Parrocchia Sant'Eusebio - CAGLIARI

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S. EUSEBIO

 

Tratto da

 

“LUCIFERO DI CAGLIARI ED EUSEBIO DI VERCELLI NEL GIUDIZIO DI SANT’AMBROGIO”

 

di Mons. Pietro Meloni, Vescovo di Nuoro

 

Quando il patrizio romano Ambrogio nell' anno 370 assunse la carica di «governatore» dell'Italia Settentrionale e fissò la sua sede a Milano, Lucifero di Cagliari ed Eusebio di Vercelli erano vicini al termine della loro vita e della loro missione (1).

Tre o quattro anni più tardi Ambrogio, acclamato «vescovo» dalla comunità ecclesiale milanese, fu ordinato al ministero presbiterale ed episcopale forse proprio per la «imposizione delle mani» del vescovo di Vercelli Limenio, successore di Eusebio (2). Il nuovo vescovo di Milano, pur avendo rinviato per lungo tempo il Sacramento del Battesimo, apparteneva ad una famiglia cristiana e conosceva la gloriosa vicenda dei «sardi» Lucifero ed Eusebio, esiliati insieme al vescovo milanese Dionigi per la loro fedeltà al «Credo di Nicea».

Lucifero, incoraggiato dal vescovo di Roma Liberio, era partito da Cagliari nell'anno 355 per la città di Milano, dove era stato convocato un «Concilio» affinché i vescovi potessero approfondire la dottrina sul mistero della Trinità.

Il vescovo di Cagliari aveva sollecitato il conterraneo Eusebio a raggiungerlo da Vercelli a Milano, nella speranza che l'assemblea conciliare proclamasse la vera fede nel «Figlio di Dio»; uguale al «Padre».

Ma l'imperatore Costanzo, presente al Concilio, costrinse i padri conciliari a sottoscrivere una formula di fede ariana e condannò all'esilio i tre vescovi che si opposero al suo comando: Lucifero, Eusebio, e Dionigi (3).

Quando Ambrogio vent’anni dopo divenne vescovo di Milano custodì con venerazione la memoria dei vescovi esuli tenendo sempre dinanzi ai suoi occhi la scena della loro partenza verso le terre dell'Oriente.

 La personalità apostolica di Eusebio di Vercelli fu per Ambrogio il modello esemplare nel progetto pastorale del suo episcopato.

Ed anche la fede coraggiosa di Lucifero di Cagliari sarebbe stata per lui un punto di riferimento spirituale, se l'atteggiamento imprudente del vescovo cagliaritano non avesse oscurato i meriti acquistati nel suo esilio, e non avesse spinto vescovi e credenti di molte Chiese a cancellare la sua memoria. Lucifero infatti, ottenuta la libertà nel febbraio del 362 dopo sette anni di «martirio» in Siria, Palestina ed Egitto, si era recato ad Antiochia e aveva ordinato vescovo il presbitero Paolino in contrapposizione a Melezio, dando origine a quello «scisma» che da lui prese il nome di «luciferiano» (4) .

Avvenne così che Ambrogio elevò grandi elogi al vescovo di Vercelli Eusebio, e naturalmente al proprio predecessore milanese Dionigi, mentre stese un velo di silenzio sul vescovo di Cagliari, pur esprimendo la sua ammirazione per le fatiche di tutti i vescovi esuli e martiri del suo tempo.

 

La generosa dedizione apostolica di Eusebio è stata esaltata da Ambrogio soprattutto nella sua «lettera» inviata ai cristiani di Vercelli nell'anno 396, o forse all'inizio del 397, pochi mesi prima della sua morte avvenuta a Milano il 4 aprile 397 (5). L'occasione della lettera gli fu offerta da una circostanza che lui considerò ecclesialmente spiacevole.

