Parrocchia Sant'Eusebio - CAGLIARI

        

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CONVEGNO Sant'Eusebio 2010

 

  leggi anche:  

 S.Eusebio

tratto da

“LUCIFERO DI CAGLIARI ED EUSEBIO DI VERCELLI NEL GIUDIZIO DI SANT’AMBROGIO”

 

EUSEBIO DI VERCELLI «NATIONE SARDUS»

VESCOVO, CONFESSORE, MONACO

di S.E. Monsignor Pietro Meloni - Vescovo di Nuoro

 

 

Si pubblica su autorizzazione dello stesso autore.

 

 

  

«Eusebio, nato in Sardegna, dopo essere stato lettore nella città di Roma divenne vescovo di Vercelli» (1). Il medaglione di San Girolamo su Eusebio di Vercelli è una notizia di grande valore, poiché il dalmata la scrisse a circa vent' anni dalla morte del vescovo sardo e proprio nella terra di Palestina dove Eusebio era stato esule poco più di trent' anni prima (2). Girolamo, che già da giovane aveva compiuto un pellegrinaggio nella Terra Santa, viveva come monaco a Betlemme da sette anni quando nell'anno 393, quasi per un sollievo dal diuturno impegno della traduzione latina della Bibbia, trovò il tempo per descrivere la vita di centotrentadue «uomini illustri» del cristianesimo, tra i quali Eusebio di Vercelli e Lucifero di Cagliari (3).

Era stato il Papa Damaso, di origine iberica e forse compagno di giochi di Eusebio a Roma, a domandare una nuova versione latina della Sacra Scrittura al dotto Girolamo, che aveva compiuto gli studi nella città eterna quando Eusebio era vescovo a Vercelli di ritorno dall'esilio (4).

 Lo stesso Girolamo ci informa che il nostro Eusebio tradusse il Commento ai Salmi di Eusebio di Cesarea, opera di grande respiro biblico ispirata all'esegesi di Origene, che anche Ilario di Poitiers tradusse in latino per la sua Chiesa della Gallia (5).

Eusebio di Vercelli balza agli onori della storia al momento della sua elezione episcopale nell'anno 345. È per questo che lo scorso anno 1995 celebrammo a Vercelli il 1650° anniversario della sua ordinazione e in questo anno 1996 in Sardegna lo ricordiamo con il presente Convegno a Cagliari (6).Sulla vita e l'attività pastorale di Eusebio prima dell'episcopato sappiamo soltanto che era nato in Sardegna e che a Roma era stato ordinato «lettore» nella Chiesa. Nessuna idea sulla data della sua nascita, che immaginiamo tra la fine del III e l'inizio del IV secolo (7).

Era giovanissimo Eusebio quando la sua famiglia lasciò la Sardegna alla volta della città di Roma. Ambrogio, in una lettera del 396, dice che «il santo Eusebio uscì dalla sua terra e dai suoi parenti, e alla tranquillità della sua casa preferì le peregrinazioni» (8).

  La sua terra d'origine aveva accolto l'annunzio del Vangelo dalla voce e dalla testimonianza degli esuli, dei mercanti, dei soldati, dei presbiteri e dei martiri. Lo schiavo Callisto, esule in Sardegna, attorno all'anno 190 era stato liberato per l'amnistia dell'imperatore Commodo ed era poi divenuto vescovo di Roma dal 217 al 222 (9). Più sensazione doveva aver prodotto nell'isola la morte del Papa Ponziano nell'anno 235, dopo un tempo

di esilio del quale ci dà notizia quel «Catalogo Liberiano» che fu redatto a Roma nel 354 sotto il Papa Liberio, mentre Eusebio era vescovo a Vercelli (10).

Il giovane Eusebio avrà sentito parlare dei martiri sardi del suo tempo, Lussorio a Forum Traiani(Fordongianus), Gavino a Turris (Porto Torres) e Simplicio a Olbia. Essi erano morti sotto la tremenda persecuzione di Diocleziano, l'imperatore dalmata nativo di Salona presso Spalato, che intendeva salvare l'impero romano con una ferrea organizzazione politica e per questo esigeva dai cristiani l'assenso religioso agli dei di Roma (11). Il centro politico dell'impero si spostava verso l'Oriente. Con la tetrarchia istituita nel 293 la città di Sirmio nei Balcani era divenuta il cuore del nuovo impero perché raccordava la sede orientale di Nicomedia alle sedi occidentali di Milano e Treviri.

Gli editti di Diocleziano degli anni 303-304 intendevano radere al suolo le chiese cristiane, ordinando la distruzione dei luoghi di culto ela confisca di tutti i beni: le stragi furono innumerevoli. Lo stesso Diocleziano ne fu sconvolto e, dopo aver chiamato il giovane Costantino a Sirmio, si ritirò nel 305 nel suo palazzo di Spalato, aprendo il triste periodo delle lotte fra i vari capi imperiali. La contesa sfociò nella vittoria di Costantino, nato nel territorio dei Balcani nella città di Naissus (oggi Niš in Serbia).

Divenuto «totius orbis imperator», egli nel 313 confermò l'editto di tolleranza di Galerio donando la pace religiosa ai cristiani (12). Era vescovo di Roma in quel momento l'africano Melchiade. Forse giunse in quegli anni Eusebio, o poco tempo dopo quando era Papa il romano Silvestro, che succedette a Melchiade nel 314. L'imperatore Costantino, aprendo con le nuove leggi le porte della società ai cristiani, metteva a disposizione del Papa il Palazzo dei Laterani e iniziava l'edificazione della Basilica di San Giovanni (13). Eusebio aveva allora meno di vent' anni. Entrato nell' ambiente ecclesiale sentì la chiamata al servizio ministeriale nella comunità. La missione di «lettore», alla quale fu consacrato probabilmente dal Papa Silvestro, era di grande importanza nella Chiesa di quel tempo e preludeva spesso al sacerdozio. Alcuni papi del periodo di Eusebio erano stati prima «lettori», che significava custodi della parola di Dio, annunziatori del Vangelo, cantori dei Salmi e dei Cantici della Scrittura (14).

  Il 1° agosto dell'anno 314, all'indomani della libertà religiosa, mentre Silvestro saliva al pontificato di Pietro, ad Arles nella Gallia il vescovo di Cagliari Quintasio insieme con il suo presbitero Ammonio partecipava al Concilio «Arelatense», che confermava la condanna del Donatismo proclamata nell' ottobre del 313 al Sinodo Romano nel Palazzo del Laterano (15). A Cesarea di Palestina intanto era divenuto vescovo un altro Eusebio, che sarebbe stato il grande consigliere dell'imperatore. Fu lui a chiamare Costantino «l'amico dell'Onnipotente» (16). Eusebio di Cesarea considerava una provvidenziale grazia la libertà religiosa, che più tardi invece Eusebio di Vercelli avrebbe pagato con la persecuzione da parte del figlio di Costantino (17). Il IV secolo, che si preannunziava ricco di dottrina e di santità, ben presto avrebbe visto il riaccendersi delle roventi controversie dottrinali, le quali arricchirono di pensiero e di cultura le comunità cristiane, ma seminarono dolorose divisioni e risvegliarono nuove persecuzioni. Il prete libico sessantenne Ario si poneva alla testa nella Chiesa di Alessandria del movimento dottrinale che conduceva a negare la divinità di Gesù (18). Già nel secondo e terzo secolo il desiderio di salvaguardare la visione monoteista di Dio, aveva condotto molti credenti e teologi ad un concetto della Trinità nel quale il Figlio appariva inferiore al Padre e quindi privo della perfetta divinità. Ario giungeva a dire che il Figlio di Dio è «creatura» del Padre. Il suo vescovo Alessandro, dopo aver usato un atteggiamento temporeggiatore, convocò Ario ad un Sinodo attorno al 320 ad Alessandria, invitandolo a ritrattare la sua dottrina, e infine lo condannò.

Eusebio di Cesarea accolse Ario nella sua diocesi favorendo così il risveglio delle controversie teologiche. Costantino, che aveva confidato nell'unità dei cristiani soprattutto per dare stabilità all'impero, chiamò tutti i vescovi al Concilio a Nicea, città vicina alla sua sede di Nicomedia e alla gloriosa Bisanzio. Era il mese di maggio dell'anno 325 (19). Al Concilio di Nicea il Papa Silvestro inviò come suoi legati i presbiteri Vito e Vincenzo, accanto al vescovo Osio di Cordova, settantenne, unico presule occidentale fra i circa 300 orientali. La «formula di fede» proposta dal Concilio si incentrava sull' affermazione che il Figlio è «consustanziale al Padre» (ơμοούσιον τώ πατρί); essa fu sottoscritta da molti vescovi a malincuore e perciò divenne la pietra d'inciampo, anche perché era d'origine extrabiblica ed era stata imposta dal sovrano. Il dopo-Nicea fu la liquidazione dell' accordo teologico di Nicea. L'arianesimo ebbe il suo trionfo in Oriente, soprattutto con la eliminazione dei vescovi Niceni dalle loro sedi episcopali, e penetrò poi in Occidente.

L'atmosfera «teologica» andava profondamente trasformandosi. Mentre nei secoli della persecuzione vi erano state molte tendenze ereticali, nel secolo del riconoscimento statale del cristianesimo il pensiero dei cristiani confluì in un'eresia unica e totalizzante. Si trattava in realtà del mistero principale della fede: la divinità di Gesù Cristo nella unità e trinità di Dio. E dopo il 1° Concilio Ecumenico di Nicea si trattava anche della fedeltà alla verità proclamata dal collegio episcopale e confermata dal vescovo di Roma. La libertà di riflessione teologica non era più la stessa dei tre secoli pre-conciliari: il «dogma» doveva essere prima accolto per poter essere ulteriormente approfondito.

