Parrocchia Sant'Eusebio - CAGLIARI

        

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Vita di Sant'Eusebio  

a cura di Mario Girau

dal libro"LA PARROCCHIA DI SANT’EUSEBIO 50 anni nel cuore di IS MIRRIONIS"  (Manca - Girau)

 

  “ Eusebio, natione sardus". Eusebio nato in Sardegna. Con questa dichiarazione san Girolamo  mette un punto fermo sulla vita del grande vescovo di Vercelli, patrono del Piemonte e anche della nostra parrocchia1.

Altre notizie certe, prima della sua elezione a vescovo di Vercelli, nel 345, riguardano la sua ordinazione a lettore, ex lectore urbis Romae.

Anche Sant'Ambrogio contribuisce ad aprire un altro squarcio di certezza sulla vita di Eusebio.

In una lettera del 396 scrive che "il santo Eusebio uscì dalla sua terra e dai suoi parenti e alla tranquillità della sua casa preferì le peregrinazioni"2.

Quando siano iniziati questi suoi viaggi, non è possibile dire con certezza. Nessuna data sicura soprattutto sulla sua partenza da Cagliari per la capitale dell'Impero, né sull'età del giovane al momento di lasciare l'isola. Si presume fanciullo o adolescente. "La vita antiqua" - la più antica biografia del santo scritta intorno al secolo VIII, considerata un panegirico con qualche dato storico più che una storia vera e propria3 - ricostruisce alcuni momenti importanti del soggiorno romano del nostro santo.

Ma senza fondamento storico. Così è detto che Eusebio aveva una sorella; che a Roma sarebbe stato battezzato da Papa Eusebio da cui prese il nome che porta per tutta la vita.

È invece certa, come abbiamo visto, la sua ordinazione a lettore, ex lectore urbis Romae. Un incarico, collocato anticamente al primo gradino della vita ecclesiastica, che presuppone un vero e proprio corso di studi e richiede uno stile comportamentale ben preciso, poiché, già prima della pace portata dall'imperatore Costantino, il servizio dei lettori nelle chiese principali diventa quotidiano. Ai lettori si raccomanda non solo di custodire materialmente i libri sacri e - come prescrive il Liber Pontificalis - leggere quei brani della Bibbia che verranno predicati, cantare i versetti, e benedire il pane e tutti i frutti nuovi, ma anche che "Abbiano abiti festivi e siano nel luogo delle letture finché tutto il popolo sia radunato... Ogni giorno in chiesa si radunino all'alba il prete, il suddiacono, i lettori e tutta la gente, e diano voce ai salmi, alla lettura delle Scritture e alle orazioni secondo le raccomandazioni degù Apostoli"4.

Come oggi, anche ai tempi di Eusebio l'ufficio di lettore è conferito dal vescovo con la consegna del libro delle Scritture. Di regola è proibito che a questo incarico siano chiamati giovani di età inferiore a 22 anni, ma non mancano esempi anche numerosi di autorevoli eccezioni.

 

 

 

'GIROLAMO, Gli uomini illustri, a cura di A. CERESA CASTALDO, Firenze 1988, pag. 288 'AMBROGIO, Ep. Extra coM4.68

'T.BOSCO, Eusebio di Vercelli nel suo tempo pagano e cristiano, ELLE DI CI, 1995,pag. 234 *Dictionnaire d'archeologie chretienne et liturgie,.Paris 1907-1953

 

 

 

Tre Papi - Liberio (352-366), Damaso (366-384) e Siricio (384-399) - furono lettori da ragazzi5. Se Eusebio ha rispettato la regola e, come sembra, il lettorato gli è stato conferito, probabilmente da Papa Silvestro all'inizio del suo pontificato, cioè nel 314, il nostro patrono dovrebbe essere nato in­torno al 292.

Sono tempi, quelli, di pace religiosa, ma non di pace teologica. Con il cosiddetto "Editto di Mi­lano" del 313, ognuno è lasciato libero di scegliere la religione che vuole seguire. La Chiesa diventa libera. Quanto le è stato tolto durante la persecuzione di Diocleziano deve esserle restituito. Migliora notevolmente la condizione del clero, che viene dotato di privilegi come quelli che i sacerdoti pagani possiedono da tempo. Ai vescovi sono concessi diritti e onori uguali a quelli riservati ai senatori. Alla Chiesa è ricono­sciuta personalità giuridica6. "Nella sua importanza, a quel tempo ancora non valutabile, e nel suo effetto storico quello di Milano è l'editto della libertà di coscienza"7.

La controversia ariana

Ora che la vita dei cristiani non è più minacciata da alcuna persecuzione, il vero pericolo per la Chiesa viene dal suo interno, dalle numerose controversie dottrinali in Oriente e in Occidente. Tra le più importanti le controversie trinitaria, cristologica e sulla santità della Chiesa.

Eusebio si trova coinvolto direttamente, suo malgrado, nella controversia trinitaria, che ha per protagonista Ario, oriundo della Libia, un prete che viveva ad Alessandria. "Ario veniva da una scuola che in Gesù non vedeva Dio, ma una creatura dotata di forze divine.

