostro Lamarmora è uno di essi.

 Ma non è solo questo, dato che, ad esempio, questi amichevoli rapporti trovano un momento di favore quando numerose maestranze biellesi giunsero nell'isola, siamo agli inizi degli anni Venti del secolo scorso, per la esecuzione di opere di struttura (i ponti, in particolare) nella costruzione della strada (intitolata a Carlo Felice e ora Strada statale 131) che congiunge Cagliari a Porto Torres.

A questo proposito, è bene che precisi che il vocabolo in lingua sarda di "picaperderis", con cui si indicano gli operai o artigiani esperti nella lavorazione della pietra, è attribuibile ad un origine catalana o spagnola; ma la presenza in Sardegna degli artigiani della pietra ( e altrettanto si può dire per la professione di minatore) risale ad epoche precedenti rispetto all'introduzione di quel vocabolo nelle parlate isolane. Dico questo per chiarire una singolare coincidenza.

Mi veniva fatto notare ieri sera che l'esperienza delle maestranze biellesi in Sardegna del secolo scorso ha avuto un seguito, in quanto successivamente sono stati gli artigiani sardi, che conoscevano l'arte della lavorazione della pietra, a venire in Piemonte.

Tanto è vero che anche nella zona del biellese si trovano opere murarie "firmate" da artigiani sardi. Si tratterebbe di un'emigrazione di muratori sardi nel Biellese che anticipava l'emigrazione che la nostra isola ha conosciuto nel Secondo dopoguerra mondiale; ma sapremo di più fra non molto anche in merito alle maestranze biellesi in Sardegna, dato che il prof. Saiu ed altri studiosi hanno in programma una ricerca presso l'Archivio di Stato di Cagliari, dove è conservata la documentazione sulla costruzione della strada "Carlo Felice".

È quindi da tener conto di questa esperienza sardo-biellese ottocentesca, che – per così dire - si innesta negli antichi legami eusebiani tra Cagliari e Vercelli, tra Sardegna e Piemonte, come già anche per Biella per tramite di Oropa. Vi è pure da dire, in merito, che la tradizione di rapporti sardo-piemontesi ha avuto continuità attraverso i prelati subalpini che governarono le diocesi sarde dopo il 1720.

Mi richiamo prima di tutto a quella di Cagliari che annovera parecchi arcivescovi di origine piemontese: tra i più noti del Settecento il Falletti e il Melano di Portula, poi cardinale agli inizi del secolo successivo, per arrivare più in là a mons. Balma e a mons. Berchialla, dei quali mi occuperò appresso per la tradizione eusebiana.

Ho trovato, però, altri spunti interessanti nelle fonti ottocentesche che, come ho anticipato, hanno riportato la mia ricerca più indietro nel tempo e che, contemporaneamente, la collegano ai nostri giorni. Per quanto riguarda, ad esempio, la sopravvivenza, a Cagliari in particolar modo, di istituzioni sociali intese a professare e a propagare il culto eusebiano.  

Ma le stesse fonti - come ho anticipato - ci ripresentano la "contesa" insorta nell'isola nei secoli XVI-XVII in merito al luogo in cui Eusebio ebbe i natali; tema, quest'ultimo che ripropone il discorso della controversia  seicentesca insorta tra le due principali sedi vescovili sarde per il titolo e il governo primaziale di Sardegna e Corsica.

Non vi è dubbio che l'occasione della "contesa" sulla nascita di Eusebio emersa nel secolo XVII e riaffiorata in tempi successivi, sia da collegare alla controversia sul "primato" tra le diocesi di Cagliari e di Sassari e alle "invenzioni" dei corpi dei martiri della Chiesa, che allora ebbe grande clamore e diffusione anche in Sardegna.

Alle origini, quelli episodi si situano in un contesto storico ben definito; ma il riverbero che ne troviamo nel secolo XIX, è una eco a livello di disputa tra dotti, mi sembra. Non è comunque questa la sede per un approfondimento della questione.

Di passaggio, vale la pena di sottolineare che, nonostante la costanza della tradizione sulla sardità di Eusebio, ancor oggi, a livello di eruditi e di storici, si pongono dubbi in merito alla stessa origine isolana del primo vescovo di Vercelli.