Questo valeva soprattutto per la parola-chiave del «Credo» di Nicea, quella che ancora oggi il popolo cristiano proclama nel Credo della liturgia: «Il Figlio di Dio... è generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». L'unità tra le Chiese, e quindi tra i vescovi e i presbiteri, era fondamentale per la testimonianza missionaria, ma doveva essere basata sulla verità. Come nel tempo dei martiri era necessario credere che «Cristo è Dio» per andare incontro alla morte con la speranza dell'immortalità, così nel tempo della libertà religiosa rimaneva importante credere che «Cristo è Dio» per andare incontro all'impegno della vita cristiana. Questo era l'intendimento dei Padri. Al di là e al di sopra del temperamento talvolta ardente e battagliero delle singole persone era necessaria l'unità nella fede. Eusebio a Roma ebbe la possibilità di comprendere il profondo contenuto della dottrina trinitaria ed anche di intuire le sottigliezze degli argomenti teologici dell'Oriente (20). Quel che lo preoccupava era la progressiva «arianizzazione» delle Chiese orientali, che rischiava di estendersi a quelle occidentali. Nell'anno 335 infatti un Concilio riunito a Tiro aveva deposto Atanasio, il fedelissimo di Nicea, che sette anni prima era divenuto vescovo di Alessandria. Era il segno che Costantino dava ormai man forte ai vescovi ariani, proprio nello stesso tempo in cui moriva il Papa Silvestro che aveva benedetto il Credo di Nicea. Nell'anno 335 moriva anche Ario. Due anni più tardi, il 7 febbraio del 337, veniva eletto Papa il romano Giulio (21). Il 22 maggio dello stesso anno, festa della Pentecoste, morì a Nicomedia Costantino, battezzato in punto di morte dal vescovo ariano di quella capitale imperiale (22). Eredi di Costantino erano i suoi tre figli, Costantino jr. di 22 anni, Costanzo II di 20 e Costante di 17 anni.

Esiliando i vescovi fedeli alla dottrina di Nicea l'imperatore Costantino, che mai avrebbe permesso di cancellare il Credo del «suo» Concilio, aveva sostenuto di fatto gli Ariani e aveva trasmesso ai propri figli la convinzione che l'azione politica dovesse appoggiarsi preferibilmente alla religione ereticale. E così nell'anno 339 il vescovo di Roma Giulio aveva dovuto accogliere nella città eterna Atanasio, espulso ancora dalla sua diocesi di Alessandria per la decisione del Sinodo di Antiochia favorita da Costanzo II (23). La presenza a Roma di Atanasio, che nel precedente esilio a Treviri aveva imparato la lingua latina, fu per il nostro Eusebio la provvidenziale occasione per penetrare nelle profondità della dottrina trinitaria dell'Oriente. Atanasio parla dell' affetto e della stima dimostratagli a Roma dal vescovo Giulio, al quale avrà certo esposto tutti i dettagli della controversia ariana alla presenza dei principali collaboratori, tra i quali era Eusebio. Il vescovo di Alessandria avrà anche narrato gli intrighi del nuovo imperatore Costanzo, nato a Sirmio nel 317, che dalla sede di Costantinopoli credeva di pilotare il fratello minore Costante insediato proprio a Sirmio. L'altro fratello Costantino jr. era stato ucciso in guerra dai soldati di Costante il 9 aprile del 340.

Nel 342, morto Eusebio di Nicomedia, che era diventato vescovo della diocesi di Costantinopoli, qualche sprazzo di riconciliazione sembrò riaprire le porte al dialogo, quando Costante e Costanzo proposero un nuovo Concilio, che si tenne a Serdica (Sofia) nel 343-344 con 90 vescovi occidentali e 80 orientali. Papa Giulio inviò come suoi legati i preti Archidamo e Filosseno con il diacono Leone, e da Treviri vi andò con l'esule Atanasio il vecchio Osio di Cordova, il regista del Concilio di Nicea.

La riconciliazione tra Oriente e Occidente fallì e il credo Niceno fu definitivamente abbandonato dai vescovi orientali (24). Anche l'incontro tenuto a Milano nel 345, che sembrava far riaffiorare la tendenza conciliatrice alla presenza del vescovo Protasio, ebbe un esito negativo. Ormai era penetrato in Occidente il germe dell'Arianesimo. L'Italia Settentrionale era la zona più vulnerabile, poiché confinava con la regione balcanica impregnata del pensiero ariano orientale. Aquileia, città cerniera fra Est ed Ovest, insieme a Verona e Brescia, era a quel tempo, a nord del fiume Po, una delle poche diocesi oltre all'antica diocesi di Milano. Nel Piemonte nessuna comunità era stata ancora costituita in diocesi. Papa Giulio prospettò perciò la necessità di costituire una nuova diocesi per l'evangelizzazione del Nord e fu scelta come sede la città di Vercelli. Vercellae aveva ottenuto la cittadinanza romana da Giulio Cesare nel 49 a.C. (25). La città era in posizione strategica alla confluenza di importanti strade, vicino al fiume Sesia e ad altri corsi d'acqua lungo i quali erano le miniere d'oro descritte da Plinio. Il culto di Apollo, ricordato da Marziale, stava cedendo il posto al culto di Cristo, prima nel centro abitato e gradualmente anche nelle campagne (26). Costantino vi aveva fatto costruire una chiesa dedicata a Maria e la tomba del martire vercellese Teonesto era divenuta un santuario (27). Papa Giulio inviò a Vercelli una delegazione della quale faceva parte anche Eusebio, che appariva come il vescovo «in pectore». La tradizione delle comunità cristiane vedeva nell' acclamazione del vescovo da parte del popolo la volontà divina. E così avvenne. Eusebio fu eletto a prima vista dal popolo, come più tardi racconterà Ambrogio nella sua lettera ai cristiani di Vercelli.

Il vescovo di Milano, informato nel 396 delle difficoltà che i Vercellesi avevano nell' eleggere il secondo successore di Eusebio, ricordò loro la vicenda della sua elezione: «(Voi siete) i figli di quei padri esemplari che, appena videro il santo Eusebio, dimenticando i propri concittadini, lo elessero immediatamente, anche se non lo avevano mai conosciuto» (28).

La consacrazione episcopale di Eusebio avvenne a Roma per le mani del Papa Giulio (29). Eusebio fece poi il suo ingresso nella Diocesi di Vercelli. Poche notizie ci sono state tramandate sulla situazione sociale della comunità (30). Sappiamo però da diverse fonti sul IV secolo che grande era l'impegno dei cristiani nell'affrontare con la forza del Vangelo i problemi dell'Italia e del mondo di quei tempi: il rincaro dei prezzi, l'inflazione, la corruzione degli amministratori pubblici, il calo dei salari che creava nuovi poveri, la crescita dell'usura che generava nuovi schiavi, la svalutazione della moneta, la mancanza del lavoro, e il grido di molti cittadini - riportato qualche anno più tardi da Massimo di Torino: «Le tasse sono troppe. Non riusciamo a salvarci dalle tasse» (31). Erano i problemi sociali dell'Italia di 1600 anni fa, ai quali si aggiungeva la rivalsa delle etnie, l'egoismo dei ricchi possidenti, il risorgere della magia e dell' astrologia, l'esuberanza conviviale durante le feste, il tifo smodato negli stadi, le strane acconciature dei capelli, gli orecchini agli orecchi dei maschi oltre che delle donne (32).

L'arrivo del vescovo nel Piemonte infuse coraggio alla moltitudine dei poveri, che nel Vangelo e nei suoi annunziatori intravedevano la speranza di una vita nuova.

La lettera che Eusebio scriverà alla comunità di Vercelli dal suo esilio in Palestina ci offre un quadro della vita di quella Chiesa. Il vescovo descrive la sua azione pastorale nell'immagine biblica dell' agricoltore: «Come l'artigiano fa gli innesti sull' albero buono, che per i suoi frutti non verrà abbattuto dalla scure né sarà destinato al fuoco, così anche noi, non solo vogliamo offrire il nostro servizio alla vostra santità con le normali fatiche, ma anche spendere le nostre vite per la vostra salvezza» (33). Sappiamo da Ambrogio che Eusebio fu «un santo confessore»: «Egli governò la Chiesa con la sobrietà del digiuno… Giustamente il mondo lo guardava per imitarlo» (34). Era soprattutto il «maestro» della Parola di Dio, affascinato dalla melodia dei Salmi, che cercava di penetrare nel loro profondo significato spirituale traducendo in latino il Commento di Eusebio di Cesarea ispirato al grande Origene, e adoperandoli come preghiera comunitaria nei primi esperimenti di vita cenobitica con i suoi presbiteri (35). È significativa la passione di Eusebio per i Salmi perché ci fa capire il suo progetto di fondare in Occidente, a imitazione dell'Oriente, la grande esperienza della vita comunitaria, alla quale egli invitava per primi i sacerdoti affinché vivessero con lui nell'e- piscopio (36).

Dal 345 al 355, mentre Eusebio evangelizzava il Piemonte, ed anche l'Italia Settentrionale e la Gallia, stava per avvenire una nuova svolta nella storia della Chiesa e dell'impero (37). Nel mese di gennaio del 350

un golpe destituì a Lione l'imperatore Costante, che fu ucciso in battaglia presso i Pirenei dal soldato barbaro Magnenzio.