E proprio ciò insegnava anch'egli con la parola e gli scritti; soltanto che egli elevava Gesù il più possibile vicino a Dio. La se­conda persona della Trinità, il Figlio, non è consustanziale al padre e quindi per la sua essenza non è Dio. Cristo Logos, secondo la dottrina di Ario, non è nato dal padre, ma è la prima creatura che Dio fece dal nulla. Ma egli è così intimamente assimilato alla volontà di Dio da essere accolto da lui come Figlio"8. Ad Alessandria tutto il clero, sotto la guida del vescovo Alessandro e del suo diacono Atanasio, si schiera contro Ario, che viene escluso dalla Chiesa.

 

 

 T. BOSCO, op.cit. pagg. 33 segg.

 'Costantino mira a instaurare la monarchia politica universale e a svolgere un funzione di ordinatore anche all'interno della Chie­sa, al punto che S. MAZZARINO ha definito quell'imperatore " vescovo dei laici" (Cfr. E. DAL COVOLO, "Il Capovolgimento dei rapporti tra la Chiesa e l'Impero nel secolo di Eusebio di Vercelli", in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Ma­gno, Atti del Convegno nazionale di studi, Cagliari 10-12 ottobre 1996

7J. LORTZ, Storia della Chiesa. Considerata in prospettiva di storia delle idee, voi. I, Ed. Paoline, Roma, 1980, pag. 167-168 8J. LORTZ, op.cit. voi. I, pag. 189

 

 

 

 

 

 

 

La disputa e la contrapposizione tra sostenitori di Ario e suoi oppositori si estende fino a coinvolgere tutta la cristianità. L'imperatore Costantino, che voleva e cercava in tutti i modi l'unità nella Chiesa, prova a intervenire per risolvere il problema. Scrive una lettera ai due protagonisti e forse con la collaborazione di Papa Silvestro convoca nel 325 un concilio a Nicea, nell'Asia Minore, che si conclude con la professione di fede ancora oggi ripetuta nel "Credo" della liturgia: il Figlio è "Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, consustanziale al Padre". Ario è scomunicato ed esiliato insieme con alcuni vescovi suoi seguaci. Anziché calmare le acque le conclusioni del Concilio di Nicea - tra l'altro decreta la data della festa pasquale - aprono la strada a più forti dissidi, alimentati dall'appoggio che gli imperatori danno all'Arianesimo. Il via a nuove dispute parte dallo stesso Costantino, che fa rientrare Ario dall'esilio e nel 335 manda nella città di Treviri, al confino, come perturbatore della pace religiosa, Atanasio, diventato nel 328 vescovo di Alessandria e anima dell'opposizione contro l'arianesimo. È il segno che Costantino dà man forte ai vescovi ariani9. Nel 335 muore Ario, due anni più tardi viene meno Costantino il Grande e l'impero è diviso tra i suoi figli: Costantino junior diventa l'Augusto dell'Occidente con residen­za a Treviri; Costanzo, 20 anni, Augusto dell'Oriente con capitale Costantinopoli; Costante, 17 anni, Augusto della zona centrale, tra Oriente e Occidente, con residenza Sirmio.

"Esiliando i vescovi fedeli alla dottrina di Nicea l'imperatore Costantino, che mai avrebbe permesso di cancellare il Credo del "suo" Concilio, aveva sostenuto di fatto gli ariani e aveva trasmesso ai propri figli la convinzione che l'azione politica dovesse appoggiarsi preferibilmente alla reli­gione ereticale"10.

Eusebio eletto vescovo

Sono anni difficili per i vescovi favorevoli ai risultati del Concilio di Nicea, soprattutto per Atanasio esiliato ancora una volta. Questa volta a Roma, a partire dal 339, dove sicuramente il nostro Eusebio lo conosce e frequenta approfondendo direttamente la dottrina trinitaria dell'Oriente.

Ma la divisione tra Oriente e Occidente - il primo filo ariano, il secondo filo niceno - è ormai in atto, con un progressivo avanzare della dottrina di Ario anche nella parte più europea dell'impero. A nulla valgono i tentativi di riaprire il dialogo tra le due parti fatti con il Concilio di Serdica (Sofia) nel 343-344 e a Milano nel 345 alla presenza di Protasio, vescovo di quella città. "L'Italia settentrionale - scrive Pietro Meloni - era la zona più vulnerabile, poiché confinava con la regione balcanica impregnata del pensiero ariano orientale. Aquileia, città cerniera tra Est ed Ovest, insieme a Verona e Brescia, era a quel tempo, a nord del fiume Po, una delle poche diocesi oltre all'antica diocesi di Milano.

 

 

 

'P.MELONI, Eusebio di Vercelli "natione sardus", vescovo, confessore, monaco, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del convegno nazionale di studi Cagliari, 10-12 ottobre 1996, Cagliari, 199, pag.336 '"P.MELONI, op.cit., pag.337

 

 

 

 

 Nel Piemonte nessuna comunità era stata costituita in diocesi. Papa Giulio prospettò perciò la necessità di costituire una nuova diocesi per l'evangelizzazione del Nord e la scelta cadde sulla città di Vercelli"11.

