Parrocchia Sant'Eusebio - CAGLIARI

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CONVEGNO S.EUSEBIO

11 SETTEMBRE 2010

 

 

Nello Sbobinare la conferenza abbiamo lasciato volutamente lo stile discorsivo usato da Mons. Meloni,

 anche se, non potendo tradurre il tono della voce, qualche passaggio richiede una lettura attenta.     

 

 

INTRODUZIONE DON GIUSEPPE:

Ci eravamo proposti, di tanto in tanto abbiamo delle idee balzane, di avere tra di noi il Vescovo di Vercelli, l’abbiamo contattato due anni di seguito, ma proprio non ci siamo riusciti.

Di fatto quest’anno abbiamo comunque un Vescovo, non è uno dei successori di S. Eusebio a Vercelli, in compenso è un Vescovo sardo e soprattutto, ed è questo che ci ha convinto, un esperto di storia sarda (lui non può ricordarlo ma ho dato almeno due esami di latino con lui all’Università).

Professore universitario di latino ed esperto di santi, storia, lingua latina dei primi secoli del cristianesimo e quindi anche di S. Eusebio, vescovo, mi sembra che non ci sia bisogno di ulteriori credenziali e presentazioni. Mons. Meloni mi ha fatto l’onore di mandarmi un suo opuscolo, uno dei tanti suoi lavori, che ho letto con piacere e che ho scannerizzato, quindi d’ora in avanti lo troverete in internet nel sito della parrocchia, gli ho chiesto il permesso, così come gli ho detto che avremo registrato il suo intervento di questa sera.

 

Perché una conferenza su S. Eusebio? Conoscete il nostro scopo; in questi anni al comitato abbiamo chiesto di farsi promotore della conoscenza e della devozione al nostro santo Patrono, l’idea di per se era di Mario, e le buone idee vanno realizzate.

Mi è sembrato sorpreso il giornalista del Portico che è venuto ad intervistarmi e mi ha detto come mai un convegno? alle sagre paesane, feste patronali e non, si fa tutt’altro che non convegni sul Santo.

Gli ho detto Beh la nostra idea è quella di promuoverne la devozione verso un santo ancora poco conosciuto in Sardegna e che quindi in questi anni stiamo cercando di abbinare le due cose, quello che accadrà è solo nelle mani di Dio, noi ci proviamo ed insistiamo.

Confesso che mi sono un po’ sorpreso, favorevolmente naturalmente,  perché Sua Eccellenza mi è sembrato non solo molto disponibile, ma entusiasta di venirci a parlare del nostro Santo,  lo ringraziamo di essere tra noi e gli assicuriamo tutta la nostra attenzione per sfruttare al massimo la sapienza di cui ci renderà partecipi.

 

S. E. MONS. PIETRO MELONI:

 

Grazie Don Giuseppe, grazie a voi tutti sacerdoti (Mons. Zucca - Don Alba) e laici che festeggiate S. Eusebio. Le feste popolari sono in onore dei santi, nessuna meraviglia che nella festa di S. Eusebio qui a Cagliari si mediti sulla vita e sulla missione cristiana di S. Eusebio che voi conoscete forse meglio di tutti gli altri perché lo celebrate ogni anno e i sacerdoti e i predicatori vi parlano del santo.

Io vi offro il frutto della mia ricerca dedicata a Eusebio proprio perché sardo.

La principale notizia che abbiamo su di lui è che Eusebio, nato in Sardegna, dopo essere stato lettore nella città di Roma, divenne Vescovo di Vercelli ed è un grande storico cristiano che ci dà questa notizia, San Girolamo che ha scritto la vita di 132 personaggi della chiesa dei primi secoli unendo anche la vita di 3 che non erano ecclesiastici cristiani, ma erano grandi pensatori: il filosofo Seneca, il grande erudito ebraico Filone di Alessandria e uno storico ebreo Giuseppe Flavio. 135 vite intitolate “De Viris Illustribus”, 132 sono personaggi illustri del cristianesimo e tra questi c’è anche Lucifero di Cagliari, del quale potremo parlare un’altra volta perché Cagliari lo ricorda anche come santo, ma oggi dobbiamo parlare di S. Eusebio. Nazione sardus dice semplicemente S. Girolamo.

Il Papa Benedetto XVI quasi circa due anni fa lo ha ricordato nella sua visita in Sardegna dicendo che era nato a Cagliari e il Papa è infallibile, ma nei documenti è detto soltanto nazione sardus e ci basta e siamo felici che questo sardo illustre sia diventato un padre della chiesa per l’Italia e il mondo.

La notizia di San Girolamo è preziosa perché la scrisse vent’anni dopo la morte di Eusebio quindi è notizia fresca.

Non come dicevano Stanlio&Ollio “Perché hai messo il giornale nel frigorifero? … Per avere notizie fresche”.

E’ accreditata la nascita in Sardegna di Eusebio e siccome non sono moltissimi, almeno nei primi secoli, i padri della chiesa nati in Sardegna noi ne andiamo fieri anche perché, voi sapete e lo vedremo, Eusebio è veramente un grande pastore della chiesa.

Quando Girolamo scrisse questa breve vita di S. Eusebio si trovava a Betlemme dove si era ritirato per una vita monastica, proprio vicino alla grotta dove era nato Gesù e poco lontano di lì qualche anno prima Eusebio era stato per cinque anni in esilio nella città di Scitopolis, come si chiamava in quel tempo, e che ora ha ripreso l’antico nome di Bet Shean, forse alcuni di voi andando in Terra Santa l’hanno visitata.