Costanzo II, appresa la notizia in Oriente mentre combatteva contro i Persiani, risalì il Danubio fino alla confluenza della Sava a Sirmio (dove era vescovo Germinio) non lontano da Singidunum (Belgrado, dove era vescovo Ursacio). Lo scontro avvenne nel settembre 351 attorno alla città di Mursa (dove era vescovo Valente), al confluire della Drava nel Danubio; è l'odierna città croata di Osijek, distrutta nel 1991 dai Serbi e ancor oggi in loro possesso nella Slavonia orientale. Caddero oltre 50.000 soldati e Magnenzio fu sconfitto (38). Costanzo lo inseguì ad Aquileia, a Milano, e fino in Gallia a Lione, dove Magnenzio si uccise il 10 agosto 353. Costanzo rimaneva unico signore dell'impero dall'Occidente all'Oriente. Rifondata l'unità politica dello stato poteva dedicarsi, secondo il suo antico intento, a rinvigorire l'unità della Chiesa. Al Papa Giulio, morto il 12 aprile 352, era succeduto il 17 aprile dello stesso anno il romano Liberio, che secondo il Liber Pontificalis era stato a Roma «lettore» e poi «diacono»(39). Liberio conosceva bene la situazione ecclesiale dell'Italia e la situazione politica dell'impero. L'imperatore Costanzo, che non aveva mai nascosto la sua simpatia per gli Ariani, si mostrava più che mai convinto che, per riportare all'uniformità il pensiero dei vescovi, era necessaria l'eliminazione di Atanasio, e concentrò su di lui la nuova battaglia. Liberio invece, che considerava una roccia per la fede il Credo di Nicea e vedeva in Atanasio il suo più strenuo difensore, pensava di appellarsi a Costanzo per la salvaguardia della verità e dell'unità (40). Inviò allora i vescovi della Campania Marcello e Vincenzo dall'imperatore, il quale dopo la battaglia si tratteneva in Gallia nella città di Arles, per chiedere la convocazione di un Concilio ad Aquileia in vista della pacificazione. Costanzo rispose convocando il Concilio ad Arles, onde poterlo pilotare personalmente attraverso il vescovo di quella città Saturnino(41).

Il  decreto di condanna di Atanasio, preparato da Ursacio e Valente, fu sottoscritto dalla maggioranza dei vescovi della Gallia, sostanzialmente sprovveduti sui termini della controversia trinitaria. Con un sotterfugio fu carpita la firma anche ai legati pontifici, la qual cosa amareggiò profondamente Papa Liberia. Solo Paolino vescovo di Treviri non firmò e fu spedito esule in Frigia. Costanzo, che considerava il vescovo Atanasio di Alessandria come un nemico politico, riuscì ancora una volta a farlo condannare ed esiliare, approfittando della scarsa simpatia della quale l'alessandrino godeva presso i vescovi dell'Oriente. Riguardo alla «professione di fede» l'imperatore ritenne di poter convogliare i vescovi verso una «formula» talmente generica che potesse essere da tutti sottoscritta. Papa Liberio, incoraggiato da Lucifero vescovo di Cagliari, scrisse allora a Costanzo una lettera per domandare la convocazione di un nuovo Concilio in una città che fosse raggiungibile da un gran numero di vescovi. Inviò alla corte di Milano lo stesso Lucifero, con il presbitero Pancrazio e il diacono Ilario, ma, conoscendo il temperamento ardente ed impulsivo del vescovo di Cagliari, pensò di affiancare a lui Eusebio di Vercelli, che egli sapeva di grande equilibrio unito a profonda dottrina. Scrisse a lui una lettera dicendo: «frater et coepiscopus noster Lucifer de Sardinia supervenit»: «è venuto dalla Sardegna Lucifero... mettiti subito in viaggio con lui» (42). Eusebio deve aver risposto a Liberio, anche se non possediamo la sua lettera, manifestando qualche esitazione, pur nella sua sostanziale disponibilità; e il Papa, a stretto giro di posta, indirizzò a lui una seconda lettera, dicendo: «Ti affido il nostro fratello vescovo Lucifero e i miei carissimi figli Pancrazio presbitero e Ilario diacono...unisci la tua fede alla loro e sii presente con la tua santità, e fate insieme nella parola e nel consiglio ciò che è gradito a Dio e ai suoi angeli ed è conveniente per la Chiesa Cattolica»(43). Liberio spedì poco dopo una terza lettera ad Eusebio ancor più accorata: «Impegnati come un bravo soldato ... mostrati vero sacerdote ... valorizza il tuo fervente spirito per l'unità della Santa Chiesa»; infine gli rivolgeva l'augurio che attraverso l'impegno del Concilio tutto potesse andare per il meglio: «ut laborantibus vobis pro ecclesiae statu Concilium possit celebrari, ut omnia, quae in praeiudicium fidei subtiliter e diverso venientes machinati sunt, possint in melius reformari» (44).

Il Concilio fu convocato dall'imperatore a Milano, nella basilica maggiore. «Anche se l'esito del nuovo Concilio non sarebbe stato quello che Liberio si augurava - afferma Simonetti - dal suo svolgimento emerge l'importanza, addirittura decisiva, che la presenza di Eusebio rivestiva agli occhi, non soltanto dei sostenitori di Atanasio, ma anche dei loro avversari, e addirittura dell'imperatore. Questo grande prestigio evidentemente non gli derivava dall'importanza della sede episcopale, che era di una allora modesta città di provincia, ed era legato proprio alla sua persona... Egli era stato anni prima lettore nella Chiesa di Roma, vale a dire allora l'unica d'Occidente in cui, chi ne avesse avuto vaghezza, poteva informarsi adeguatamente riguardo ai temi dottrinali e politici che erano oggetto della controversia... È facile ipotizzare che Eusebio, risiedendo a Roma, avesse acquisito in materia tale competenza, da presentarsi, nel contesto di una generalizzata ignoranza dell' episcopato occidentale sull'argomento, come uno dei pochissimi in grado di orientarsi con sicurezza in un contenzioso di non facile approccio, ed era conosciuto come tale a Roma e altrove. D'altra parte, proprio perché questa competenza gli permetteva di apprezzare la realtà dell' attuale situazione meglio di ogni altro, Eusebio, a differenza di Liberio, non si faceva illusioni sulla capacità dei suoi colleghi occidentali di resistere alla sottile dialettica degli avversari e alle pressioni dell'ambiente di corte» (45).

Eusebio, sentendo il peso della sua responsabilità e temendo le arti imperiali, pensò di prendere tempo prima di presentarsi al Concilio a Milano. Lucifero e i legati del Papa sollecitarono il suo arrivo con una accorata lettera, mentre i lavori del Concilio prendevano l'avvio con un' attiva propaganda da parte dei vescovi favorevoli all'Arianesimo, capeggiati dagli illirici Valente, Ursacio e Germinio (46).

Essi forzarono i vescovi occidentali a sottoscrivere ancora una volta la condanna di Atanasio, tanto che anche Dionigi di Milano stava ormai per firmare. Resisteva solo Lucifero di Cagliari con i legati del Papa. I filo-ariani, guidati da Valente di Mursa, ebbero allora l'ardire di scrivere a Eusebio invitandolo ad unirsi da Vercelli alla condanna di Atanasio. Il vescovo Germinio di Sirmio che gli recapitò la lettera tentò di persuaderlo anche a voce. Segno che Eusebio per il suo prestigio era considerato l'ago della bilancia e gli avversari speravano per mezzo suo di far crollare anche Lucifero.

L'ambasciata non riuscì a smuovere Eusebio, tanto che l'imperatore dovette entrare in gioco inviandogli una sua lettera personale: «Io che mi glorio di essere servo di Dio, ti esorto e ti ammonisco di non tardare a unirti al consenso dei tuoi fratelli»(47).

 Eusebio ritenne allora giunto il momento di far valere il suo prestigio ed annunziò il suo imminente intervento al Concilio di Milano: «Ego, clementissime imperator... hoc necessarium duxi, ut Mediolanum venire properarem. Quicquid, domine imperator, cum in praesentiam venero iustum fuerit visum et Dea placitum, id me facturum promitto» (48). La notizia mise in agitazione i vescovi fiIo-ariani, tanto che l'imperatore dovette assecondarli lasciando trascorrere dieci giorni prima di ammettere Eusebio nella chiesa dove si svolgeva il Concilio. Accolto finalmente all'assemblea conciliare, il vercellese fu invitato a sottoscrivere la condanna di Atanasio. La sua arte diplomatica venne in soccorso alla sua competenza storico-teologica e lo spinse a capovolgere le regole del gioco. Egli manifestò ai padri conciliari la primaria necessità di accertare l'ortodossia dottrinale di tutti i presenti e domandò loro di proclamare la «professione di fede» approvata trent' anni prima al Concilio di Nicea, la cui validità nessuno formalmente poteva contestare. Nacque un tumulto per le intimidazioni del vescovo Valente. Il concilio fu interrotto e prosegui poi nel palazzo imperiale. Infine la violenza prevalse e tre vescovi rimasero soli a difesa dell' ortodossia: Dionigi di Milano, Lucifero di Cagliari ed Eusebio di Vercelli. Essi non sottoscrissero la condanna di Atanasio, che comportava l'abbandono del Credo niceno, e dovettero prendere la via dell'esilio. Il gesto di Eusebio aveva salvato la vera dottrina. 