Una delegazione papale si recò nella città piemontese, entrata nell'orbita di Roma all'inizio del 200 a.C, strategicamente importante perché alla confluenza di strade percorse da un grande traffico. Non lontano da Vercelli, ai Campi Raudi, il console Mario distrusse la tribù germanica dei Cimbri. A una trentina di chilometri a Nord-Ovest, presso Vittumuli (ora San Secondo di Salussola) si trovano le miniere d'oro vercellesi, ricordate da Plinio il Vecchio intorno al 70 d.C.12

Della delegazione fa parte anche Eusebio, che papa Giulio(337-352) avrebbe visto volentieri alla guida della nuova diocesi. Secondo la tradizione il vescovo veniva eletto, scelto, per acclamazione dal popolo, che in quel gesto vedeva il manifestarsi della volontà divina. Una procedura rispettata anche per Eusebio, come conferma Sant'Ambrogio. Il vescovo di Milano nel 396 scrive ai vercellesi, in difficoltà nella scelta del secondo successore di Eusebio, e ricorda così l'elezione del fondatore: "(Voi siete) i figli di quei padri esemplari che appena videro il santo Eusebio, dimenticando i propri concittadini, lo elessero immediatamente, anche se non l'avevano mai conosciuto. Bastò ad eleggerlo il tempo necessario a conoscerlo". E aggiunge :" Educati da un santo Confessore, dovete essere tanto migliori dei vostri padri quanto migliore fu il maestro che istruì e formò.. .Egli governò la chiesa con sobrietà. Giustamente il mondo lo guardava per imitarlo"13.

L'ordinazione episcopale avviene a Roma, per le mani del Papa Giulio, che più di tutti ha desiderato l'elezione di Eusebio14. Da questo momento la vita del nuovo vescovo sarà tutta spesa per il bene della sua chiesa locale e in difesa dell'ortodossia.

Nell'attività pastorale interna alla diocesi di Vercelli, molto più vasta dell'attuale, si estendeva infatti a buona parte del Piemonte e della Valle d'Aosta, colpisce l'attenzione riservata da Eusebio alla formazione sia dei fedeli sia dei presbiteri. Nella lettera scritta dall'esilio "ai santi che vivono nella fede, alle genti di Vercelli, di Novara, di Ivrea, di Tortona", è possibile, dalle opere dei cri­stiani vercellesi, risalire all'apostolato, all'insegnamento e alla predicazione del vescovo. "Gioisco, fratelli carissimi, della vostra fede, gioisco della salvezza che segue la fede, gioisco dei frutti che offrite non solo a chi è accanto a voi, ma anche a chi è lontano". Eusebio si paragona all'agricoltore " che fa gli innesti sull'albero buono che per i suoi fratelli non verrà abbattuto dalla scure né sarà destinato al fuoco, così anche noi non solo vogliamo offrire il nostro servizio alla vostra santità con le normali fatiche, ma anche spendere le nostre vite per la vostra salvezza". I suoi diocesani sono cresciuti tanto nella fede al punto che hanno proteso "i rami robusti carichi di frutti, e avete faticato per farli giungere fino a me attraverso i lunghissimi spazi della terra. Sono felice come agricoltore, e raccolgo i vostri frutti, poiché così voi avete voluto... Avete colmato di gioia il mio cuore perchè avete osservato i comandi divini"15.

 

 

Il secolo di Eusebio è anche il secolo dell'inizio del monachesimo. Conquistata la libertà e il conseguente verificarsi di conversioni in massa, nella Chiesa il livello della vita religiosa e morale si abbassò in modo preoccupante. Conclusa o quasi la stagione dei martiri, testimoni e punti di riferimento delle comunità, il monachesimo crea nuovi vivai di eroismo cristiano, nei quali, pur in mezzo a un mondo totalmente diverso, si potevano ancora coltivare i supremi ideali del Cristianesimo e i gradi eroici delle virtù prettamente cristiane16. Uno stile di vita che si diffonde inizialmente in Oriente. La prima figura storicamente accertata di eremita cristiano è l'egiziano Antonio (+ 356). In Occidente il primo annuncio del nuovo genere di vita è portato da sant'Atanasio, durante il suo esulo a Roma, nel periodo, cioè, in cui anche Eusebio si trova in quella città tra i più stretti collaboratori del Papa.

L'organizzazione della vita monastica è "copiata" da Eusebio per coniugare insieme, nella preparazione di presbiteri e chierici, formazione spiritual-religiosa e culturale. In quel tempo non è raro trovare sacerdoti con ridotte conoscenze della Scrittura. Anche Sant'Agostino lamenta la turba di preti campagnoli e illetterati.