è la città della Palestina che conserva delle tracce archeologiche di templi antichissimi, poi della storia di Israele e della storia romana, che sono tra i più importanti del Medio Oriente. Dunque Girolamo storico ha respirato lo stesso ambiente dove aveva vissuto Eusebio e ha raccolto l’essenziale della sua vita. San Girolamo aveva compiuto i suoi studi a Roma quando a Roma abitava Eusebio che, nato in Sardegna e divenuto orfano di padre, andò a Roma con la mamma, già da quei tempi evidentemente c’era l’emigrazione per la sopravvivenza.

Non conosciamo la data di nascita di Eusebio, diciamo un numero orientativo, l’anno 300, poco prima poco dopo, quindi tra il 3°- 4° secolo.

La notizia è che a Roma Eusebio ha vissuto negli ambienti ecclesiali e quindi vicino ai Vescovi di Roma ed è diventato lettore, Lector, che era un ministero molto importante, e lo dovrebbe essere anche al nostro tempo, perché leggere la scrittura era fondamentale per preparare l’omelia del celebrante e quindi l’Eucaristia.

 

Il lettore non solo doveva leggere nella celebrazione liturgica, ma doveva studiare e meditare la parola di Dio e comunicarla.

Era un vero servizio nella chiesa e, nei tempi in cui non era configurato il diaconato, aveva una funzione simile a quella del diacono di oggi.

E non era la prima volta che un lettore diventava sacerdote e poi poteva diventare anche Vescovo.

Eusebio fu ordinato Vescovo nell’anno 345. Se era nato nel 300 aveva 45 anni e quindi aveva maturato una bella esperienza nella chiesa di Roma dove, agli inizi del secolo poco dopo il 300,  i cristiani erano ancora perseguitati, soprattutto al tempo di Diocleziano che, tra il 303 e il 304, aveva emanato un editto, alcuni dicono 3 editti ma è la stessa cosa, un editto che decideva 3 sanzioni: radere al suolo tutte le chiese cristiane, bruciare tutti i libri della chiesa e confiscare i beni a tutti quelli che confermavano la loro fede, scusate se è poco, noi che oggi ci lamentiamo perché ci manca qualcosa.

Diocleziano quasi si pentì della sua decisione perché vide una strage immensa in tutto l’impero romano e infatti poco tempo dopo si ritirò, cedette il potere a 4 imperatori, possiamo dire la tetrarchia, tra i quali divise tutto il mondo abitato con le rispettive capitali.

La capitale dell’Occidente non era più Roma, anche se c’era il Vescovo di Roma che era il Papa, ma l’amministrazione imperiale si era spostata, verso la middle Europa si direbbe oggi, verso il centro dell’Europa e la capitale era Treviri nell’attuale Germania, dove nacque un grande Vescovo che si chiamava Ambrogio un patrizio romano. Ambrogio era romano di formazione, di una delle più antiche famiglie di Roma, ma il padre era funzionario imperiale, possiamo dire il prefetto di tutta l’Europa centrale con sede a Treviri e S. Ambrogio nacque in quella città dove, se qualcuno si ricorda e vuole fare un volo, moltissimi secoli dopo nacque Carlo Marx.

Ma torniamo al tempo di Eusebio e di Ambrogio che vedremo molto legati nella storia pastorale cristiana.

Essendo nativo della Sardegna, Eusebio, anche a Roma avrà sentito parlare dei santi sardi, dei martiri. Il cristianesimo era approdato in Sardegna soprattutto attraverso gli esuli che diventavano martiri tra i quali fu martire e morì in Sardegna un Vescovo di Roma, Ponziano.

Il Papa Ponziano nell’anno 235, quindi possiamo dire meno di un secolo prima della vita di Eusebio, era stato esiliato in “insula nociva”, insomma faceva male l’esilio, soprattutto ad metalla, infatti non resse alla tortura e alla fatica dell’esilio e morì nell’anno 235 quando era imperatore di Roma Massimino il Trace.

É pericoloso per me aprire delle parentesi, ma è interessante sapere che un Papa ha abitato in Sardegna, in un isola che può essere la Sardegna, ma secondo altre interpretazioni l’isola di Molara vicino all’isola di Tavolara dove ancora oggi c’è una chiesetta dedicata a S. Ponziano.

Però anche il Sulcis-Iglesiente ha delle chiese e dei ricordi perché ad metalla veniva interpretato alle miniere, ma poteva essere anche alle cave di granito, al lavoro forzato.

Ponziano è ricordato nella storia perché è il primo Papa che abbia dato le dimissioni, (quando uno dà le dimissioni diventa più famoso e perciò pochi le danno), ma egli si accorse che ormai era alla fine della sua vita e mandò a Roma la notizia che potevano eleggere un altro Papa, un altro Vescovo di Roma.

Morì nell’esilio, ma dopo il terribile imperatore che lo aveva condannato venne un imperatore più bonario che si chiamava Filippo, Filippo l’arabo perché era nato non proprio in Arabia ma vicino alla Palestina nella città di Bosra che attualmente è in Siria.