A quel tempo le comunità cristiane erano chiamate a designare unanimemente il proprio vescovo,

che poi veniva confermato e consacrato dai vescovi del territorio. I cristiani della Diocesi di Vercelli, chiamati a scegliere il nuovo vescovo dopo la morte di Limenio, che era stato il primo successore di Eusebio, non riuscivano ad accordarsi sulla sua elezione a causa di conflitti e discordie nella comunità. Ambrogio non riuscì a nascondere il suo dispiacere per queste deleterie divisioni, che soffocavano quella unità costruita con grande impegno, da Eusebio.

«Sono profondamente addolorato perché la Chiesa del Signore che è in voi non ha ancora il vescovo»,

scrive Ambrogio alla comunità cristiana vercellese (6).

La Diocesi di Vercelli «è la sola fra tutte le Chiese della Liguria, dell'Emilia e delle Venezie, ed anche di tutte le altre parti d'Italia, che manca di un tale presule»; eppure pochi anni prima avveniva che «le altre Chiese solevano chiederlo ad essa» (7).

 

Il vescovo di Milano, respingendo l'accusa che considerava anche lui responsabile del ritardo, perché avrebbe dovuto ratificare l'elezione dei fedeli, sottolinea la delicatezza della situazione, mostrando che le dissensiones della comunità vercellese rendevano arduo per qualsiasi presbitero accettare il ministero episcopaIe.

Tutti i fedeli e i presbiteri si accorgevano che la missione del vescovo si esercitava a fatica anche in una comunità concorde, e perciò diveniva più difficile nelle Chiese dove regnava la discordia:

ut inter dissidentes suscipiat hoc munus quod inter convenientes vix sustinetur?(8)

Nel desiderio di trasformare i dissidentes della Chiesa di Vercelli in convenientes, perché divenissero capaci e degni di avere un vescovo, Ambrogio cerca di risvegliarli all'unità attraverso il ricordo del grande e santo vescovo Eusebio.

Egli elogia la condotta di quei cristiani di Vercelli che quarant' anni prima avevano accolto il vescovo nella concorde unanimità, e si domanda: «E' questa la discendenza di quei padri esemplari, che accolsero il santo Eusebio appena lo videro, pur non avendolo mai conosciuto prima, preferendolo ai loro stessi concittadini?»(9).

La grandezza apostolica del loro vescovo è stata il frutto della comunione degli animi dei fedeli, da essi manifestata fin dal primo giorno nella spontanea e unanime accoglienza di Eusebio:

«A buon diritto divenne un uomo sì grande, poiché fu scelto da tutta la Chiesa; a buon diritto si credette che fosse stato scelto per volontà divina, poiché tutti lo avevano desiderato» (10).

 

Nel raccomandare ai Vercellesi la concordia per il tempo presente, Ambrogio fa appello all'esempio dei loro antenati e alla santità del loro vescovo: «Conviene dunque che seguiate l'esempio dei vostri padri, tanto più che, educati da un santo confessore, dovete essere tanto migliori dei vostri padri quanto migliore era il maestro che vi ha formati e istruiti, e che diate un segno della vostra umiltà e concordia, così da essere tutti d'accordo nel richiedere il vescovo» (11).

 

La tradizione anticamente diffusa che fossero i fedeli a scegliere il vescovo più adatto alla Chiesa spinge Ambrogio ad applicare al momento della elezione episcopale la promessa di Cristo, quella di essere presente quando i credenti sono riuniti nel suo nome: «Dove «due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono con loro» (Mt 18, 19-20) ... dove c'è la perfetta unità nel nome del Signore, dove la richiesta di tutti è concorde, non dobbiamo dubitare che lì il Signore Gesù sarà l'ispiratore della volontà, il giudice della richiesta, il ministro dell'ordinazione e il generoso datore della grazia» (12).

 

Ambrogio aveva scolpito nella sua memoria quel giorno di ventidue anni prima, quando a Milano la comunità cristiana, profondamente lacerata nelle due fazioni degli ariani e dei cattolici, aveva miracolosamente ritrovato l'unità proprio attorno al suo nome. Tutta la Chiesa per ispirazione dello Spirito Santo lo aveva designato vescovo successore di Assenzio «con meravigliosa e incredibile concordia» (13).