Eusebio provvede a questa sua esigenza di vescovo con l'istituzione di un cenobio (comunità di vita). È il seminario dei tempi antichi, con una particolarità in più: egli vive in questa comunità sacerdotale diversa dal monastero. In quest'ultimo, infatti, vivono laici, che pensano alla propria santificazione e non già, come nella comunità eusebiana, a prepararsi al presbiterato e alla missione. Jean Danielou scrive: "Il monachesimo continuava a espandersi in Italia, in Africa, in Spagna, in Gallia: comunità ancora molto simili ai loro modelli orientali.. .Qualche cosa di molto diverso e di molto più originale appare per la prima volta con Eusebio, vescovo di Vercelli, in Piemonte, a partire dal 345 circa.. .Vescovo, Eusebio volle anche essere monaco: radunò così intorno a sé i membri del suo clero per condurre in comunità con essi una vita di tipo ascetico"17. Una scuola sacer­dotale da cui usciranno diversi vescovi: san Massimo, primo vescovo di Torino, si dichiara alunno del cenobio e figlio spirituale di Sant'Eusebio; Sant'Onorato terzo vescovo di Vercelli, san Gaudenzio vescovo di Novara.

La vita di Eusebio nel 355 subisce una svolta. È la solita controversia ariana, ben lontana dall'essere risolta, a coinvolgere - questa volta in prima persona - il vescovo di Vercelli. L'imperatore Costanzo, rimasto unico sovrano d'Oriente e Occidente, ripristinata la "pax politica" armi in pugno - la più sanguinosa battaglia nel 351 a Mursa ( l'odierna città croata di Osijek) contro l'usurpatore Magnenzio - intende riportare ordine nella Chiesa. Circondato da vescovi ariani, Costanzo è convinto che vero grande ostacolo sulla via dell'unità ecclesiale sia Atanasio. Il nuovo papa Liberio, succeduto a papa Giulio nell'aprile del 352, è un acceso sostenitore di Atanasio, strenuo difensore

 

  

 

 

 

"P. MELONI, op.cit. pag.338

"T.BOSCO, op.cit. pag. 86

"AMBROGIO, Ep., extra coll.14,2

"Probabilmente nella basilica di san Giovanni in Laterano il 15 dicembre 345  

 EUSEBIO, Epistula ad Vercellenses, II, 3

■J.LORTZ, op.cit. voi. Ipag.226

7J.DANIELOU-H.MARROU, Nuova Storia della Chiesa, 1, Marietti, 1970

 

 

 

 

del simbolo di Nicea18. Vuole appellarsi all'imperatore per difendere l'unità e la verità e a questo scopo invia nel 353 due vescovi ad Arles, dove Costanzo si tratteneva in quel tempo, per chiedere la convocazione di un concilio ad Aquileia. L'imperatore risponde convocando il concilio ad Arles in modo da poterlo pilotare direttamente. Ancora una condanna per Atanasio, accusato tra l'altro di connivenza con lo sconfitto Magnenzio, così che per lui si apre la strada di un nuovo esilio. A questo punto nelle vicende sull'ortodossia si inseriscono due sardi, Lucifero" ed Eusebio. Il primo, vescovo di Cagliari, incoraggia Liberio a scrivere una lettera all'imperatore perché riunisca un nuovo concilio in una città raggiungibile da un maggior numero di vescovi. Il papa accetta il suggerimento e incarica lo stesso Lucifero di recarsi alla corte imperiale per portare il messaggio pontificio e perorare la richiesta.

Una missione delicata, affidabile solamente a una persona che gode di tutta la stima del Papa, e così era, se, quando nel 353 il vescovo di Cagliari si reca a Roma, viene accolto onorevolmente "perché erano ben noti di lui il disprezzo del mondo, lo studio delle sacre lettere, la purezza di vita, la costanza della fede, la grazia divina"20. Anzi la sua presenza a Roma in quel momento viene da Liberio considerata provvidenziale21.

Una delegazione formata da Lucifero e da due delegati del Papa, il diacono Ilario e il presbitero Pancrazio, è inviata da Liberio alla corte di Milano, residenza dell'imperatore. Poiché conosce animosità e impulsività del vescovo di Cagliari, quindi poco diplomatico, il pontefice intende af­fiancargli un altro vescovo di suo fiducia, Eusebio appunto, al quale tra il 353 e il 354, in una da­ta imprecisata, scrive un lettera pregandolo di coadiuvare e assistere Lucifero nella sua ambasceria presso l'imperatore. Forse non senza qualche esitazione, Eusebio accetta, facendo felice il Papa che in una seconda lettera scrive: "Ti affido il nostro fratello vescovo Lucifero e i miei carissimi figli Pancrazio presbitero e Ilario diacono.. .unisci la tua fede alla loro e sii presente con la tua santità, e fate insieme nella parola e nel consiglio ciò che è gradito a Dio ed è conveniente per la Chiesa cattolica"22. In una terza lettera ancora più accorata Liberio raccomanda a Eusebio di uni­re la sua fede a quella dei suoi rappresentanti: 'Agirete concordi con la stessa parola, con lo stes­so disegno, e farete quello che piace a Dio e ai suoi angeli, ed è utile alla Chiesa cattolica"23.