Questo imperatore consentì al nuovo Vescovo di Roma di portare le spoglie di Papa Ponziano a Roma. Il Papa Fabiano, quello che celebriamo insieme a Sebastiano (Santi Fabiani et Sebastiani), portò a Roma le ceneri del Papa Ponziano che fu accolto dai cristiani di Roma trionfalmente e fu sepolto nel cimitero di S. Callisto che forse alcuni di voi hanno visitato e che era il cimitero cristiano più grande di tutta Roma ancora oggi verso la Via Appia. Questo Callisto poi aveva avuto a che fare con la Sardegna, era stato esule anche lui, poi tornato a Roma era diventato diacono e poi anche Papa un secolo prima del tempo di Eusebio del quale parliamo.

 

 

Questo ricordo di Papa Ponziano è stato fatto anche da Giovanni Paolo II quando venne in Sardegna nel 1985 e da Benedetto XVI. Eusebio dunque conosceva la storia dei martiri che erano di origine sarda e ispirò la sua vita ad un cristianesimo coraggioso che nell’anno 313 ottenne, dall’imperatore Costantino, la libertà di culto, ecco, quindi dopo il terribile Diocleziano cominciò un po’ di pace per la chiesa nei 4 regni dell’impero e soprattutto nella parte ereditata da Costantino che era figlio di Costanzo Cloro (Cloros in greco vuol dire cloro cioè verde, aveva gli occhi verdi) e aveva sposato una tabernaria della Bitinia in Asia Minore (tabernaria significava una signora che dava da bere le bevande ai viandanti nel suo bar) e diventò la madre di Costantino e diventò santa, S. Elena e guidò anche il figlio Costantino non dico ad essere subito santo, perché combinò qualche marachella anche un po’ forte perché giocavano di spada questi antichi guerrieri, ma certamente fu la ispiratrice della conversione di Costantino al cristianesimo con questo segno vincerai, con la croce della battaglia di ponte Milvio. 

In Sardegna come in una parte dell’Oriente Costantino è venerato come santo, S. Costantino, anche se tra le marachelle che combinò ci fu l’uccisione della moglie e di un figlio.

Poi avendo scoperto con la madre la Croce di Cristo vicino al S.Sepolcro di Gerusalemme, avendo dato la libertà religiosa ai cristiani e avendo anche costruito tutte le prime basiliche del mondo cristiano, ecco appunto che Costantino in qualche modo divenne santo, secondo un’usanza, anche un po’ discutibile, perché fu battezzato in punto di morte, divenne santo.

Molti credevano, a quel tempo, soprattutto di questi politici potenti che siccome il battesimo cancella tutti i peccati ricevendolo prima di morire si andava subito in paradiso, poi quando anche noi ci andremo vedremo la verità.

Costantino diede la libertà religiosa con l’editto di Milano del 313; al Vescovo di Roma diede anche il palazzo e tutti i giardini del Laterano dove, infatti, nello stesso anno, 313, si svolse il primo concilio, non concilio ecumenico ma concilio locale, di Roma.

Si preparò così il grande concilio di Nicea che avvenne nel 325. Il primo concilio ecumenico a Nicea che era una delle residenze dell’imperatore Costantino, ancora non era fondata Costantinopoli alla quale Costantino diede il nome.

Nel 325 Costantino imperatore fu il presidente del concilio ecumenico, una cosa che a noi sembra un po’ strana, convocò i Vescovi che erano soprattutto dell’Oriente, ce n’era solo uno dell’Occidente, ma c’erano anche degli ambasciatori del Vescovo di Roma. Il concilio di Nicea è importante per capire la storia di Eusebio perché è la condanna della dottrina ariana cioè della concezione di questo sacerdote di Alessandria chiamato Ario che non credeva alla divinità di Cristo, in parole semplici, non credeva al Credo, non credeva che Cristo fosse il Figlio di Dio mentre il concilio di Nicea con i suoi 300 vescovi decise la dottrina che ancora noi proclamiamo oggi nel Credo che il Figlio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, è generato non creato, perché se fosse creato sarebbe un uomo, sarebbe una creatura, non sarebbe Dio.

Quindi Gesù come verbo di Dio, ecco non nella sua umanità, ma nella sua divinità, è generato dal Padre non creato, della stessa sostanza del Padre cioè è Dio come Padre e la natura è la natura divina mentre c’erano oltre ad Ario alcuni gruppi cristiani che dubitavano o perlomeno pensavano che il Figlio non poteva essere pari al Padre . Si chiamava subordinazionismo questa dottrina in generale, il Figlio è inferiore al Padre mentre invece la vera dottrina che poi noi ancora abbiamo ereditato è che è della stessa sostanza del Padre.

Questa frase che pronunziate in fretta, forse, nel Credo della Domenica, a noi quasi ci sfugge, mise d’accordo i vescovi e i teologi delle diverse opinioni però lasciò il segno perché questa parola non era nella Bibbia nè nel Vangelo.

Il Vangelo non parlava di sostanza, questo è un linguaggio del pensiero della filosofia greca che noi usiamo ancora oggi.

 

 

Adesso anche tutti ripetono la frase “in buona sostanza”. Che cosa vorrà dire? sostanza voleva dire … insomma non è facile tradurla. Comunque il fatto di non aver scelto qualche frase del Vangelo perpetuò anche nei tempi successivi critiche al consiglio di Nicea per aver usato un linguaggio oscillante, un po’ incerto ed è proprio in questa storia dello sviluppo dottrinale che si inserisce la vicenda di Eusebio.