 

I vescovi del territorio presenti all'elezione si erano uniti al coro dei fedeli e del clero per confermare l'elezione di un uomo della statura di Ambrogio, che nel nome di Cristo avrebbe potuto condurre tutti alla pace.

Solo lui aveva tentato di resistere all'ordinazione, consapevole di non essere all'altezza della responsabilità episcopale:

«lo sapevo che non ero degno di essere chiamato vescovo». Proprio nella lettera ai Vercellinesi lo ricorda esclamando: «Quanto ho resistito perché non fossi fatto vescovo! » (14).

 

Ambrogio, grande ammiratore di Eusebio di Vercelli, conosceva bene anche la vicenda di Lucifero di Cagliari, il quale, prima di recarsi a Milano per partecipare al Concilio nell'anno 355, era andato a Roma nel 354 per proporre al Papa Liberio la convocazione di un' assemblea conciliare che riparasse gli errori teologici del Concilio di Arles del 353.

In quel tempo Ambrogio, giovanissimo, forse di quattordici anni, abitava a Roma dopo essere tornato da Treviri a causa della morte del padre.

Qualche mese prima, nella festa di Natale del 353, aveva preso parte alla liturgia della professione verginale della sorella Marcellina, alla quale il Papa aveva imposto il «velo delle vergini».

La grande amicizia della famiglia di Ambrogio con il vescovo Liberio potrebbe aver portato quel ragazzo ad incontrare Lucifero che era giunto da Cagliari, come aveva scritto il Papa ad Eusebio di Vercelli:

«Frater et coepiscopus noster Lucifer de Sardinia supervenit».

 

Il vescovo milanese considerò suo dovere non parlare mai nei suoi scritti del vescovo cagliaritano, che non appariva più in comunione con la Chiesa pur avendo sopportato per Cristo le sofferenze dei suoi sette anni di esilio.

Noi dobbiamo pensare però che Ambrogio, quando raccontava con ammirazione la storia degli esuli Eusebio di Vercelli e Dionigi di Milano, intravedeva vicino a loro il terzo vescovo esule, Lucifero di Cagliari.

Egli aveva subìto con coraggio le stesse torture dei suoi compagni di esilio e aveva trasformato il viaggio di condanna in un itinerario di «evangelizzazione»: «E così quegli uomini degni del nostro ricordo, quando, circondati da armati, stretti dall' esercito, venivano trascinati via dalla chiesa, riportavano un trionfo sull'impero, perché, sopportando gli oltraggi sulla terra, acquistavano la fortezza dell' animo, la potenza del regno ... Ogni territorio nel quale venivano mandati lo ritenevano un luogo di piacere;

infatti non mancava loro nulla, perché abbondavano della ricchezza della fede. Perciò essi, che non avevano mezzi per vivere, arricchivano gli altri, perché erano ricchi di grazia».

 

Lucifero, ammirabile per la sua grande fede, spinto dal suo temperamento fin troppo ardente e dalla sua non perfetta padronanza della teologia trinitaria orientale, compì qualche gesto che risultò dannoso alla concordia ecclesiale.

A Sant' Ambrogio, sensibilissimo all'unità della Chiesa, il vescovo sardo Eusebio apparve perciò, al confronto, il vero gigante nell'equilibrio e nella dottrina. Noi non sappiamo dove si fosse formato pastoralmente e teologicamente Lucifero, mentre sappiamo che Eusebio fin da giovane si era trasferito a Roma, dove era divenuto «lettore» nella Chiesa.

Egli aveva avuto l'opportunità di approfondire i misteri della teologia soprattutto quando aveva incontrato il vescovo Atanasio di Alessandria, che trascorse un periodo del suo esilio dall'anno 339 a Roma.