È noto che la professione di fede sottoscritta a Nicea nel 325 era stata imposta con fermezza da Costantino e per questo era stata presto messa da parte, sia da quei padri conciliari che mal l'avevano digerita, sia da altri vescovi che l'avevano difesa ma amavano vivere in pace. Se in un trentennio molti avevano avuto il tempo di accantonarla, il vescovo di Roma, sotto l'impulso di Atanasio, aveva contribuito a rilanciarla come base dell'approfondimento della teologia trinitaria. Il fatto che Eusebio la riproponesse nella fase più acuta della controversia mostra la sua profonda conoscenza di tutto l'arco storico della discussione. La sua presa di posizione, attesa anche dagli avversari e sollecitata dall'imperatore, infondeva coraggio a Lucifero e Dionigi, e contemporaneamente scatenava la reazione violenta degli Ariani.

Costanzo, che esigeva l'unanimità dei consensi, non esitava a spedire in esilio i tre vescovi dissenzienti, come a suo tempo aveva fatto suo padre Costantino. Qualche tempo dopo fu mandato in esilio anche il Papa Liberio (49). L'acquiescenza della maggioranza dei vescovi al volere dell'imperatore li risparmiava dall'esilio, ma contribuiva a far penetrare la dottrina eterodossa in Occidente, come già era avvenuto in Oriente. Eusebio fu esiliato a Scitopoli in Palestina, Lucifero a Germanicia in Siria e Dionigi in Armenia (50). Il fatto nuovo era la separazione degli esiliati, che avvenne per il timore che la loro vicinanza sarebbe potuta diventare occasione di propaganda anti-ariana. La città di Scitopoli accolse il nostro Eusebio nella casa-prigione preparata per lui da Patrofilo, il vescovo che trent'anni prima era stato presente a Nicea e poi era passato agli Ariani.

 La città, famosa fin dai tempi antichi quando si chiamava Beisan (Beth Shean, nome che oggi ha ripreso), era posta vicino alla valle del Giordano ai piedi del Monte Gelboè, all'incrocio con la valle di Isreel. Per la sua posizione strategica sulla «Via del Mare», che univa l'Egitto alla Siria e alla Mesopotamia, la città cananea fu conquistata dal faraone Tutmosi III nel 1480 a.C. e dopo qualche secolo riconquistata dai Cananei, che vi rimasero anche quando passò agli Israeliti della tribù di Manasse. Il paese era bellissimo, tanto che il proverbio raccolto dal Talmud diceva: «Se il Paradiso si trova in Palestina, la sua porta è Beth Shean». Qui vicino Deborah, scendendo dal Monte Tabor, aveva intonato il «canto della vittoria». Qualche tempo dopo i Filistei, sconfitto il re Saul sul Monte Gelboè, dopo che il re, ferito dalle frecce degli Amaleciti, si era ucciso trafiggendosi con la spada, avevano appeso alle porte di questa città le teste di Saul, di Gionata e dei suoi fratelli; David aveva intonato allora il «Canto dell'arco» (51). Non lontano dal monte era la sorgente del ruscello Harod, dove Gedeone aveva sconfitto i Madianiti. Durante l'epoca ellenistica la città assunse il nome di Scitopoli per la presenza fin dal VII secolo di una cleruchia di Greci del Mar Nero, il paese degli Sciti. Cadde poi sotto i Seleucidi di Tolomeo e durante la rivolta dei Maccabei fu occupata da Giovanni Ircano; tornò agli Ebrei nel 107 a.C. finché fu conquistata da Pompeo nel 63 ed entrò nella federazione della Decapoli. Il cristianesimo giunse presto a Scitopoli (52). Al tempo del Concilio di Nicea la città era divenuta «diocesi» e il suo vescovo era Patrofilo. Non lontana, sul Mare Mediterraneo, era la famosa Cesarea, dove aveva insegnato Origene, che lì aveva lasciato la sua grande biblioteca (53). L'esule Eusebio ben conosceva la storia biblica e cristiana.

 Ora la rimeditava in quel luogo di persecuzione e così fortificava il suo spirito riscoprendo il Vangelo a poche miglia da Nazaret e dal Lago di Galilea, dal Monte della Trasfigurazione e dal Monte delle Beatitudini. «Beati i perseguitati per la giustizia!» fu la parola di Cristo che lo sostenne nei cinque anni di esilio a Scitopoli, dove riceveva talvolta le visite dei suoi presbiteri e dei fedeli di Vercelli. Ai poveri del territorio che andavano a cercarlo distribuiva i beni che gli offrivano gli amici e dispensava anche la parola di Dio secondo la verità della Chiesa. Questo fu il motivo per cui egli fu trasferito, secondo la notizia di Girolamo, prima in Cappadocia e infine nel deserto egiziano della Tebaide. Laggiù si ritrovò vicino a Lucifero di Cagliari, trasferito in Egitto dalla Siria e da Eleuteropoli di Palestina (54). Nella Tebaide respirò il clima esaltante del monachesimo egiziano, a pochi anni di distanza dalla morte del mitico eremita Antonio, spentosi all'età di 106 anni il 17 gennaio del 356 (55).

Dall'esilio di Scitopoli Eusebio riuscì ad inviare una lettera «ai direttissimi fratelli ed ai presbiteri tanto desiderati, nonché alla santa gente salda nella fede, di Vercelli, di Novara, di Ivrea e di Tortona» (56). Il vescovo, in questo che è il documento più dettagliato tra i suoi scritti a noi giunti, manifesta tutta la sua umanità e la sua paternità: «Ero triste e addolorato e in pianto perché da lungo tempo non ricevevo scritti dalla vostra santità» (57). La sua preoccupazione era soprattutto al pensiero che i suoi fratelli perdessero la fede lasciandosi trascinare al credo degli Ariani. Per questo, grande fu il suo conforto nel sapere dal diacono Siro e dall' esorcista Vittorino che tutti erano rimasti fedeli. I messaggeri avevano recato con sé tante lettere, nelle quali, dice Eusebio: «tra le righe leggevo i vostri sentimenti e il vostro affetto», e allora «le mie lacrime si mescolavano alla gioia... mi pareva di conversare con voi e dimenticavo le fatiche passate... mi parve all'improvviso... di non essere in esilio, ma con voi» (58).

Eusebio, ringraziando i suoi fedeli per i doni che gli avevano portato da Vercelli, diceva: «Ho iniziato a distribuirne ogni giorno a chi pativa la povertà. I poveri si rallegravano dei vostri frutti... davano gloria a Dio... Ma il diavolo... al vedere che in queste azioni il nome di Dio veniva benedetto, eccitò contro di me i suoi folli ariani (Ariomanitas)... questi mi rapiscono e mi rinchiudono nella sede della loro infedeltà ... e per quattro giorni venivo custodito e ascoltavo accuse e tentativi di persuasione» (59). Dinanzi a questa violenza fisica e psicologica, Eusebio decise di fare lo sciopero della fame e lo comunicò per lettera al suo vescovo carceriere: «lo, servo di Dio Eusebio, con i miei compagni nel servizio che con me soffrono a motivo della fede, al carceriere Patrofilo e ai suoi compagni. Dio sa, e anche la città lo sa e voi né ora né in seguito potrete negare, con quale violenza e furore, non solo trascinandomi a terra, ma a volte denudandomi, mi avete trasportato da questo luogo di soggiorno assegnatomi da voi e dalle guardie pubbliche, e dal quale non sono mai uscito a motivo di questa vostra violenza. Perciò riservo a Dio il giudizio, e possa compiersi come egli vorrà. Intanto sappiate che ho deciso, affinché ne sia chiara la ragione ora e in futuro, che nel luogo dove mi tenete rinchiuso e nel quale dopo il primo trasferimento avete osato rendere ancora più dura la mia reclusione, trascinandomi nello stesso modo e gettandomi in una cella, non mangerò pane e non berrò acqua se prima ciascuno non avrà solennemente dichiarato non solo a parole, ma anche per iscritto, che non proibirete ai miei fratelli, che volentieri soffrono insieme a me a motivo della fede, di portarmi il vitto necessario dal luogo dove dimorano, e che non ostacolerete quelli che si saranno degnati di cercarmi» (60). Le parole con le quali Eusebio comunica ai suoi carcerieri la decisione di astenersi dal cibo fino a lasciarsi morire non nascondono la crudeltà dei maltrattamenti, ma si trasfigurano fino a divenire una «professione di fede» ed anche una «evangelizzazione». Egli dice:  «Tutto, questo sa Dio onnipotente e il suo unigenito Figlio da lui nato in modo inenarrabile, che per la nostra salvezza, essendo Dio di sempiterna virtù, rivestì perfettamente l'uomo, volle patire e trionfando sulla morte risuscitò il terzo giorno, siede alla destra del Padre e verrà a giudicare i vivi e i morti; tutto questo sa lo Spirito Santo, ne è testimone la Chiesa cattolica la quale confessa che io non sarò reo della mia vita, ma lo sarete voi ... Supplico te che leggerai questa lettera, per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, di non sopprimerla, ma di farla leggere ad altri» (61).

  Eusebio al quarto giorno fu ricondotto con gli altri esiliati alla prima dimora, mentre la gente accorreva con fiaccole alla sua casa. Ma poiché il favore del popolo cresceva, dopo alcuni giorni ripresero con più violenza la persecuzione, la tortura, l'isolamento, e persino il tentativo di uccidere il santo vescovo, il quale ai suoi fedeli scrive: «Considerate, fratelli carissimi, se questa non è persecuzione: patiamo queste cose mentre custodiamo la fede cattolica, e pensate seriamente se essa non sia ben peggiore di quella scatenata dagli idolatri. Quelli imprigionavano, ma non proibivano che i prigionieri ricevessero visite. Quante ferite Satana ha inflitto alla Chiesa attraverso la crudeltà dei folli Ariani»(62).