 

 

 

 

 

 

 

I8LIBERI0 (352-366). Il suo pontificato fu tormentato proprio dalla questione ariana. Per questa subì l'esilio a Berea in Tracia nel 355. Al suo posto l'imperatore Costanzo impose l'elezione a vescovo di Felice II, in pratica un antipapa. Nella disperazione dell'e­silio la fedeltà di Liberio al Credo di Nicea si attenua al punto che firma una dichiarazione in cui l'identità sostanziale tra Padre e Fi­glio diventa somiglianza. Rientrato a Roma nel 358 il suo prestigio è ciliarmente diminuito anche se il popolo, ignaro di questioni teologiche, gli è sempre molto legato. Dopo la morte di Costanzo, nel 361, Liberio ritorna alla formula di Nicea (in A.FRANZEN-R.Baumer, Storia dei papi, Edizione Club della Famiglia, Milano, 1993)

"La vita e l'opera di Lucifero ( vescovo di Cagliari tra il 350 e il 370) sono state al centro di importanti studi a cura, tra gli altri, di O.P ALBERTI (La Sardegna nella storia dei Concili, Roma, 1964), A. FIGUS (L'enigma di Lucifero di Cagliari, Cagliari, 1973), P.M. MARCELLO( Imposizione di Lucifero di Cagliari nelle lotte antiariane, Lode-Nuoro, 1940), P. MELONI in numerosi artico­li. Per una bibliografia aggiornata su Lucifero si veda A. PIRAS, Luciferi Caralitani de non conveniendo cum haereticis, Roma, 1992.

2°0. ALBERTI, La Sardegna nella storia dei concili, Libreria editrice della pontificia Università Lateranense, Roma, 1964, pag. 13. z'"Deo procurante", si legge nella prima lettera di papa Liberio a Eusebio zzCfr. P. MELONI, Eusebio di Vercelli "natione sardus", cit. pag. 342 "E.CROVELLA, S.Eusebio di Vercelli, SET Eusebiana, Vercelli, 1961

 

 

 

 

 

 

Tra il 353 e il 354 si forma una delegazione papale, formata da Lucifero di Cagliari, Pancrazio, Ilario, Eusebio di Vercelli e Fortunaziano di Aquileia, incaricata di presentare la richiesta di un nuovo Concilio. L'imperatore accetta e stabilisce che si celebri a Milano.

Da quanto si è visto, balza evidente che Eusebio è l'uomo di fiducia del Pontefice romano. Manlio Simonetti spiega così il ruolo da protagonista che i fatti assegnano al vescovo di Vercelli: ""Anche se l'esito del nuovo concilio non sarebbe stato quello che Liberio si augurava, dal suo svolgimento emerge l'importanza addirittura decisiva che la presenza di Eusebio rivestiva agli occhi non soltanto dei sostenitori di Atanasio, ma anche dei loro avversari e addirittura dell'imperatore. Questo grande prestigio evidentemente non gli derivava dall'importanza della sede episcopale, che era di una allora modesta città di provincia, ed era legato proprio alla sua persona. Ben poco, anzi quasi niente, sappiamo di lui prima dei fatti che stiamo rievocando, ma se connettiamo questa evidente notorietà con la notizia che egli era stato, anni prima, lettore nella chiesa di Roma, vale a di­re allora unica d'Occiente in cui chi ne avesse vaghezza poteva informarsi adeguatamente riguardo ai temi dottrinali e politici che erano oggetto della controversia, è facile ipotizzare che Eusebio, risiedendo a Roma, avesse acquisito in materia tale competenza da presentarsi, nel contesto di una generalizzata ignoranza dell'episcopato occidentale sull'argomento, come uno dei pochissimi in grado di orientarsi con sicurezza in un contenzioso di non facile approccio"24.

Il concilio di Milano inizia senza che Eusebio sia presente. Il vescovo non è molto convinto della capacità dei "padri conciliari" di resistere alle capacità dialettiche dei filo ariani e alle pressioni della corte imperiale, perciò rimane a Vercelli. La sua assenza preoccupa Lucifero e gli altri membri della delegazione inviata dal Papa, che lo sollecitano, ma senza esito, ad affrettare il suo arrivo. Eusebio rimane nella sua diocesi, mentre a Milano i vescovi favorevoli alla dottrina di Ario continua­no nella campagna di proselitismo. Per completare la loro opera e costringere anche i più restii -uno di questi era Lucifero - a sottoscrivere le tesi contrarie al Credo di Nicea, scrivono a Eusebio invitandolo a unirsi da Vercelli alla condanna di Atanasio. Il vescovo Germinio di Sirmio, che gli re­capita la lettera, cerca di convincerlo anche a voce. Sono tutte prove del prestigio del nostro santo e dell'importanza attribuita alla sua firma per far recedere Lucifero dalla sua intransigenza. L'ultimo tentativo lo compie lo stesso imperatore che invia a Eusebio una lettera personale: "Ti esorto e ti ammonisco di non tardare a unirti al consenso dei tuoi fratelli", scrive Costanzo. A quel punto Eusebio si rende conto che non può continuare la sua politica di disimpegno. Deve scendere da quel che sembra il suo personale "Aventino". Prendendo a pretesto l'informazione insufficiente ricavata sia dalla lettera dei vescovi sia dal colloquio con la delegazione conciliare, fa presente all'imperatore la sua intenzione di recarsi subito al concilio25. La notizia mette in fibrillazione i filo ariani, al punto che l'imperatore costringe Eusebio a dieci giorni di anticamera prima di aprirgli le porte dell'aula conciliare. Arrivato il momento, al vescovo di Vercelli viene chiesto immediatamente di firmare la condanna di Atanasio. Eusebio risponde con un'altra richiesta: prima di proseguire i lavori bisogna accertare l'ortodossia dottrinale di tutti i vescovi con la proclamazione della "professione di fede"