La teologia di Lucifero noi la conosciamo attraverso i suoi cinque «trattati teologici» scritti in esilio, nei quali mostra di avere l'idea chiara dell'ortodossia ed una certa familiarità con gli scrittori africani Tertulliano, Cipriano e Lattanzio, ma nel quadro di una visione teologica di angusto respiro.

Eusebio invece, pur non essendosi dedicato stabilmente alla composizione di trattati dottrinali, nel suo muoversi a tutto campo nei rapporti tra Oriente e Occidente, mostra di essersi impadronito più profondamente del pensiero orientale sul mistero cristologico e trinitario.

E' comprensibile la grande ammirazione che per lui ebbe Ambrogio, assetato di tesori dottrinali e di testimonianze pastorali: «Eusebio era degno di essere visto dagli angeli quando lottava per giungere al premio di Cristo, quando gareggiava per attuare in terra la vita angelica, per respingere in cielo la malvagità dei demoni; egli lottava, infatti, con gli spiriti del male».

Ambrogio, infiammato da questa sincera venerazione per Eusebio, giudicò opportuno scrivere ai cristiani di Vercelli per raccomandare quella concordia che poteva condurre alla scelta del nuovo vescovo:

Il popolo unanime era chiamato a identificare tra i presbiteri il più accreditato a divenire «buon pastore» nella comunità.

Il vescovo di Milano trasforma il suo appello all'unità in un autentico «piano pastorale» per la Chiesa vercellese: «Fate in modo da mostrarvi degni che Cristo sia in mezzo a voi. Dove c'è la pace c'è Cristo; dove c'è la giustizia c'è Cristo».

Il vescovo è l'immagine di Cristo, e come lui «sta vigile per voi come un difensore, come un buon pastore, perché non vi assalgano i lupi rapaci».

 

Dopo  aver fatto cenno alla vicenda della sua elezione episcopale, ritorna al problema dell' elezione del nuovo vescovo di Vercelli, tessendo ancora le lodi del santo Eusebio:

«Se nelle altre Chiese si ha tanta ponderazione nell'ordinare un vescovo, quanta cura si richiede nella Chiesa di Vercelli, dove appare che si esigano dal vescovo due qualità nello stesso tempo: la continenza, propria del monastero, e la disciplina, propria della Chiesa. Tali qualità, infatti, diverse tra loro, per primo nelle regioni d'Occidente le congiunse Eusebio, di santa memoria; cosicché, pur abitando in città, mantenne le consuetudini dei monaci e governò la Chiesa con la sobrietà del digiuno.

Grande aiuto, infatti, riceve l'influenza del vescovo, se egli assoggetta la gioventù all'impegno dell'astinenza e alla regola dell' integrità, e se distoglie quelli che abitano nella città dagli usi e dal modo di vivere che le sono propri».

 

Il vescovo di Milano traccia l'itinerario dei personaggi biblici che hanno guidato il popolo nel nome di Dio per mostrare che, proprio seguendo il loro esempio, Eusebio divenne un grande pastore della Chiesa:

«A loro imitazione il santo Eusebio uscì dalla sua terra, abbandonò i suoi parenti, e alla pace della sua casa preferì le peregrinazioni. Per la fede scelse di preferenza anche le asprezze dell'esilio, dopo essersi unito a Dionigi, di santa memoria, che pospose l'amicizia dell' imperatore al volontario esilio.

E così quegli uomini degni del nostro ricordo, quando, circondati da armati, stretti dall' esercito, venivano trascinati via dalla chiesa, riportavano un trionfo sull'impero, perché, sopportando gli oltraggi sulla terra, acquistavano la fortezza dell' animo, la potenza del regno. Essi, ai quali le schiere dei soldati e lo strepito delle armi non potevano strappare la fede, sottomisero la crudeltà di un animo feroce che non fu in grado di nuocere a quei santi».