Eusebio, riconoscendo la ferocia dei suoi carcerieri, afferma che a causa di essa sono crollati molti fedeli ed anche alcuni vescovi hanno abbandonato la verità: «Alcuni di loro, temendo di perdere la dignità, hanno perduto la fede, e non volendo perdere i beni terreni e le immunità, hanno ritenuto cosa da nulla i tesori celesti e la vera sicurezza. E così anche gli altri, sulla loro scia, vedendo i vescovi temere di perdere questi beni, cominciarono ad amare quelle cose che non sempre possono avere»(63). Allude poi ad altri maltrattamenti senza dilungarsi sulla loro descrizione e ringrazia Dio perché gli ha consentito almeno di scrivere la sua lettera ai suoi figli: «il Signore mi ha concesso di inviarvi questa lettera tramite il nostro carissimo diacono Siro, che ho potuto far partire perché, per divina provvidenza, in quel tempo si era recato a vedere i luoghi santi e non è stato trovato con gli altri fratelli.

 Del resto a stento ho scritto in qualche modo questa lettera, sempre domandando a Dio che di ora in ora tenesse a freno i custodi e mi concedesse di giungere alla fine perché il diacono non venisse a darvi notizia delle nostre sofferenze più che a portarvi una lettera di saluto»(64).

Il vescovo di Vercelli conclude la sua lettera dicendo che egli non si lascia spaventare dalle azioni degli Ariani e con forza raccomanda ai suoi presbiteri e ai fedeli la fedeltà alla verità: «Vi scongiuro di custodire la fede con ogni vigilanza, di conservare la concordia, di attendere alla preghiera, di ricordarci senza interruzione affinché il Signore si degni di liberare la sua Chiesa che soffre su tutta la terra e affinché noi, che siamo oppressi, una volta liberati, possiamo gioire con voi. Questo il Signore si degnerà di concedere a voi che glielo domandate per Gesù Cristo Signore nostro, che con lui è benedetto dai secoli e per tutti i secoli» (65). Un' altra fonte storica conferma il racconto di Eusebio, ed è il testo di Epifanio vescovo di Salamina. Egli narra di aver visitato la città di Scitopoli e di aver conosciuto il ricco giudeo cristiano Giuseppe, nella cui casa aveva abitato Eusebio durante l'esilio, godendo in quel tempo di una certa libertà di movimento. Forse quel po' di libertà che Eusebio aveva utilizzato per avvicinare la gente ed evangelizzarla; essa scatenò la reazione dei suoi custodi, guidati da Patrofilo. Epifanio aggiunge che il vescovo di Scitopoli era potente per ricchezza e crudeltà, amico personale dell'imperatore, influiva sulla diffusione del credo contrario alla dottrina di Nicea, anche perché dal tempo del Concilio per oltre trent'anni era rimasto nella sua sede episcopale (66).

La scelta dell'imperatore di mandare Eusebio in esilio proprio a Scitopoli si manifestava «indovinata» nella sua iniquità, e si può pensare che all'imperatore sia stata intenzionalmente suggerita dai focosi ariani Valente e Ursacio, i quali sapevano che il vescovo di Scitopoli Patrofilo poteva essere il carceriere più adatto per stemperare 1'ardore missionario del vercellese. Patrofilo, presente a Nicea e convinto assertore della dottrina di Ario, nel 348 aveva ordinato vescovo Cirillo di Gerusalemme; nel 355 egli era stato anche l'unico vescovo orientale presente al Concilio di Milano accanto a Valente e Ursacio. Nella roccaforte della sua città egli pensava di ridurre Eusebio al totale silenzio, tanto più che in un trentennio, come afferma Epifanio, aveva avuto modo di arianizzare profondamente i fedeli della sua diocesi e del territorio palestinese. Patrofilo forse non immaginava che Eusebio sarebbe riuscito a sfuggire parzialmente alla morsa della prigione per infondere a molti fedeli, soprattutto a quei poveri ai quali donava tutti i suoi beni, l'antidoto della vera dottrina trinitaria. Fu giocoforza trasferirlo in un territorio più sperduto ed isolato, quale era la Cappadocia, meno toccata della Palestina dal passaggio dei pellegrini che in quei tempi già si recavano nella Terra Santa (67). Ma anche il secondo esilio risultò rischioso agli occhi dei nemici ed egli fu trasferito definitivamente nella lontanissima e desertica Tebaide. Nella stessa regione approdò Lucifero, dopo un periodo trascorso a Germanicia nella Siria e ad Eleuteropoli in Palestina (68). Per un singolare disegno della provvidenza si ritrovarono nello stesso territorio dell'Alto Egitto i tre grandi difensori del Credo Niceno: Eusebio, Lucifero e Atanasio. Questi infatti, braccato dai soldati di Costanzo, aveva trovato rifugio presso i monaci della Tebaide. Sulla scia del grande eremita Antonio e dell' abate Pacomio il monachesimo era fiorente, e dava una mano alla Chiesa di Alessandria nella propagazione della vera fede.

I tre teologi riuscirono probabilmente a mettersi in comunicazione fra loro per ravvivare in esilio la loro convinzione teologica e il loro zelo apostolico. Eusebio e Lucifero rischiavano di trascorrere tutta la loro vita nella Tebaide, se la morte improvvisa di Costanzo, avvenuta per malattia Il 3 novembre del 361 a Mopsucrene vicino a Tarso, non avesse proiettato sul trono imperiale il suo giovane cugino Giuliano, che più tardi i cristiani chiamarono “l'apostata”. Fu lui a restituire la libertà a tutti gli ecclesiastici esiliati da Costanzo, sia per contraddire l'impostazione politico-religiosa del suo predecessore, sia perché già concepiva un piano di lotta al cristianesimo ed un rilancio della religione romana. Giuliano, che era stato «lettore» nella Chiesa, divenuto improvvisamente imperatore alla fine del 361 a Parigi, pensò di combattere la Chiesa che Costanzo a suo modo aveva protetto. Agli inizi del 362 egli diede la libertà a Eusebio e Lucifero, che poterono così tornare alla piena attività dell' evangelizzazione (69). Eusebio e Lucifero appena in libertà cominciavano a cercare contatti con altri Niceni, quando furono raggiunti dall'invito di Atanasio, anche lui ormai libero, a partecipare ad un Concilio che egli aveva convocato ad Alessandria. Le vicende di questo Concilio di Alessandria dell'anno 362 sono note, e saranno oggetto di una apposita relazione nel presente Convegno. Lucifero di Cagliari non andò ad Alessandria ma, inviati al Concilio due diaconi suoi legati, personalmente si recò ad Antiochia per influire sulle vicende di quella Chiesa. Il vescovo di Antiochia Melezio, niceno non perfettamente deciso, era stato deposto ed esiliato da Costanzo, e mentre si apprestava a tornare nella sua diocesi dovette affrontare 1'ostilità del prete Paolino, attivo ad Antiochia come niceno fervente. Lucifero sostenne il prete contro il vescovo, e addirittura ordinò Paolino nell'episcopato, trasformando la controversia dottrinale in un autentico «scisma» (70).

 Il vescovo di Cagliari ritornava quindi in patria portando nell' area sardo-iberica quel clima scismatico che forse contribuì a farlo scomparire nell' ombra dell' oblio (71).

Noi torniamo sulle tracce di Eusebio al Concilio di Alessandria. La «Lettera Sinodale» inviata dai Padri Conciliari alla Chiesa di Antiochia, chiamata Tomus ad Antiochenos, ci informa particolareggiatamente sullo svolgimento del Concilio, che fu chiamato da Rufino il «Concilio dei Confessori» poiché i partecipanti erano i vescovi reduci dall' esilio. Il  messaggio fu indirizzato, oltre che agli Antiocheni, anche ai vescovi d'Italia, Egitto, Libia e Arabia presenti al Concilio, tra i quali era Eusebio, unico vescovo dell'Occidente. La sua presenza dava all' assise conciliare un'immagine di ecumenicità, anche se non riconosceva ad Eusebio quel significativo ruolo dottrinale che Atanasio attribuiva solo a se stesso. Nel Tomus gli Alessandrini, rigidi niceni, mostravano simpatia per il niceno Paolino di Antiochia, contribuendo così a scavare più profonda la distanza dottrinale con gli Ariani. Si aggiungeva la questione della cristologia di Apollinare di Laodicea, l'esegeta di tendenza antiochena che voleva unificare nell'unica «anima divina» l'umanità e la divinità di Cristo.

La simpatia di Apollinare verso Paolino di Antiochia segnò una nuova distanza dagli avversari. Atanasio allora per motivi diplomatici propose al Concilio una formula cristologica ambigua e sfumata che avrebbero potuto sottoscrivere tutti, anche Apollinare di Laodicea che negava a Cristo l'anima umana. Proprio su questo punto Eusebio prese le distanze dal vescovo di Alessandria, contrapponendo alla debole definizione atanasiana sul «corpo di Cristo» la chiara affermazione che «il Figlio di Dio è diventato uomo avendo assunto tutto dell'uomo all'infuori del peccato, quale era stato il nostro vecchio uomo» (72). Eusebio, come dice Simonetti, si manifestava «teologo capace di padroneggiare i temi anche complessi, espressi in forma polivalente e perciò ambigua», come quelli proposti per spirito ecumenico dal consumato teologo orientale Atanasio.