 

 

 

  

24M. SIMONETTI, Eusebio nella controversia ariana, in Eusebio e il suo tempo, a cura di E. DAL COVOLO-R.UGLIONE-G.M.VIAN,

Roma, 1997, pag. 157

25M. SIMONETTI, op.cit, pag. 158

 

 

 

 

 

 

 

 

 

approvata 30 anni prima al concilio di Nicea, la cui validità era fuori discussione per tutti, perché quel credo non era mai stato abrogato. Una richiesta destinata a far cadere in contraddizione i sostenitori di Ario, che, infatti, fanno degenerare la discussione in un tumulto, fino all'interruzione dei lavori conciliari che proseguiranno nel palazzo imperiale. Prevale alla fine la prova di forza e solamente tre vescovi rimangono a difendere l'ortodossia: Dionigi di Milano, Lucifero di Cagliari ed Eusebio di Vercelli, che non sottoscrivono la condanna di Atanasio. Costanzo, che non amava il dissenso, fa come aveva fatto a suo tempo suo padre Costantino e invia in esilio i tre: Euse­bio a Scitopoli in Palestina, Lucifero a Germanicia in Siria e Dionigi in Armenia.

 

 

L'esilio

Partito in esilio nel giugno del 355 da Milano, Eusebio arriva, probabilmente alla fine dell'e­state dello stesso anno, a Scitopoli, l'odierna Beisan, nella parte orientale della pianura di Esdrelon nella valle del Giordano, in una zona ricca d'acqua a 130 metri sotto il livello del mare26.

Andare in esilio non era sicuramente una vacanza. Il condannato non perdeva la libertà, ma era privato della cittadinanza, dei diritti civili e dei beni. Era costretto a vivere nella residenza imposta dall'autorità e sotto controllo militare. Senza beni, doveva procurarsi da vivere col lavoro, oppure con l'elemosina o, anche, grazie alla generosità di amici e conoscenti. La pena dell'esilio era a vita e poteva essere interrotta solamente dall'imperatore.

Sant'Ambrogio, in una lettera indirizzata, alla fine del 396 o agli inizi del 397, qualche mese prima di morire, ai Vercellesi descrive le condizioni dell'esilio, sopportate dal loro primo vescovo: "Per la fede (Eusebio) scelse le asprezze dell'esulo... E così quegli uomini degni del nostro ricordo, quando, circondati da armati, stretti dall'esercito venivano trascinati via dalla chiesa, riportavano un trionfo sull'Impero, perché con le opere terrene compravano la fortezza dell'animo, la potenza del Regno. Essi, ai quali le schiere dei soldati, lo strepito delle armi non potevano strappare la fede, vinsero la crudeltà di un animo feroce che non fu in grado di nuocere a quei santi.. Dovunque venivano mandati, lo ritenevano un luogo di piacere. Infatti non mancava loro nulla perché abbondavano della ricchezza della fede. Perciò essi, che non avevano mezzi per vivere, arricchivano gli altri, perché erano ricchi di grazia. Venivano messi alla prova, ma non prostrati nei digiuni, nelle prigionie, nella fatiche, nelle veglie.

Non attendevano le attrattive dei piaceri, perché li saziava la fame; non li bruciava la torrida estate, perché li rinfrescava la speranza dell'eterna grazia; non temevano le catene degli uomini, perché Gesù li aveva sciolti; non desideravano essere Uberati dalla morte, perché sapevano che Cristo li avrebbe resuscitati"27.

Lo stesso Eusebio, in una lunga lettera scritta " ai carissimi fratelli, ai desideratissimi presbiteri, ai santi che vivono nella fede, alle genti di Vercelli, Novara, Ivrea, Tortona" racconta la sua vita da esiliato, costretto a subire una forte pressione psicologica e fisica. " Il diavolo, nemico dell'innocenza e della giustizia e avversario della fede, vedendo che in tutto questo Dio veniva benedetto,

 

 

  

 

27 Una completa descrizione di Scitopoli si trova in P:MELONI, "Eusebio di Vercelli "natione sardus", cit. pagg. 345-346 "Si veda la traduzione italiana in T:BOSCO, cit. pag. 170

 

 

 