A Roma e anche in tutto l’Occidente dove si parlava latino anche se nei primi tempi la liturgia a Roma era in greco, perché il nuovo testamento era in greco, comunque nell’Occidente erano un po’ indietro rispetto a questo pensiero che si era profondamente sviluppato in Oriente e lo dimostra che al concilio di Nicea c’erano quasi soltanto i vescovi dell’Oriente ed erano convinti, agguerriti nelle loro riflessioni. 

I concili in una frase sintetizzano la verità, ma ci sono decenni e poi anche secoli di riflessione molto profonda.

Gli occidentali e anche a Roma non erano all’altezza ancora di capire le sottigliezze del pensiero dell’Oriente che più tardi fu chiamato addirittura bizantinismo, quasi un sovrappiù, ma in questo caso era essenziale stabilire se il Figlio è della stessa sostanza del Padre.

Più tardi nello stesso secolo, nel 381, il concilio di Costantinopoli riproporrà lo stesso argomento riguardo lo Spirito Santo e si dirà che anche lo Spirito Santo è della stessa sostanza del Padre e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio e adorato e glorificato, ecco quindi, Padre, Figlio e Spirito Santo sono la rivelazione della divinità che però ha 3 personalità, una sola natura e persone distinte.

Questa è una conquista dei cristiani, dei pensatori che scandagliano la scrittura e il Vangelo e poi la espongono nel linguaggio del loro tempo, mentre la verità che Cristo è Dio, in quanto Verbo del Padre naturalmente, e uomo in quanto Figlio di Maria cioè è Dio che si è fatto uomo, che il Figlio di Dio si è fatto uomo, era chiaro già nel Vangelo di Giovanni proprio all’inizio “...il Verbo si fece carne, in principio era il Verbo e il Verbo si fece carne...” La prima riflessione cristiana fu che il Figlio era uguale al Padre, poi che lo stesso Spirito Santo era uguale al Padre e al Figlio.

Nel secolo successivo invece la riflessione si spostò proprio su Gesù Cristo per proclamare che era veramente Dio e veramente uomo, vero Dio e vero uomo ma attorno a questa riflessione c’è come un’ansia, una battaglia quasi, perché molti si domandavano “ma è possibile che sia veramente così?” anche perché nella mente umana rimaneva un mistero ma un mistero rivelato in Cristo. S. Agostino dirà semplicemente, lui che ha scritto una montagna di libri e ha annunziato il Vangelo per decenni, alla fine dirà “...è semplice l’ha detto Gesù...Io e il Padre siamo una cosa sola e vi manderemo lo Spirito Santo”.

C’è tutto nel Vangelo però ci sono voluti secoli di riflessione e ancora oggi possiamo dire che si può approfondire, si può comprendere meglio, si può anche sbagliare qualche volta, per questo il magistero della chiesa deve garantire la verità.

Perché? Nei primi tempi questo è fondamentale, conoscere la verità dalla sua fonte perché la Parola di Dio è affidata alla chiesa, è affidata ai pastori della chiesa perché la verità è guida alla vita.

Questo concetto i cristiani dei primi secoli ce l’avevano molto chiaro mentre noi ancora un po’ oscilliamo ma una è la verità poi nella vita vedremo.

Perché? Perché nei secoli della persecuzione credere che Cristo è Dio significava essere pronti ad andare al martirio. S. Paolo già aveva detto “...Se Cristo non è risorto è vana la nostra fede...”, i martiri dicevano “...Io, se il Signore me lo domanda, sono pronto in un attimo a dare la mia vita, a versare il mio sangue perché so che risorgerò con Cristo perché Cristo è risorto e se Cristo è risorto Cristo è Dio.” Ecco che la dottrina, il cuore dell’annuncio, è fondamento della vita. Risorgerò dice il martire nel mentre subisce il martirio altrimenti non c’è nessuna motivazione ad affrontare la morte.

Addirittura nelle vite di quei martiri gli agiografi, gli scrittori delle loro biografie, dicono che andavano alla morte quasi sorridendo.

Però ci sono anche le descrizioni delle atrocità, delle torture, dei maltrattamenti e poi l’amarezza della morte, però questo sorriso è segno che sono contenti perché si apre a loro la resurrezione e la vita eterna.

Anche Eusebio è pronto a dare la vita però siamo non più nel tempo della persecuzione ma nel tempo della libertà religiosa. Girolamo una volta scrisse “...ora che è venuta la libertà religiosa la persecuzione non è più dai nemici ma è all’interno della chiesa...” e con la libertà la chiesa è diventata più forte nelle strutture, nel potere, ma più debole nella testimonianza.

Noi sappiamo che martirio significa testimonianza ma al tempo della libertà Eusebio, Lucifero di Cagliari, il Vescovo di Roma dicono chiaramente “...La nostra testimonianza è sempre un martirio perché dobbiamo essere pronti sempre a dare la vita...” .

E così avviene che già Costantino, che aveva approvato la verità di Nicea, la divinità di Cristo, poi appoggiò gli ariani, e quando morì Costantino, e morì anche il Papa Silvestro che era quello che aveva vissuto i primi tempi della libertà religiosa, il figlio di Costantino cominciò a perseguitare non la chiesa ma i Vescovi che non la pensavano come diceva lui , come dicevano quelli ariani cioè quelli che non credevano alla divinità di Cristo.