 Partì quindi per Antiochia, ma passò oltre, poiché non si sentiva né di condannare l'amico Lucifero né di sostenerlo nella difesa della fazione cristiana di Paolino contro il vescovo Melezio. Rivolse agli Antiocheni un invito alla concordia e tornò in Occidente. Egli, circondato dalla fama del «martire» dopo sette anni di esilio e rinvigorito nella sua scienza teologica, si sentiva investito di una missione universale per la rinascita della verità cristologica e trinitaria. Perciò, anziché seguire la navigazione marittima, che sarebbe stata più rapida nel ritorno in patria, scelse la via terrestre e fluviale per trasmettere alle comunità che incontrava lungo il viaggio il verbo niceno. Lo vediamo fermarsi soprattutto nella città di Sirmio nella speranza di guadagnare alla sua dottrina il vescovo Germinio, che al Concilio di Milano aveva avuto tra i suoi avversari. Qualcosa di simile aveva fatto Ilario di Poitiers al ritorno dall'esilio. Di questi fatti ci informa il testo della Altercatio Heracliani laici cum Germinio episcopo Sirmiensi, parlando di un avvenimento più tardo quale fu nel 366 la disputa di Germinio con Eracliano(73). In essa il vescovo di Sirmio si vantava di aver ricevuto a suo tempo un' approvazione dottrinale dai due grandi teologi occidentali Ilario ed Eusebio. E qualche frutto la visita di Eusebio a Germinio dovette produrlo, se pochi anni dopo il vescovo di Sirmio si staccò dagli irriducibili ariani Ursacio e Valente, che erano stati i suoi principali consiglieri, e sottoscrisse una formula di fede più vicina al Credo di Nicea. Eusebio tornò alla sua Vercelli con il desiderio di testimoniare il Vangelo e con il proposito di potenziare la vita monastica nel clero e

nel popolo, coadiuvato dal presbitero greco Limenio, che sarà poi il suo successore, e dal siriaco Evagrio, che aveva portato con sé dall'Oriente. A lui, che più tardi divenne vescovo di Antiochia, affidò la traduzione in latino della Vita di Antonio, scritta da Atanasio all'indomani della morte del santo eremita, che Gregorio Nazianzeno considera «una regola monastica sotto forma di racconto» (74).

 Sulla scia di Eusebio qualche anno più tardi istituiranno la vita monastica per il clero anche Martino in Gallia e Agostino in Africa. Eusebio preparava nel cenobio i presbiteri come missionari itineranti; egli, dice Ambrogio di Milano, «pur abitando in città mantenne le abitudini dei monaci e con 1'austerità del digiuno governava la Chiesa» (75).Contribuì a fondare le nuove diocesi di Novara, Tortona e Ivrea, i cui primi vescovi furono scelti tra i suoi presbiteri (76). Una conferma dell' azione evangelizzatrice di Eusebio ed Ilario è nella notizia che li vede presenti insieme nell' anno 364 a Milano a combattere 1'ariano Aussenzio, che era vescovo dal tempo del Concilio milanese nel 355 (77). Riconquistare Milano era il traguardo decisivo per sottrarre l'Italia e l'Occidente all' Arianesimo, e i due vescovi andarono nella città accompagnati da altri colleghi, per far propaganda tra i fedeli alla dottrina nicena. All'imperatore domandarono la deposizione di Aussenzio come eretico, e questi replicò all'imperatore che anche Ilario era stato radiato dalla sua diocesi. Proprio Ilario è la fonte di questa notizia, e noi possiamo pensare che Aussenzio abbia rivolto una simile accusa anche ad Eusebio. Quella volta i due teologi furono messi alla porta dal1'imperatore Valentiniano, che dopo la breve parentesi di Gioviano era succeduto nella guida dell'impero allo sfortunato Giuliano 1'Apostata. Questi infatti era stato ucciso sull'Eufrate mentre si accingeva a combattere contro i Parti nel 363, a poco più di un anno dalla sua elezione. Valentiniano, per ragioni prevalentemente di quiete pubblica, dava ragione nella controversia ad Aussenzio, lasciandolo nella sede di Milano, dove dopo la sua morte nel 374 sarebbe stato eletto Ambrogio vescovo successore. Aussenzio infatti, in una lettera all'imperatore, aveva negato di essere ariano e aveva giurato che lui seguiva la vera fede. Valentiniano, non volendo entrare nella valutazione dottrinale, stabilì che il vescovo Aussenzio dovesse rimanere a Milano, mentre Eusebio ed Ilario dovettero tornare alle loro diocesi. «Dopo questa notizia - conclude Simonetti - null' altro sappiamo dell' attività anti-ariana come di Ilario, così anche di Eusebio.

 Da Milano 355 a Milano 364: nel breve arco di dieci anni si svolse e si esaurì la parabola dell' attività di Eusebio in difesa della fede Nicena contro gli Ariani. In sostanza tutto quanto sappiamo di lui, in una sequenza di episodi che lo videro a volte protagonista, a volte comprimario, sempre in posizione di rilievo. Troppo poco ci è rimasto scritto da lui per poterlo conoscere più da vicino, soprattutto quanto alla sua interpretazione della fede Nicena. Il fatto che di lui in antico si conobbe soltanto la traduzione del Commento ai Salmi di Eusebio di Cesarea fa intendere che egli non ritenne opportuno corredare alla sua azione anti-ariana un'omologa attività letteraria, come invece fecero Ilario e Ambrogio. Ma quanto attraverso la sua azione politica intravediamo di dottrinalmente significativo, ci fa intendere senza ombra di dubbio che Eusebio fu in grado di ripensare autonomamente e in profondità i dati dottrinali della controversia. La chiarezza della sua professione di fede fondò 1'efficacia della sua azione politica. E l'attento studio di tale azione permette di concludere che il prestigio di cui Eusebio di Vercelli fu circonfuso fin dal suo primo apparire alla ribalta della storia appare pienamente giustificato. Tanto più si resta col rammarico di poter conoscere tanto poco e solo dall'esterno un personaggio di tale statura» (78).

 

 

(*) Il presente articolo apparirà negli «Atti» del Convegno Nazionale: La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Cagliari 10-12 ottobre 1996.

(1) Eusebius, natione Sardus et ex lectore urbis Romae Vercellensis episcopus (HIER. Vir.ill. 96); si veda GIROLAMO,Gli uomini illustri, a cura di A. Ceresa Gastaldo, Firenze 1988, p. 200. Per una bibliografia essenziale su Eusebio rimando a E. CROVELLA, S. Eusebio di Vercelli. Saggio di biografia critica, Vercelli 1961, p. 7 ss. e L. DATTRINO, Eusebio di Vercelli, in Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, Casale Monferrato 1983, I, col. 1300.

(2) Girolamo, nato a Stridone in Dalmazia attorno al 347, andò giovanissimo a Roma verso il 364 per compiere gli studi; nel 385, dopo la morte del Papa Damaso, partì per l'Oriente e visse a Betlemme fino alla morte.

(3) Gli altri tre «uomini illustri» dei quali Girolamo scrisse la biografia sono il romano Seneca e gli ebrei Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio.

 (4) Eusebio parti per l'esilio nel 355 e tornò a Vercelli nel 362.

(5) HIER. Vir.ill. 96. Girolamo aggiunge nella Ep. 61,2: «Eusebio di Vercelli ...ha riportato nella nostra lingua i commenti a tutti i Salmi di un altro eretico, anche se le pagine contenenti le eresie le ha saltate, limitandosi a tradurre soltanto i passi migliori»; cfr. Ep. 112,20: «Apud Latinos autem Hilarius Pictaviensis et Eusebius Vercellensis episcopus Origenem et Eusebium transtulerunt, quorum priorem et noster Ambrosius in quibusdam secutus est» (si veda P. MELONI, Il profumo dell'immortalità. L'interpretazione patristica di Cantico 1,3, Roma 1975, p. 207). Del Commento ai Salmi di Eusebio di Cesarea ci parla HIER. Vir.ill. 81.

(6) Il 1996 è il 35° anniversario della proclamazione di Eusebio «patrono del Piemonte» avvenuta il 24 novembre del 1961 con un «Breve» del Papa Giovanni XXIII in risposta alla richiesta dell'arcivescovo di Torino Card. Maurilio Fossati (che fu vescovo in Sardegna a Nuoro dal 1924 al 1929 e a Sassari dal 1929 al 1931). Sant'Eusebio fin dal XVI secolo era patrono del Ducato di Savoia.

(7) Molte sono le notizie storiche tramandate dalle fonti su Eusebio. I suoi scritti sono invece pochissimi. La filologia più rigorosa riconosce soltanto due «lettere» come scritte di suo pugno: A Costanzo imp. Augusto e Ai presbiteri e ai fedeli di Vercelli, Novara, Ivrea e Tortona; il testo critico è in Eusebii Vercellensis episcopiquae supersunt, ed. V. Bulhart, CCL IX, Turnholti 1957, pp. 103-109; una raccolta dei testi e di tutte le fonti si trova ora in: S. Eusebio di Vercelli (Documenti e osservazioni storico-teologiche), a cura di M. Capellino, Vercelli 1996. Sulle questioni relative alla paternità di una terza «lettera» e sull'attribuzione del De Trinitate pseudo-atanasiano fa il punto la relazione di MANLIO SIMONETTI, Status quaestionis sugli scritti eusebiani, al presente Convegno su «La Sardegna paleocristiana», Cagliari 10-12 ottobre 1996 (gli Atti sono in corso di stampa).