 E non deve poi sorprenderci, se anche in questa sede, in questa manifestazione eusebiana, sono affiorate dispute circa i luoghi e le "priorità" del culto di S. Eusebio in terra piemontese. A ben guardare, ai fini della mia comunicazione, queste dispute e le contese insorte nei secoli  passati e rinverdite in seguito, possono risultare  di qualche utilità per la ricerca.

 Sono cioè una conferma dell’interesse che la figura del vescovo di Vercelli riscuoteva in Piemonte ed ha conservato nella Chiesa Sarda.

Appare ora più indispensabile spendere qualche parola sul come è sorta (o risorta) la devozione eusebiana  in Sardegna  nei secoli XVI-XVII.

Una fonte documentata, come hanno rilevato  gli scrittori ottocenteschi  sopra citati, è costituita dal giurista e storico sardo Giovanni Francesco Fara, vescovo di Bosa .

Questi nel Del rebus Sardois, di cui apparve il liber primus” nel 1580, illustra la vita di Eusebio sulla scorta dei sermoni di Sant’Ambrogio e dell’Evangelario di Eusebio, custodito nella Cattedrale di Vercelli e in uso tuttora nella Chiesa Vercellese quando viene celebrato il ricordo del suo primo Vescovo.

Da quest’ultima fonte il Vescovo di Bosa trae infatti uno dei passi più indicativi, quello che dice “Gioisci Sardegna, per la tua prole, ….madre Chiesa, le lodi, Vercelli e l’ Italia abbiano vanto della sua presenza”.

Su S. Eusebio leggiamo ancora nello scritto del Fara: “Il culto del santo è vivo anche a Sassari e nel Sassarese, nell’antica Chiesa a lui dedicata con grande afflusso di popolo”. Con questa notizia, il vescovo bosano  aveva voluto suffragare la presenza di un’antica devozione eusebiana nel Sassarese; ma nel contempo non trascurava  i legami cagliaritani del vescovo di Vercelli: all’anno 311 del citato “liber primus” del De rebus, il Fara, registra che Santa  Restituta partì da Cagliari per dirigersi coi  suoi figli a Roma; più sotto all’anno 362; accoglie la notizia fornita da Sant’Ambrogio secondo cui Eusebio di ritorno dall’Oriente, introdusse il monachesimo in Sardegna, specialmente nella provincia di Gallura.

E’ comunque da notare che, quando il Fara scriveva queste cose, ferveva la controversia per il primato fra le due più antiche Diocesi dell’isola e che egli stesso aveva preso posizione per la Diocesi turritana, come si deduce da alcuni passi tramandatici da una lettera diretta il 6 dicembre 1588 all’Arcivescovo sassarese De Lorca.

Sta di fatto che, anche in seguito, l’autorità del vescovo di Bosa  viene chiamata in causa, e non tanto per testimoniare la tradizione del culto eusebiano nell’isola, quanto invece per porre in dubbio l’origine cagliaritana del santo.

Un decennio dopo lo scritto del  Fara, apparve l’opera De Sancitis Sardiniae di Giovanni Proto Arca, in tre Libri (ediz. Carali, 1598), nella quale come luogo di nascita  di Eusebio si indica  espressamente la Capitale dell'isola.

E' pure da notare che nello stesso senso si pronuncia Gio Stefano Ferrerio, vescovo di Vercelli, nella nota biografia eusebiana, edita nel 1609, alla quale rimandano assai spesso gli autori sardi che si sono occupati, anche in epoca successiva, di S. Eusebio e della sua origine cagliaritana.

In relazione all' epoca delle controversie sul "primato" e alle parallele opinioni e discordanze su S. Eusebio, è pure da notare, e lo ha opportunamente anticipato il prof. Mistretta, rettore dell' Ateneo di Cagliari, che quando venne istituita nell'anno 1606 l'Università cagliaritana, nel suo stemma venne raffigurata l'immagine di Eusebio, unitamente a quelle di Lucifero e di Ilario quali protettori di quella istituzione.

Abbiamo quindi riconferma che il culto eusebiano era allora professato a Cagliari, ed è da presumere, da tempo prima.