Già Costantino aveva detto “...Anch’io sono vescovo, anch’io sono Apostolo...”, lui si autoproclamava il tredicesimo apostolo e vescovo degli esteri “Episcopos ton etos” cioè quasi rappresentante della chiesa nel mondo; anch’io sono vescovo diceva Costantino e il figlio Costanzo addirittura sponsorizzò il pensiero ariano cioè che Cristo non è veramente Dio, il Figlio non è della stessa sostanza del Padre.

Questo Costanzo era uno dei 3 figli di Costantino che hanno partecipato al funerale del padre e sembrava che si dovessero accordare per condurre insieme l’impero.

Uno si chiamava Costantino II, l’altro si chiamava Costante e l’altro si chiamava Costanzo.

Costantino aveva anche una figlia che si chiamava Costanza, Santa Costanza, le donne più facilmente arrivano alla santità e a Roma c’è il bellissimo mausoleo di Santa Costanza vicino alla chiesa di S. Agnese.

Questi 3 fratelli sembravano concordi: nel giro di poco più di dieci anni Costante ammazzò Costantino II, Costanzo ammazzò Costante o lo fece ammazzare e rimase il solo padrone dell’impero e si appoggiò agli

ariani che erano anche alcuni vescovi che ancora non credevano che Cristo fosse veramente Figlio di Dio.

L’aspetto, diciamo politico della dottrina, è che quelli che non credevano che Cristo è Figlio di Dio avevano meno scrupoli nel farsi proteggere dall’imperatore. L’imperatore alcuni vescovi li chiamava addirittura a corte, dove avevano dei favori e la stessa concezione un po’ eretica portava ad una coscienza un po’ più elastica per cui l’imperatore per la ragion di stato, che in genere prevale sempre, si appoggiava a questi vescovi eretici mentre i vescovi fedeli e il Papa Liberio, dicevano all’imperatore “...se tu ci vuoi imporre una dottrina sbagliata noi siamo pronti a morire, ma non la accoglieremo...”. Eusebio fu ordinato vescovo nel 345 da Papa Giulio che intravide il diffondersi dell’arianesimo nell’Italia Settentrionale.

 

 

Prima era solo nell’Oriente e invece cominciava ad entrare anche in Europa attraverso l’Italia Settentrionale perché c’era una strada importante da Costantinopoli fino alle Gallie che passava attraverso Belgrado press’a poco (Sirmium), poi Aquileia, Milano e poi il Piemonte e la Gallia. L’arianesimo serpeggiava già in Europa, allora il Papa Giulio stabilì di istituire una diocesi in Piemonte, la diocesi di Vercelli.  A parte Aquileia, che era più Oriente che Italia, la cerniera dell’Europa con l’Oriente, (chi non è andato a visitare Aquileia, vicino a Venezia, ci vada di corsa perché  lì ci sono ancora dei resti meravigliosi dei primi secoli), nell’Italia Settentrionale c’era solo la diocesi di Milano, antichissima, i milanesi dicono che era fondata dagli apostoli, ma questo non è ben documentato.

Certamente al tempo di Eusebio Milano era diocesi già da un lungo periodo.

Poco prima erano state fondate altre due diocesi, Verona e Brescia, mentre in tutta la fascia ovest dell’Italia non c’era nessuna diocesi.

La prima che fu istituita fu Vercelli, il che significava che era la diocesi di tutto il Piemonte e andava anche verso la Francia, la Gallia.

Lì fu inviato Eusebio.

Vercelli in quel momento era la cittadina più prestigiosa di tutto il territorio, Torino venne dopo, anche perché c’erano le miniere d’oro cioè lungo i fiumi ancora si trovava l’oro (adesso l’oro di Vercelli è il riso, va in tutto il mondo).

Quindi possiamo dire che il Papa Giulio diede a Eusebio la responsabilità della evangelizzazione di buona parte dell’Italia Settentrionale fino alla Gallia e Eusebio fondò le altre diocesi del Piemonte, (bisogna ricordarlo ai piemontesi): Novara, fu fondata da un sardo, Tortona il cui nome latino era Dertona (e il nome lo tiene ancora la squadra di calcio) fu fondata da un sardo, Ivrea che si chiamava Eporedia in latino, ancora oggi si dice la diocesi eporediense, fu fondata da un sardo, Eusebio, e la stessa diocesi di Torino che nacque circa 50 anni dopo quella di Vercelli, se non fondata direttamente da lui ebbe come primo vescovo uno che era stato sacerdote a Vercelli con S. Eusebio, quindi, diciamo che è il grande evangelizzatore della Italia Settentrionale.

Nell’anno 355, cioè quando Eusebio era vescovo già da dieci anni e si era mosso proprio per la evangelizzazione in tutto il territorio, l’imperatore Costanzo convocò un concilio a Milano pensando di eliminare i vescovi fedeli alla verità di Nicea perché c’erano vescovi che premevano sulla corte e che partecipavano al potere imperiale, erano soprattutto nei balcani e un pò nell’Oriente. Convocato dall’imperatore il concilio a Milano per l’anno 355, il nuovo Papa, che era Liberio che anche lui fu mandato in esilio e morì in esilio, chiese a Eusebio di andare a Milano per difendere la verità, la fede.

Contemporaneamente si offrì di andare a Milano, a questo concilio, Lucifero di Cagliari che scrisse al vescovo di Roma, era un guerriero; di Lucifero noi possediamo 5 opere in latino in difesa della fede, cariche di improperi contro l’imperatore Costanzo.