(8) AMBR. Ep. extra coll. 14, 68.

(9) HIPPOL. Philosophumena 9,12; sull'argomento si veda A. PIRAS, Appunti su alcune specificità del cristianesimo in Sardegna, in Theologica et Historica V, Cagliari 1996, p. 151. L'imperatore Commodo, figlio di Marco Aurelio, fu strangolato nel 192 sul Colle Celio, vicino a quella che poi sarà la casa di Gregorio Magno.

(10) Catalogus Liberianus, seguito dal Liber Pontificalis, ed. L. DUCHESNE,I, Paris

1955; cfr. A. PIRAS, Appunti ..., cit., p. 152. Ponziano fu esiliato in Sardegna insieme con il presbitero romano Ippolito sotto Massimino il Trace.

(11) Salona era sul Mare Adriatico in Dalmazia, oggi in Croazia. Anche il vescovo di Roma degli anni di Diocleziano era un dalmata, il Papa Caio (283-296), forse parente dell'imperatore.

 (12) Galerio nel 311 aveva concesso una certa libertà ai cristiani, domandando loro una preghiera per la sua guarigione da un tumore che lo affliggeva; pochi giorni dopo morì. In Sardegna la persecuzione fu forse più blanda perché Costanzo Cloro, l'Augusto che comandava in Occidente, padre di Costantino, non attuò totalmente i decreti di Diocleziano; Costanzo Cloro, che aveva sposato Elena, figlia di un «taverniere» della Bitinia, morì in Britannia a Eboracum (York) nel 306, lasciando suo erede Costantino.

(13) La residenza patrizia dei Laterani era stata confiscata da Nerone. La moglie di Costantino, Fausta, la donò al vescovo di Roma Melchiade, e dal 313 fu abitata dai pontefici; Costantino vi fece erigere accanto la Basilica, dedicata prima al «Salvatore» poi anche ai Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. Lì vicino fu edificato il «Battistero» di S. Giovanni in Fonte, nel quale più tardi il Papa sardo Ilaro (461-468) fece costruire una cappella dedicata a S. Giovanni Evangelista, per ringraziarlo di avergli salvato la  vita durante l'illegittimo «Concilio di Efeso» dell'anno 449: lo ricorda ancora oggi una iscrizione latina.

(14) «Al lettore spetta leggere quei brani che verranno predicati, cantare i versetti. benedire il pane e tutti  i frutti nuovi» (Liber Pontificalis).   La formula di «benedizione» del lettore diceva: «Se avrai compiuto questo compito con fedeltà e utilità, avrai parte con coloro che avranno servito la parola di Dio» (DTC 9,122 e 125): cfr. la preziosa biografia eusebiana di T. BOSCO, Eusebio di Vercelli nel suo tempo pagano e cristiano, Torino 1995, pp. 33-34.

(15) Al Concilio di Arles era presente anche il vescovo di Milano Mirocle. Sulla partecipazione di Quintasius e sui documenti e i problemi relativi cfr. O. ALBERTI, La Sardegna nella storia dei Concili, Roma 1964, pp. 3-7.

(16) Vita Constantini I, 3.

(17) Eusebio di Cesarea aveva sperimentato personalmente la prigione in Egitto, dopo aver visto morire martiri in Palestina molti suoi amici con il suo maestro Panfilo attorno al 310; cfr. Storia Ecclesiastica, l. VIII.

(18) Ario era discepolo di Luciano di Antiochia, il quale, pur essendo prete nella sua città, seguiva la linea teologica «alessandrina». Egli fu condannato quando ad Antiochia avvenne la rivalsa della cristologia «asiatica»; fu poi riammesso alla comunione ecclesiale e morì martire nella persecuzione. Sulle origini e lo sviluppo dell' «Arianesimo» si veda per tutti M. SIMONETTI, La crisi ariana nel IV secolo, Roma 1975.

 (19) Nell'aula del palazzo imperiale l'imperatore disse ai vescovi: «Gioisco nel vedere questa vostra assemblea, ma riterrò pienamente esauditi i miei voti soltanto quando vedrò che in tutti voi si è realizzata la più completa unanimità di idee e di intenti» (Vita Constantini 3,12,4); quel che avvenne quando Costantino diede la parola ai Padri Conciliari è l'emblema e il seme di ciò che stava per avvenire in tutto il secolo e oltre: «Una parte dei presenti cominciò ad incolpare chi gli sedeva a fianco, e questi presero a difendersi accusando a loro volta» (Vita 3,13,1; cfr. P. MELONI, Laici e impegno nella Società alle origini del cristianesimo, in Laici nella Chiesa e nella società, Roma 1987, pp. 118-127). Sull'influenza di Costantino nei confronti dei vescovi si veda R. FARINA, Il popolo nella Chiesa, secondo Eusebio di Cesarea, in Cristianesimo e istituzioni politiche. Da Augusto a Costantino, a cura di E. Dal Covolo e R. Uglione, Roma 1995, pp. 120-122.

(20) Egli rimaneva attaccato al cuore della Chiesa di Roma, dove la costruzione della Basilica di San Pietro sulla tomba del principe degli apostoli, dedicata da Papa Silvestro l'anno dopo Nicea neI 326 e compiuta nel 349, quando il nostro Eusebio era da quattro anni a Vercelli, diveniva il segno dell'unità e dell'universalità della Chiesa. Egli capiva che nella fondazione della nuova Bisanzio con il nome di Costantinopoli era presente l'idea di spostare ad Oriente il centro della Chiesa, come era avvenuto per il centro dell'impero.

(21) Papa Silvestro era morto il 31 dicembre 335. Pochi mesi era durato nel 336 il pontificato del romano Marco, che pure fece in tempo ad iniziare la costruzione della chiesa di S. Marco a Roma; è la chiesa che neI 1468 il Papa Paolo II (Pietro Barbo di Venezia) trasformò in chiesa dei Veneziani accanto al «Palazzo di Venezia».

(22) Il vescovo era Eusebio di Nicomedia. Costantino morì nella villa di Achyron e fu sepolto nella chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli. Costanzo ne curò con sfarzo i funerali quasi per dichiarare il suo intento di prendere in mano le redini dell'impero.

(23) In quasi tutte le diocesi dell'Oriente sedevano ormai vescovi «arianeggianti». Dalla Cappadocia nel 341 veniva in Occidente il primo vescovo dei Goti Ulfila, anche lui ariano, ordinato da Eusebio di Nicomedia a Costantinopoli, traduttore della Bibbia in lingua gotica.

(24) I vescovi occidentali, tra i quali il vescovo di Milano Protasio, scrissero una «Lettera Sinodale» accompagnata da un resoconto per il Papa Giulio, pregandolo di trasmettere le Decisioni del Concilio ai vescovi d'Italia, Sicilia e Sardegna; cfr. M. SIMONETTI, La crisi ariana..., cit., pp. 167-198. I vescovi orientali presentarono a Costante nel 345 a Milano un loro testo preparato per il Concilio di Serdica a Phlippopolis (od. Plovdiv in Bulgaria), chiamato la «Ektesis Makrosticos».

(25) Nel I secolo d.C. il suo illustre cittadino Q.Vibio Crispo, grande oratore ricordato da Quintiliano, era stato console a Roma per tre volte.

(26) MART. Epigr. 10,12.

(27) Notizie interessanti sul culto dei martiri e sull'archeologia cristiana a Vercelli saranno pubblicate negli «Atti» del Convegno Internazionale su «Eusebio di Vercelli e il suo tempo», tenuto a Vercelli il 15-16 dicembre 1995. 

(28) AMBR. Ep. extra coll. 14,2. Un libriccino intitolato S. Eusebio di Vercelli fondatore del Santuario di Oropa, Oropa 1961, p. 7, dice che Eusebio fu acclamato vescovo di Vercelli «benché d'origine straniera».

(29) Verosimilmente nella Basilica di S. Giovanni in Laterano il 15 dicembre 345, poiché le ordinazioni avvenivano prima del Natale, come arguisce dalla tradizione liturgica E. CROVELLA, S. Eusebio..., cit., pp. 36-37.

(30) Gli autori antichi quando descrivono la vita delle comunità cristiane del loro tempo sono totalmente assorbiti dalle discussioni teologiche e raramente parlano delle realtà sociali.

(31) MASS.TAUR. Sermo 71,3 (de ieiuniis et elemosinis).

(32) Cfr. IOANN.CHRYS., L'educazione dei figli 16-17 e P. MELONI, La pastorale dei Padri sulla famiglia, in «Parola, Spirito e Vita» 14 (1986), p. 214.

 (33) EUS. VERC. Ep. ad Vercellenses II,3.

(34) AMBR. Ep. extra coll. 14,66 e 71.

(35) Non ci è pervenuta l'opera di Eusebio di Vercelli né quella di Eusebio di Cesarea; possiamo farcene un'idea da quel che a noi è giunto del «Commento ai Salmi» di Origene.

(36) Eusebio - dice Ambrogio - «pur abitando in città mantenne le abitudini dei monaci e governò la Chiesa con la sobrietà del digiuno» (Ep. extra coll. 14, 66). Più tardi Martino introdurrà la vita monastica in Gallia nel 372 a Ligugé e Agostino a Ippona dopo il 387. Sulla vita monastica di Eusebio si veda M. CAPELLINO, Storia di S. Eusebio di Vercelli e spiritualità del suo cenobio nella Chiesa del IV secolo, Roma 1971; L. DATTRINO, Il cenobio eusebiano, in «Benedictina» 37 (1984), pp. 37-45.