 

Ambrogio, sottolineando il coraggio eroico dei vescovi esuli, pensa certamente anche a Lucifero di Cagliari, accanto ad Eusebio, quando mostra che essi sconfiggevano la violenza dei persecutori con le armi dei loro scritti e facevano della loro debolezza la forza del Vangelo: «Essi ritenevano la loro penna più forte delle spade di ferro.

Perciò l'incredulità fu ferita a morte, non fu ferita la fede dei santi; non rimpiansero la tomba in patria, poiché era loro riservata la dimora celeste. Andarono errando per tutto il mondo, come "coloro che nulla hanno e tutto possiedono" (2 Cor 6, 10).

 

Ogni territorio nel quale venivano mandati lo ritenevano un luogo di piacere; infatti non mancava loro nulla, perché abbondavano della ricchezza della fede. Perciò essi, che non avevano i mezzi per vivere, arricchivano gli altri, perché erano ricchi di grazia.

Venivano messi alla prova, ma non prostrati nei digiuni, nelle fatiche, nelle prigionie, nelle veglie.

Erano deboli e divennero forti. Non attendevano le attrattive dei piaceri, perché li saziava la fame; non li bruciava la torrida estate, perché li rinfrescava la speranza dell' eterna grazia; non li abbatteva il freddo delle regioni glaciali, perché la devozione con l'ardore dello spirito era per loro una primavera; non temevano le catene degli uomini, perché Gesù li aveva liberati; non desideravano essere risparmiati dalla morte, perché sapevano che Cristo li avrebbe risuscitati».

Il vescovo di Milano conclude la sua esortazione ricordando che il suo predecessore milanese Dionigi gareggiò con i vescovi esiliati manifestando più degli altri la sete del martirio.

Eusebio invece durante l'esilio si temprava alla vita eremitica, preparandosi a trasferire in Occidente la spiritualità monastica orientale unita allo zelo apostolico: «Perciò il santo Dionigi chiese nelle sue preghiere di morire in esilio per non trovare al suo ritorno i sentimenti del clero e del popolo confusi dalle norme e dalle abitudini degli infedeli.

E meritò la grazia di portare con sé, nella serenità dell' animo, la pace del Signore.

Pertanto, se il santo Eusebio fu il primo ad innalzare il vessillo della professione della fede, il beato Dionigi, in terra d'esilio, esalò la sua anima con una gloria che si avvicina al martirio.

Questa sopportazione in Sant'Eusebio si formò con la vita del monastero, e con l'abitudine di un'austera regola egli assunse la tolleranza delle fatiche. Infatti, chi porrebbe in dubbio che questi due elementi - in una devozione cristiana particolarmente scrupolosa - siano di grande importanza:

i doveri dei sacerdoti e le regole dei monaci? Gli uni sono educazione alla giusta misura e ai buoni costumi, le altre sono forme di vita che abituano all' astinenza e alla sopportazione; i primi si trovano come in un teatro, le seconde sono segrete; quelli si vedono, queste si nascondono.

Perciò il buon atleta dice: Siamo diventati spettacolo per questo mondo».

Ecco in una parola l' identikit di Eusebio di Vercelli nel pensiero di Sant' Ambrogio:

«Eusebio era certamente degno di essere visto dagli angeli quando lottava per giungere al premio di Cristo, quando gareggiava per attuare in terra la vita angelica e per respingere in cielo la malvagità dei demoni: egli lottava contro gli spiriti del male. Giustamente il mondo lo guardava per imitarlo».

 

 

NOTE

l) Lucifero, tornato in Sardegna nell' anno 362 dopo sette anni di esilio, «morì a Cagliari durante il regno di Valentiniano», secondo la notizia di San Girolamo (Vir. ill. 95);

Eusebio, dopo il ritorno dall'esilio avvenuto nello stesso periodo, esercitò la sua missione episcopale a Vercelli almeno fino all'anno 371.

Una visione sintetica della storia di Lucifero e di Eusebio si può trovare in O. ALBERTI, La Sardegna nella storia dei Concili, Roma 1964, pp. 12-19.