Quindi Lucifero era uno che difendeva la fede come i crociati, anche lui con la spada della lingua andando forse un po’ al di là, insomma, lui si giustificava dicendo che le parole che usava erano tutte nella Bibbia e le parole  rivolte  all’imperatore erano: “...tu sei un verme, tu sei un serpente, tu sei un cane che torna al suo vomito...” sono frasi bibliche, però, insomma, dette da un vescovo all’imperatore, che teneva lo scettro, erano anche a rischio.

Ma Lucifero disse al Papa “...ci vado io al concilio di Milano a difendere la fede...” e il Papa, forse anche conoscendo il temperamento di Lucifero, scrisse a Eusebio “...vacci tu, affianca Lucifero proprio per difendere con motivazioni razionali la vera fede...”. A Milano in quel tempo era vescovo Dionigi, anche l’attuale arcivescovo di Milano ha preso il nome di questo suo antico predecessore Dionigi.

Al concilio di Milano avvennero dei tumulti da parte di quelli che volevano far prevalere la dottrina eretica, probabilmente Lucifero voleva proprio combattere con asprezza, mentre Eusebio fu molto più diplomatico, molto più misurato e poiché forse era nell’Occidente quello che conosceva meglio la dottrina trinitaria spiazzò tutti all’inizio del concilio dicendo “...prima di iniziare ogni nuova discussione dobbiamo verificare tra i vescovi presenti quelli che aderiscono al Credo di Nicea...” Il Credo di Nicea era stato sottoscritto da Costantino quindi anche Costanzo diceva “...si il Credo di Nicea ci va bene...” anche se poi andavano oltre nella riflessione.

 

 

Questo gesto di Eusebio avrebbe snidato quelli che veramente erano fedeli a quello che la chiesa aveva proclamato per tutta la comunità; allora, come dire, passarono alle mani. Ci furono dei tumulti e l’imperatore, l’inizio del concilio a Milano era avvenuto nella chiesa, lo trasferì nel suo palazzo imperiale e costrinse i presenti a votare un Credo ariano cioè che Cristo non è veramente Figlio di Dio.

Tutti i vescovi firmarono esclusi 3, Lucifero di Cagliari naturalmente, Eusebio di Vercelli e Dionigi vescovo di Milano.

Immediatamente furono spediti in esilio.

L’esilio significava che non sarebbero mai più tornati, l’esilio era a vita, abbiamo sentito del sardo Ponziano che morì in esilio.

Eusebio fu mandato in Palestina in quella città di Scitopoli, che ho già citato, attualmente Beit She’an che il Talmud chiama il paradiso in terra, evidentemente era una delle città, un’oasi di bellezza, anche se vicina ai deserti aridi della Palestina, proprio sulle rive del Giordano, non lontano dal monte Tabor della trasfigurazione, non lontano da Nazaret e dal monte Gelboè dove Saul aveva perduto la battaglia, si era tolto la vita buttandosi sulla spada e il suo corpo, insieme al corpo del figlio Gionata e di altri figli, era stato appeso alle porte della città di Beit She’an. Ecco lì rimase Eusebio, in esilio, per cinque anni, mentre Lucifero di Cagliari fu mandato in Asia Minore nella città di Germanicia, Dionigi, vescovo di Milano, invece, fu mandato in Asia Minore e morì subito di stenti.

Gli unici che sopravvissero sono i sardi, evidentemente pedde mala.

I cinque anni dell’esilio di Eusebio in Palestina, nella città di Scitopoli, sono veramente interessanti perché, pur essendo sorvegliato e rinchiuso non proprio in prigione, ma insomma in una casa dalla quale non poteva allontanarsi, lui riuscì innanzitutto ad accogliere cristiani che andavano a cercarlo, poveri ai quali lui dava dei beni se altri gli avevano fatto la carità.

Poi potè accogliere un’ambasceria che veniva da Vercelli e affidare ad un diacono una lettera che è la cosa più bella che noi possediamo tra gli scritti, che non sono moltissimi, di Eusebio.

Nell’esilio il pensiero di Eusebio era rivolto ai suoi fedeli di Vercelli e del Piemonte e così scrive “...Ero triste e addolorato e in pianto perché da lungo tempo non ricevevo scritti dalla vostra santità...” i cristiani proprio si chiamavano tutti sua santità perché miravano ad essere santi. Ricevette un po’ furtivamente delle lettere dai suoi fedeli attraverso un diacono e un esorcista e risponde dicendo “...tra le righe leggevo i vostri sentimenti e il vostro affetto e allora le mie lacrime si mescolavano alla gioia, mi pareva di conversare con voi e dimenticavo le fatiche passate, mi parve all’improvviso di non essere in esilio ma con voi...”. Siccome in questa ambasceria gli avevano portato dei viveri dice “...ho iniziato a distribuirne ogni giorno a chi pativa la povertà, i poveri si rallegravano dei vostri frutti, davano gloria a Dio, ma il diavolo, al vedere che in queste azioni il nome di Dio veniva benedetto, eccitò contro di me i suoi folli ariani.

Questi mi rapiscono e mi rinchiudono nella sede della loro infedeltà e per quattro giorni venivo custodito e ascoltavo accuse e tentativi di persuasione...” Dinnanzi a questa violenza fisica e psicologica Eusebio che cosa decide? Originale, almeno per quel tempo, lo sciopero della fame! (anche di notte però, non come qualcuno che sembra che faccia lo sciopero della fame di giorno ma di notte no).