(37) Nel 346 Papa Giulio scriveva una lettera in difesa di Atanasio per favorire il suo ritorno ad Alessandria. Nello stesso anno, mentre il siciliano Firmico Materno indirizzava a Costanzo e Costante il suo de errore profanarum religionum, nacque Tirannio Rufino a Concordia Sagittaria, battezzato ad Aquileia.

(38) Cfr. M. SIMONETTI, La crisi ariana..., cit., p. 212. Fu il vescovo di Mursa Valente a dare per primo a Costanzo la notizia della vittoria.

(39) Era amico della gens Aurelia, la famiglia di Ambrogio, che in quel tempo aveva forse 13 anni.

(40 ) Liberio si fece inviare da Atanasio un dossier teologico sottoscritto da 80 vescovi egiziani.

(41) Egli pensava di poter conquistare alla visione ariana Saturnino di Arles e tutti i vescovi della Gallia.

(42) LIBER. Ep. I ad Eusebium, CCL 9, p. 121; cfr  E. CROVELLA, S. Eusebio...cit., p. 127 ss.

(43) LIBER. Ep. II ad Eusebium I, 1-2.

(44) LIBER. Ep. III ad Eusebium I, 2-3.

(45) Relazione al Convegno di Vercelli del 15-16 dicembre 1995 (in pubblicazione).

(46) Sul numero dei vescovi presenti al Concilio cfr. M. SIMONETTI, La crisi ariana..., cit., p. 219. SOCRATE (II 36) e SOZOMENO (IV 9) parlano di 300 partecipanti, COSTANZO II nella Ep. ad Eusebium dice che erano pauci.

(47) CONSTANT. Ep. ad Eusebium 5: «Nos certe qui esse Dei famulos gloriamur, hortamur pariter ac monemus, ut consensui fratrum tuorum adherere non differas».

(48) EUS. VERC. Ep. ad Constantium 1-2. ILARIO DI POITIERS (Ad Const. I,8) dice che l'imperatore trattenne Eusebio per dieci giorni fuori dal Concilio; altre notizie ci danno LUCIFERO DI CAGLIARI (Moriendum 1) e ATANASIO (Hist. Arianorum 76).

(49) Liberio fu esule in Tracia a Berea, dove rimase per tre anni sotto la custodia

cautelare del vescovo ariano Demofilo. Berea è l'odierna Stara Zagora in Bulgaria a 150 Km. dal Mar Nero.

(50) Dionigi morì in esilio qualche anno dopo, come ricorda Ambrogio: «morì in esilio per causa della fede» (Ep.75a, 18); egli «chiese nelle sue preghiere di morire in esilio ... ed esalò la sua anima con una gloria che si avvicina al martirio» (Ep. extra coll. 14,70).

(51) 1 Sam 31,1-31 e 2 Sam 1,17-27. La storia e il «Canto di Deborah» sono in Gdc 5, 1-31; la vicenda di Gedeone è in Gdc 7,1-25.

(52) Lo testimoniano i ritrovamenti sepolcrali, tra i quali le «lamelle» che secondo

l'idea popolare dovevano indirizzare il defunto verso la «scala celeste».

(53) Avant'ieri 8 ottobre 1996 a Cesarea il presidente dello Stato d'Israele Ezer Weizmann ha accolto per la prima volta in terreno israeliano Yasser Arafat.

 

(54) Eleuteropoli si trovava vicino a Hebron, e corrisponde alla odierna Bet Guvrin; si veda la mia relazione al Convegno «La figura e l'opera di Lucifero di Cagliari: una rivisitazione», Cagliari 5-7 dicembre 1996 (in pubblicazione).

(55) Dieci anni prima era morto Pacomio, che aveva riunito una immensa moltitudine di monaci nei monasteri egiziani.

(56) EUS. VERC. Ep. ad Vercellenses; si veda la traduzione italiana in EUSEBIODI VERCELLI, La fede della nostra Chiesa, Comunità di Bose-Magnano 1995

57) EUS. VERC. Ep. ad Vercellenses I,2.

(58) II,1-2.

(59) II,6-III,2.

(60) IV,1-2.

(61) V,1-3.

(62) VII, 1-2.

(63) VII,4-5.

(64) IX,2-X,1.

(65) X,2.

(66) EPIPH. Panar.30,5; Epifanio dice che in quel tempo «solo Eusebio» custodiva la purissima fede di Nicea. Secondo il Simonetti Epifanio, come molti vescovi dell'Occidente, non riusciva a capire il fatto che alcuni respingessero il Credo di Nicea senza per questo ritenersi ariani; I veri ariani erano gli Anomei, che negavano la consustanzialità del Figlio (e anche dello Spirito Santo); semiariani erano gli Omei, che consideravano il Figlio simile ma non uguale al Padre, e gli Omeousiani che lo consideravano uguale nell'ousia. Gli Apollinaristi consideravano l'umanità di Cristo priva dell'anima. Mentre Eusebio e Lucifero erano in esilio, nel 357 e nel 358 si tennero due Concili a Sirmio e nel 359 i Concili a Rimini e a Seleucia; essi segnavano l'oscillazione tra fede nicena e ariana. Nel 360 al Concilio di Costantinopoli prevaleva ancora l'Arianesimo. Sulle complesse discussioni teologiche di quel periodo si veda M. SIMONETTI,  La crisi ariana..., cit., pp. 251-349.

(67) La Cappadocia aveva come capitale Cesarea, che in quel tempo aveva come vescovo l'ariano Dianio. A lui successe Eusebio, che nel 364 ordinò prete Basilio, il quale divenne poi vescovo di Cesarea nel 370.

(68) Sull'esilio egiziano di Eusebio e Lucifero si veda la mia relazione al Convegno su «Lucifero di Cagliari», Cagliari 5-7 dicembre 1996: «Quousque tandem abuteris Dei patientia, Constanti?». L'aspro linguaggio del vescovo Lucifero e le peregrinazioni del suo esilio (in pubblicazione).

(69) La decisione di Giuliano, secondo il Simonetti «permise di rimettere in discussione tutto l'assetto che Costanzo aveva dato alla Chiesa ... imponendo, mediante una generica professione di fede condivisibile anche dagli Ariani moderati, una soluzione politica al dibattito dottrinale» (Relazione al Convegno di Vercelli, 15-16 dicembre 1995, in pubblicazione).

(70) La comunità si trovava ad avere due vescovi, entrambi niceni ed entrambi eletti regolarmente (almeno nella forma per quanto riguarda Paolino). Lucifero, pur desideroso dell'unità, con l'ordinazione di Paolino mostrava di essere il meno adatto a contribuire alla pacificazione tra i gruppi ecclesiali; anzi egli poneva un tassello in più alla crisi della Chiesa d'Oriente, ed anche al dissenso tra questa e la Chiesa d'Occidente.

 

(71) Per gli scritti di Lucifero si veda G.F. DIERCKS, Luciferi Calaritani operaquae supersunt, CCL VIII, Turnholti 1978; per una bibliografia completa cfr. A. PIRAS, Luciferi Calaritani de non conveniendo cum haereticis, Roma 1992.

(72) Sul Concilio di Alessandria e sulla affermazione atanasiana riguardante il corpo di Cristo si veda M. SIMONETTI, La crisi ariana..., cit., p. 258 ss.      

(73)Sulla disputa del laico Eracliano, niceno convinto, con il vescovo Germinio, avvenuta il 13 gennaio 366, si veda M. SIMONETTI, Osservazioni sull'Altercatio Heracliani, in «Vetera Christianorum» 21 (1967), pp. 39-58.

(74) GREG. NAZ. Orat. 21,5. ,\

(75) AMBR. Ep. extra coll. 14,66.

(76) L'encomio attribuito erroneamente al suo allievo Massimo, vescovo di Torino dal 398, è credibile quando dice che Eusebio, «poiché era dotato delle attrattive della dolcezza, suscitò l'amore di tutti i cittadini verso Dio» (Ps. MAX.TAVR. Sermo7,2). Ben a ragione Girolamo affermò che «al ritorno di Eusebio l'Italia abbandonò le vesti del lutto» (Dial. adv. Luciferianos 19).

(77) HIL. PICTAV. Contra Auxentium 7 ss.

(78) M. SIMONETTRI, Relazione al Convegno di Vercelli, 15-16 dicembre1995 (in stampa). L'antica tradizione popolare affermò che il vescovo Eusebio riuscì anche a fondare i Santuari di Crea e di Oropa (ai quali avrebbe donato un simulacro della Santa Vergine portato dalla Terra Santa) ed inviò a Cagliari la cosiddetta «Madonna di S. Eusebio» (custodita nella Chiesa Cattedrale). Più accreditata è l'attribuzione ad Eusebio del prezioso «Evangeliario» pergamenaceo che si può ammirare nel Duomo di Vercelli, e che è databile al IV secolo.

*Vede la luce ora il volume degli «Atti del Convegno di Vercelli su Eusebio», opera preziosissima alla quale rimando per le citazioni che io avevo tratto, personalmente dalla viva voce dei relatori: Eusebio di Vercelli e il suo tempo, a cura di E. dal Covolo, R. Uglione, G.M. Vian, «Biblioteca di Scienze Religiose» 133, Roma 1997.

 

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