Ma ci risultano altri elementi di prova in merito a questa devozione e a quel tempo. E' da richiamare, innanzi tutto, l'atto della Giunta del R. Patrimonio del 1615, conservato in Archivio di Stato di Cagliari e citato dallo Spano, cui si è accennato sopra.

Questo documento certifica le spese eseguite in occasione della traslazione delle reliquie eusebiane dalla chiesa di S. Restituta ed Eusebio, in Stampace, alla Cattedrale cagliaritana.

 Non mi risultano altri elementi circa la presenza di quelle reliquie nella città sarda, ma la tradizione lascia supporre che siano state donate dalla cattedrale di Vercelli, dove e all'incirca nel periodo di cui trattiamo ne fu fatta la "invenzione".

E' ben noto a molti di Voi che il rinvenimento avvenne agli inizi del secondo decennio del Seicento. Anche i legami di fratellanza instauratisi tra la Diocesi vercellese e quella cagliaritana sono presumibilmente da far risalire a quel tempo, e si mantennero e si rinnovarono in epoca successiva, come ha evidenziato in tempi a noi prossimi il reverendo Francesco Putzu, che dedicò un saggio a S. Eusebio sardo (Un tesoro del suolo sardo, è il titolo), edito a Cagliari nel 1949.

 Sono testimonianze che segnano la continuità e vitalità della tradizione eusebiana in Sardegna. D'altronde, l'ho già detto, i legami tra la diocesi sarda e quella di Vercelli si riannodarono e intensificarono dopo il 1720, quando la Sardegna fu unita al regno sardo-piemontese, in virtù anche del fatto che i Savoia, duchi prima e poi sovrani, privilegiarono i luoghi di culto eusebiano del Piemonte, e particolarmente Oropa, che accoglieva sovente tra le sue mura i principi sabaudi (mi era stato segnalato e poi ho potuto constatarlo de visu visitando gli appartamenti reali di questa antica loro roccaforte e dalla presenza di quadri e di cimeli che raccontano le congiunte vicende sardo-piemontesi dei secoli XVIII - XIX); legami che furono ulteriormente favoriti, anche questo si è accennato, dall' ascesa alle sedi vescovili dell'isola di prelati subalpini (se pure è da individuare anche in questo, molto spesso, uno strumento di governo e di dominio della dinastia sabauda).

Ad ogni buon conto, la tradizione eusebiana per il Settecento è altresì documentata dalla presenza nell'Archivio Storico del Comune di Cagliari di due miscellanee  contenenti una serie di testi manoscritti e a stampa e di varie carte e annotazioni concernenti  la vita e l'opera del vescovo di Vercelli.

Le due raccolte, in parte similari, attestano l'interesse eusebiano da parte di studiosi sardi del secolo XVIII (in prevalenza degli ecclesiastici, mi parrebbe di poter dedurre dalle annotazioni) e la accurata loro informazione sulla letteratura che circolava in Italia e all'estero.

Nel corso del Settecento, poi, abbiamo la testimonianza che, in contemporanea, si manifestava una viva attenzione per la tradizione e il culto eusebiano nei centri del Sassarese.

Lo attestano, tra l'altro, la raccolta di Gosos dedicati a S. Eusebio dal poeta sassarese Giovanni Delogu Ibba, che fa parte della sua opera Index libri vitae, edita nel 1736 e con sede di stampa per Villanova Monteleone, contenente componimenti in lingua sarda e in castigliano.

Da notare che il Delogu Ibba  era molto apprezzato ai suoi tempi e non è meno importante che questo poeta dedicasse quindici senari di gosos eusebiani (si v. sotto in Appedice I).

Da quanto detto si ha comunque la riprova che la rivisitazione eusebiana dell'Ottocento, da cui ha preso le mosse questa mia esposizione, aveva dei significativi precedenti, e non esclusivamente di carattere letterario.

 Cosicché, sulla scorta di indicazioni bibliografiche ho potuto accertare, ad esempio, che agli inizi del secolo XIX operava a Cagliari una confraternita intitolata a S. Restituta ed Eusebio. Questa istituzione, citata a metà di quel secolo dallo Spano, come si è visto, è oggetto di un richiamo, tra l’altro, nella Parafrasi de su Salmu 50.mu presentada da sa germandidadi  de S. Restituta, in vernacolo cagliaritano, pubblicata a Cagliari nel 1823 dal reverendo Luigi Efisio Cabras.