E comunicò questa notizia al vescovo, perché era il vescovo di Scitopoli che lo teneva prigioniero per ordine dell’imperatore, vedremo poi che era un vescovo un po’ violento e dice “...io servo di Dio Eusebio con i miei compagni nel servizio che con me soffrono a motivo della fede al carceriere Patrofilo, il vescovo, e ai suoi compagni: Dio sa e anche la città lo sa, e voi, né ora né in seguito, potrete negare con quale violenza e furore, non solo trascinandomi a terra, ma a volte denudandomi, mi avete trasportato in questo luogo di soggiorno, assegnatomi da voi e dalle guardie pubbliche e dal quale non sono mai uscito a motivo di questa vostra violenza, perciò riservo a Dio il giudizio e possa compiersi come egli vorrà, intanto sappiate che ho deciso affinché ne sia chiara la ragione ora e in futuro, che nel luogo dove mi tenete rinchiuso e nel quale dopo il primo trasferimento avete osato rendere ancora più dura la mia reclusione trascinandomi nello stesso modo e gettandomi in una cella, sappiate che non mangerò pane e non berrò acqua se prima ciascuno di voi non avrà solennemente dichiarato, non solo a parole ma anche per iscritto, che non proibirete ai miei fratelli, che volentieri soffrono insieme a me a motivo della fede, di portarmi il vitto necessario dal luogo dove dimorano e che non ostacolerete quelli che si saranno degnati di cercarmi...”. La sua reclusione andava a sprazzi, un pò di allentamento della guardia e un pò di inasprimento, ma la cosa bella è che Eusebio fa della casa del suo esilio una chiesa e la sua detenzione diventa una grande evangelizzazione.

 

Quindi anche raccontando le sue sofferenze dice “...Dio Onnipotente conosce quello che avviene e il suo Unigenito Figlio nato da Lui in modo inenarrabile, che per la nostra salvezza essendo Dio di sempiterna virtù rivestì perfettamente l’uomo, volle patire trionfando sulla morte, risuscitò il terzo giorno, siede alla destra del Padre e verrà a giudicare i vivi e i morti...”, cioè trasforma la sua perorazione in una conferma della dottrina trinitaria che è il fondamento della fede e dell’unità tra i cristiani ed è naturalmente il fondamento del suo coraggio nel martirio. Quindi annunzia Dio Onnipotente, il suo Unigenito Figlio nato da Lui in modo inenarrabile, cioè il mistero della Trinità, essendo Dio di sempiterna virtù, cioè  trasforma proprio in dottrina la sua descrizione della vita nell’esilio. “...Siede alla destra del Padre, verrà a giudicare i vivi e i morti e tutto questo lo fa anche lo Spirito Santo e ne è testimone la chiesa cattolica la quale confessa che io non sarò reo della mia vita, ma lo sarete voi e supplico te, che leggerai questa lettera, per il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, di non sopprimerla, ma di farla leggere ad altri...”  Naturalmente descrive anche la sua situazione “...considerate se non è persecuzione, patiamo queste cose mentre custodiamo la fede cattolica e pensate seriamente che essa sia ben peggiore di quella scatenata dagli idolatri, quelli imprigionavano, ma non proibivano...” si riferisce ad altre persecuzioni in cui i nemici imprigionavano, ma non proibivano che i prigionieri ricevessero visite, mentre questi ariani ci tengono sotto una custodia che impedisce anche l’evangelizzazione.

Poi un po’ si rammarica  dell’ atteggiamento di alcuni vescovi e sacerdoti accondiscendenti all’imperatore “...alcuni di loro temendo di perdere la dignità hanno perduto la fede e non volendo perdere i beni terreni hanno ritenuto cosa nulla i tesori celesti.

Così anche gli altri, i fedeli, sulla loro scia, vedendo i vescovi, temendo di perdere questi beni, cominciarono ad amare quelle cose che non sempre possono avere...” Una evangelizzazione proprio nell’esilio che era una forma di martirio. Conclude questa lettera dicendo “...vi scongiuro di custodire la fede con ogni vigilanza, di conservare la concordia, di attendere alla preghiera, di ricordarci senza interruzione affinché il Signore si degni di liberare la sua chiesa che soffre su tutta la terra e affinché noi, che siamo oppressi, una volta liberati, possiamo gioire con voi.

 

Questo il Signore si degnerà di concedere a voi che glielo domandate per Gesù Cristo Signore nostro che con Lui è benedetto dai secoli e per tutti i secoli...”. Chiude la lettera con un’altra professione di fede nella SS. Trinità, questo innesto bellissimo della descrizione delle sofferenze con la professione della vera fede che è il sostegno della sua testimonianza nell’esilio.

Visto che anche attraverso le sbarre, possiamo dire, il Vangelo annunciato da Eusebio arrivava alla gente e la gente faceva anche delle fiaccolate chiedendo la sua liberazione, i magistrati romani e l’imperatore decisero di trasferirlo da quel luogo dove aveva già fatto troppa evangelizzazione e lo mandarono in una città della Cappadocia dove ugualmente si trattenne poco perché alla fine lo esiliarono nell’alto Egitto, nella Tebaide, a circa 1000 Km dal Cairo, per intenderci sulla geografia di oggi dove era stato S. Antonio, nel deserto, S. Pacomio e i grandi anacoreti dei primi tempi. S. Antonio era morto all’età di 106 anni quando S. Eusebio era vescovo a Vercelli e là misteriosamente fu mandato proprio nel trasferimento dal primo esilio anche Lucifero di Cagliari.