 

infiammò contro di noi i suoi ariani, che già da lungo tempo erano indignati non solo per la nostra carità, ma anche perché non riuscivano ad attirarci alla loro infedeltà. Come è solito fare il diavolo, terrorizzò con la violenza chi non era riuscito a persuadere". "Quanto fosse sereno il mio animo - scrive Eusebio - mentre soffrivo nelle loro mani, venivo rinchiuso, per quattro giorni guardato a vista, e udivo imprecazioni e inviti al tradimento, lo dimostrai non dicendo nemmeno una parola". Gli impediscono di avvicinare preti e diaconi, minacciano di non farlo parlare con nessuna persona. Gli invadono la casa da cui non è mai uscito, lo trascinano supino per terra, "lacerandomi e privandomi dei vestiti". In segno di protesta per questo trattamento decide che se non lo riporteranno nella sua casa, non mangerà né pane né acqua. Dopo quattro giorni di digiuno, Eusebio è rimandato nella sua abitazione. Riprende ad aiutare i poveri, tra i quali è molto popolare. Dopo 25 giorni di calma, gli ariani fanno nuovamente irruzione, questa volta con bastoni, nella sua abitazione e lo trascinano nuovamente in prigione, più severa della precedente. "Fosse dipeso solo da loro mi avrebbero volentieri lasciato morire"28.

Seconda tappa dell'esilio di Eusebio è la Cappadocia, una regione interna e settentrionale dell'Asia Minore, montuosa, tagliata fuori da importanti vie di comunicazione. Le motivazioni del trasferimento non si conoscono. L'ipotesi più probabile è che il nostro patrono sia stato allontanato da un centro in cui, malgrado tutto, gli era ancora possibile mantenere - nonostante limitazioni e difficoltà - qualche contatto con la diocesi di Vercelli e incontrare anche gruppi di persone a cui predicare il Credo di Nicea. Ultima tappa del suo esilio, complessivamente durato sette anni, la Tebaide, nell'alto Egitto. Nella stessa zona si trovano per singolare coincidenza - un disegno della Provvidenza - i tre grandi difensori dell'ortodossia: Eusebio, Lucifero e Atanasio. Quest'ultimo, infatti, braccato dai soldati di Costanzo aveva trovato rifugio presso i monaci della Tebaide. Non è escluso che i tre vescovi si siano messi in comunicazione29.

La morte improvvisa, il 3 novembre 361, di Costanzo spalanca davanti ai perseguitati a causa della fede le porte della libertà. Il giovane cugino di Costanzo, Giuliano, salito sul trono imperiale, restituisce la libertà agli ecclesiastici esiliati: era un modo per contraddire l'impostazione politico-religiosa data dal suo predecessore e per dare il via a una nuova fase del rapporto tra Stato e Chiesa. Nel 362 Giuliano, che in seguito i cristiani chiameranno "l'apostata", restituisce la libertà anche a Eusebio e Lucifero.

I due sardi, anziché rientrare immediatamente in Italia, cercano di mettersi in contatto con al­tri vescovi fedeli al Credo niceno per elaborare una comune politica antiariana. Anche Atanasio ad Alessandria ha maturato la stessa idea e decide di convocare velocemente un Concilio, cosiddetto "dei confessori", perché vi partecipano i vescovi che hanno sofferto a causa della fede. Uno dei punti di discussione il comportamento da tenere nei confronti dei vescovi che si erano lasciati irretire nella rete ariana. La conclusione è di grande disponibilità e attenzione verso quanti sono incorsi nell'errore, purché disposti a ravvedersi. Porte chiuse solamente per i capi del movimento filo ariano. Lucifero, assente al concilio di Alessandria, dove ha inviato due suoi rappresentanti, ad Antiochia si è comportato esattamente all'opposto: nessuna giustificazione verso i vescovi che

hanno sbagliato. Eusebio si reca ad Antiochia, non prende posizione contro Lucifero, ma fa capire di non condividere la condotta del collega cagliaritano. Fu quella probabilmente l'ultima volta in cui i due vescovi sardi si videro.

Eusebio rientra in Italia via terra, anche per incontrare le popolazioni e proporsi come novello missionario apostolo della fede di Nicea. Un viaggio che, a sentire san Girolamo, è un trionfo: "Al ritorno di Eusebio, l'Italia depose le vesti di lutto" ( Contra Luciferianos).

 

 

 

 

2T.BOSCO,cit.pagg.l87-194 SP. MELONI, op.cit. pag. 351

 

 

 

 

 

Testimonianze eusebiane in Sardegna

Una sola chiesa a lui dedicata può dare l'impressione che Sant'Eusebio in Sardegna oltre che poco venerato sia anche poco conosciuto. Invece non è proprio così a giudicare dalle testimonianze storico letterarie a lui riferite. Lo storico Tito Orrù ne ha ricostruito le tracce rimaste nella sto­riografia e nella biografia della Sardegna in età moderna e contemporanea30.

Le seguiamo a cominciare dal 1580 quando di Sant'Eusebio parla G.F. Fara nel "De rebus Sardois", in un profilo biografico fatto sulla scorta dei Sermoni di San­t'Ambrogio e dell'Evangeliario di Eusebio, custodito nella cattedrale di Vercelli. Un decennio dopo Giovanni Proto Arca nel "De Sanctis Sardiniae indica Cagliari come luogo di nascita di Eusebio. Ai primi del secolo XVII Francesc' Angelo de Vico e padre Salvatore Vidal disputano sul luogo di nascita del santo vercellese, Cagliari o Sassari.