Per una bibliografia aggiornata su Lucifero si veda A. PlRAS, Luciferi Calaritani de non conveniendo cum haereticis, Roma 1992,pp. 11-26;

è imminente la pubblicazione degli «Atti» del Convegno Internazionale: La figura e l'opera di Lucifero di Cagliari: una rivisitazione, Cagliari 5-7 dicembre 1996.

Per la bibliografia su Eusebio si veda S. Eusebio di Vercelli, a cura di M. Capellino, Vercelli 1996e gli «Atti» del Convegno Nazionale:

La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e GregorioMagno, Cagliari 10-12ottobre 1996. Vedono ora la luce gli "Atti" del Convegno di Vercelli,

tenutosi nei giorni 15-17 dicembre 1995 per il 1650° anniversario della elezione episcopale di Eusebio: Eusebio e il suo tempo,

a cura di E. DAL COVOLO - R. UGLIONE - G.M. VIAN, Roma 1997.

 

2)  Una visione sintetica della vita di Ambrogio si può trovare in M. G. MARA, Ambrogio di Milano, in Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, I, Casale Monferrato 1983,

colI. 147-152; sull' attualità del ministero pastorale del vescovo milanese si veda C. PASINI, Ambrogio di Milano.

Azione e pensiero di un vescovo, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1996.

Per utilità dei lettori ridurrò le indicazioni bibliografiche all' essenziale.

 

3) Sulla partecipazione di Lucifero ed Eusebio al «Concilio di Milano» nell' anno 355 e sulla loro condanna all'esilio da parte dell'imperatore

si veda P. M. MARCELLO, La posizione di Lucifero di Cagliari nelle lotte antiariane, Lodè-Nuoro 1940, pp. 19-53, e inoltre A. FIGUS,

L'enigma di Lucifero di Cagliari, Cagliari 1973.

 

4) Cfr. M. SIMONETTI, Appunti per una storia dello scisma luciferiano, in «Atti del Convegno di studi religiosi sardi»

(Cagliari 24-26  maggio 1962), Padova 1963,pp. 69-81; cfr. ID.,

La crisi ariana nel IV secolo, Roma 1975,pp. 443-445, e ID., Lucifero (luciferiani), in Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, II,

Casale Monferrato 1983,colI. 2047-2049.

 

5)  Il vescovo di Milano morì nel giorno liturgico del «sabato santo» il 4 aprile 397; nel 1997 ricorreva il 1600° anniversario della sua morte e per l'occasione si è tenuto nei giorni 4-11 aprile a Milano il Convegno Internazionale «XVI centenario della morte di S. Ambrogio».                                                                                                      

6) Ep. 14,1 (extra coll.). La «lettera», indirizzata da Ambrogio ai Vercellesi, tesse l'elogio dei vescovi esiliati per la fede, proponendo un programma di vita

evangelica a tutta la comunità.

 

7) Ep. 14,1 (citerò d'ora in avanti questa «lettera» con i soli numeri, senza ripetere «extra colI.»).

La diocesi di Vercelli fu istituita nell'anno 345 per volere del Papa Giulio e il suo primo vescovo fu il sardo Eusebio.

Sulla vita e la missione del vescovo di Vercelli si veda T. BOSCO, Eusebio di Vercelli nel suo tempo pagano e cristiano, Torino 1995 e

P. MELONI, Eusebio di Vercelli «natione Sardus»: vescovo, confessore, monaco, negli «Atti» del Convegno su La Sardegna paleocristiana

tra Eusebio e Gregorio Magno, Cagliari 10-12 ottobre 1996.

 

 8)  Ep. 14, 1.

 9)  Ep. 14,2.

10) Ep. 14,2.

11) Ep. 14, 3.

12) Ep. 14,3. 

13) PAOLINO, VitaAmbrosii 6. 

14) AMBR., De Paenit. 2, 8, 73.

 

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