 La confraternita in oggetto o "Germandidade" (com'era chiamata "alla spagnola") è verosimilmente da riportare al Seicento, e forse ancora più indietro nel tempo. Infatti, don Francesco Putzu, che abbiamo menzionato in precedenza, nel suo lavoro su S.Eusebio cita il Breve di Paolo V dell' anno 1609 col quale la detta istituzione cagliaritana era stata creata in collegamento ad altra similare esistente a Roma sin dal secolo XII annessa all'ospedale di Santo Spirito. Lo stesso reverendo Putzu dà notizia di un' altra istituzione eusebiana sorta a Cagliari nella seconda metà dell' Ottocento, con finalità religioso-assistenziali anch' essa, ma di tutt' altro carattere.

È la Congregazione dei Pii Operaio o Missionari di S. Eusebio, istituita il 12 aprile 1875 dall'arcivescovo Giovanni Balma, con finalità di soccorso ed assistenza fra i sacerdoti della diocesi, e tuttora operante. Ci limitiamo a riprodurre  in appendice alcuni articoli dello Statuto. Ma altresì vivo sino ai tempi nostri è il legame tra la diocesi di Vercelli e quella di Cagliari, di cui ho fatto cenno in precedenza e che merita qualche ulteriore riferimento.

Infatti, la continuità di questa tradizione ha conferma nell'Atto di fratellanza risalente al 1885, che fu stipulato tra il Capitolo di Cagliari e quello di Vercelli per la reciprocità di rappresentanza in uno dei due capitoli. Il legame fu promosso (o rinnovato) dall' arcivescovo di Cagliari mons. Vincenzo Gregorio Berchialla che ho richiamato in precedenza ed era nativo di Alba, una diocesi contermine quindi a  quella di Vercelli.

Il Berchialla resse la diocesi cagliaritana dal 1880 al 1892 e vi ha lasciato buon nome per un Catechismo sardo-italiano (1885), per aver promosso il rientro a Cagliari delle reliquie di S. Efisio da Pisa e il restauro della cappella della Madonna di S. Eusebio o del bambino.

 Riportiamo in appendice il testo dell'Atto di fratellanza favoritomi dall'Archivio diocesano di Vercelli, che  ringrazio vivamente.

 Cade qui opportuno ricordare  che di quel legame stabilitosi (o rinnovatosi) nel 1885 tra le due diocesi si parla pure nell'opera Vercelli sacra, edita nel 1909 da R. Orsenigo.

Si tratta di legami e, più propriamente, come ho accennato, di una tradizione che discende dalla  "sardità" di Eusebio e che è mantenuta e rinnovata nel tempo, sino ai nostri giorni.

Non ho potuto accertare quale o quali chiese della Sardegna settentrionale, come mi è stato indicato, sono tuttora intitolate al  vescovo sardo di Vercelli; trova invece conferma la notizia che a S. Eusebio è pure intitolato l'Istituto Don Bosco di Lanusei, sede dell' omonimo noto liceo salesiano.

 Ancora un legame sardo-piemontese, questa volta attraverso un circuito eusebiano-salesiano, Piemonte-Sardegna.

Ad ogni modo, e ad ulteriore dimostrazione di quanto son venuto narrando, desidero segnalare un episodio recente che ho vissuto assieme al prof. Battista Saiu.

A conoscenza della esistenza a Cagliari di una Parrocchia intitolata a S. Eusebio (è stata consacrata nel 1972, in un rione di nuova formazione che si è notevolmente ingrandito in questi ultimi decenni), nella fase di preparazione di questo Convegno abbiamo creduto doveroso render visita al parroco. Siamo stati cordialmente ricevuti da Don Eliseo Mereu, il quale ha tenuto a farci notare che, al momento della istituzione della Chiesa, la diocesi di Vercelli inviò alla istituenda parrocchia cagliaritana diversi cimeli eusebiani. Abbiamo potuto quindi ammirare, sistemati nella sagrestia un quadro ed una scultura raffigurante S. Eusebio  

 

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