È interessante, però, la raffigurazione nello stemma dell'Università di Cagliari, fondata nel 1606, dell'immagine di Eusebio. La nuova Uni­versità - scrive Giancarlo Sorgia - fu messa sotto la protezione dell'Immacolata, dei santi sardi Ilario, Lucifero ed Eusebio. Il capitolo primo delle Costituzioni, infatti, diceva testualmente che "Particular abogada y proctetora " dell'Università era la "Virgen sancta Maria Nuestra Senora". Il capitolo secondo descriveva minutamente quello che sarebbe stato , e lo è ancora oggi, lo stemma: al centro l'immagine della Madonna, ai suoi piedi una tiara papale con la lettera H che significa il nome di Sant'Ilario Papa, ai lati della tiara due nùtrie di prelati; in quella a destra la L che significa san Lucifero con la croce primaziale; nell'altra la lettera E che significa Eusebio con l'insegna pastorale31. Questa presenza nello stemma universitario conferma che il culto eusebiano è allora professato a Cagliari e che lo è da molto tempo.

 

 

 

 

 

 

30T. ORRU, "Tracce eusebiane nella storiografia e nella biografia della Sardegna in età contemporanea., in La Sardegna paleocri­stiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno Nazionale di studi, Cagliari 10-12 ottobre 1996, Cagliari 1999, pagg-357 e sgg. 31G. SORGIA, Lo studio generale cagliaritano. Storia di una Università, Cagliari, 1986, pag. 16

 

 

Tito Orrù riferisce inoltre che nell'Archivio di Stato di Cagliari esiste un atto del R. Patrimonio datato 1615, da cui risulta che la Giunta del R. Patrimonio, presieduta dal viceré, aveva deliberato le spese per le cerimonia di traslazione delle reliquie di S:Eusebio dalla chiesa dedicata a S. Restituta e S. Eusebio in Stampace alla cattedrale. Probabilmente in questa circostanza si sistema - così congettura Orrù - nella primaziale la statua della madonna di Josafat (0 del Bambino 0 di San­t'Eusebio) , che, secondo la tradizione, il vescovo di Vercelli avrebbe portato in Italia al suo rientro dall'Oriente: tre Madonne nere, una venerata ad Oropa, una a Crea e la terza alla chiesa di santa Restituta.

La devozione sarda a Sant'Eusebio è testimoniata, agli inizi del secolo XVIII, nel nord dell'isola dai Gosos scritti dal letterato sassarese Giovanni Delogu Ibba.

Nell'Ottocento nella storiografia si trovano riferimenti alla figura e all'opera di Eusebio nella Storia della Sardegna di Giuseppe Manno, nel Dizionario degli uomini illustri di Sardegna di Pasquale Tola. Il canonico Giovanni Spano dedica un articolo specifico al vescovo di Vercelli, intitolato "Sullapatria di Eusebio", apparso nel 1878 sul periodico " Stella di Sardegna".

Sempre nel secolo XIX monsignor Giovanni Balma, arcivescovo di Cagliari dal 1871 al 1881, istituisce, il 12 aprile 1875, la Congregazione dei Pii Operai Missionari di Sant'Eusebio per il soccorso e l'assistenza fra i sacerdoti della diocesi.

Nel secolo XX ulteriori notizie riguardanti Sant'Eusebio sono rilevabili nello studio di Francesco Putzu, Un tesoro del suolo sardo (1949). "In particolare - scrive Orrù - questo autore fa cenno dell'Atto di fratellanza stipulato nel 1885 tra il Capitolo di Cagliari e quello di Vercelli " per cui un canonico di una delle diocesi è calcolato presente nel suo capitolo, qualora sia presente nell'altro capitolo".

Un "Atto di fratellanza" cui non si fa cenno durante le celebrazioni, nel 1971, per il XVI anniversario della morte di Sant'Eusebio. In quell'occasione le due diocesi sono protagoniste di due pellegrinaggi: i cagliaritani a Vercelli e i vercellesi a Cagliari. Il primo pellegrinaggio, metà maggio 1971, è formato da 74 piemontesi guidati dal vescovo di Vercelli, monsignor Albino Mensa, che presiede una solenne concelebrazione davanti all'altare della Madonna di Sant'Eusebio, in cattedrale. I pellegrini, nel pomeriggio di quello stesso giorno, visitano, guidati da don Antonio Porcu, la parrocchia cagliaritana di Sant'Eusebio soffermandosi davanti alla chiesa in costruzione. Un mese dopo, una delegazione della parrocchia di Sant'Eusebio e della diocesi cagliaritana - guidata dal cardinale Sebastiano Baggio - restituisce la visita alla chiesa di Vercelli. In quell'occasione la diocesi vercellese dona alla parrocchia del colle di San Michele un busto, in argento sbalzato, di sant'Eusebio con reliquie.

È denominata "Sant'Eusebio" l'Associazione degù Amici della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna.

 

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