Non sappiamo se si incontrarono in quella zona monastica però è possibile e che abbiano anche incontrato un altro esule, il vescovo di Alessandria, Atanasio. 

Là sarebbero rimasti lì fino alla morte se non che questo imperatore Costanzo, avendo già conquistato tutto il mondo, andò a conquistare chi? Ahmadinejad, diremo oggi, l’Iran, la Persia.

 

Se c’è un popolo e una nazione che nessun altro popolo è riuscito  a dominare  sono proprio i persiani, questo nella storia del passato, vedremo nel futuro. Andando a sconfiggere i Parti, si diceva in quel momento, gli antichi persiani, Costanzo fu ucciso, era ancora molto giovane.

Fu ucciso vicino alla città di Tarso dove era nato S. Paolo e fu eletto imperatore al suo posto un suo cugino che si chiamava Giuliano.

In quel momento lui combatteva in Gallia vicino a Parigi e l’esercito, sapendo la notizia della morte di Costanzo, elesse Giuliano imperatore. Questo Giuliano poco dopo sarà chiamato dai cristiani l’Apostata, Giuliano l’Apostata. Il primo gesto di questo futuro Apostata, che era parente del suo predecessore Costanzo e  anche lui un ministro nella chiesa, era lettore, il suo primo gesto, per fare dispetto al cugino, fu la decisione di liberare tutti i vescovi che il cugino aveva mandato in esilio, per cui all’improvviso, in un attimo, con un decreto Lucifero di Cagliari e Eusebio di Vercelli furono liberi e tornarono in Occidente anche se Lucifero si fermò ad Antiochia e combinò un piccolo pasticcio perché c’erano due fazioni, un prete contro il vescovo di Antiochia e Lucifero ordinò il prete, l’ordinò vescovo, e l’ordinazione era valida ma in quel momento nacque lo scisma di Antiochia, cioè c’erano due vescovi.

Poi Lucifero forse tornò anche in Sardegna, ma si è persa la memoria perché avendo combinato qualche guaio in quel tempo fu un po’, come dire, radiato nella memoria della chiesa. 

Eusebio, invece, tornò a Vercelli e potenziò la sua idea fondamentale, per la prima volta nell’Occidente si praticò la vita comunitaria, lui proponeva anche ai sacerdoti di vivere in comunità come se fossero in un monastero.

Ecco, quindi liberati per intervento della provvidenza da Giuliano,  proprio perché era un po’ acculturato nella teologia e nel cristianesimo egli credette di poter inventare una sua visione, una sua teologia diversa da quella della chiesa ufficiale e per ciò fu chiamato l’Apostata.

Anche lui, poveretto, dopo poco più di un anno che fu imperatore, fu ucciso andando anche lui a combattere contro i persiani. Tornato a Vercelli sappiamo soltanto che Eusebio continuò la sua evangelizzazione, che propose questa esperienza di preghiera e di vita comunitaria anche ai fedeli che erano desiderosi di una spiritualità più intensa oltre che ai suoi stessi sacerdoti.

Soltanto pochi anni dopo nacque il monachesimo in Occidente con S. Martino di Tours e più tardi ancora anche in Africa con S. Agostino, ma Eusebio è il primo in tutto l’Occidente ad avere costituito delle comunità monastiche invitando anche i presbiteri a farne parte, per questo è ricordato come molto importante nella storia. Non sappiamo in quale momento sia morto e non abbiamo molte notizie sul tempo del suo ritorno a Vercelli, conosciamo i nomi dei suoi successori, il primo era un greco chiamato Limenio dopo la morte del quale la città di Vercelli non riusciva ad esprimere il nuovo vescovo perché a quei tempi il vescovo spesso veniva acclamato dalla folla come avvenne poi a S. Ambrogio a Milano.

E’ preziosissima una lettera proprio di S. Ambrogio che mostra che quando lui divenne vescovo il suo modello di servizio episcopale era la figura di Eusebio.

Una lettera bellissima, io lascio adesso un altro scritto che raccoglie queste lettere in cui S. Ambrogio raccomandando ai cristiani di Vercelli di sbrigarsi a scegliere un vescovo perché è la garanzia dell’unità della chiesa. S. Ambrogio riconosce che il suo esemplare dell’episcopato è proprio S. Eusebio che lui descrive dicendo “... Eusebio era degno di essere visto dagli angeli quando lottava per giungere al Regno di Cristo, quando gareggiava per attuare in terra la vita angelica, per respingere in cielo la malvagità dei demoni, egli lottava contro gli spiriti del male, in una parola Eusebio era certamente degno di essere visto dagli angeli e giustamente il mondo lo guardava per imitarlo...”. Questo è il giudizio di S. Ambrogio di Milano su S. Eusebio suo maestro e modello di vescovo.

 

A voi grazie, grazie soprattutto a Don Giuseppe che ha ricordato i tempi giovanili suoi e miei quando frequentava l’università e primeggiava nella lingua e nella letteratura latina nella quale certamente c’erano anche gli autori cristiani del tempo dei martiri.

 

 

 

 

 

DON GIUSEPPE:

Ogni mio commento alla sua conferenza è superfluo. Posso solo ringraziarla, grazie a lei eccellenza e grazie e voi che avete partecipato.

Come al solito dico che quelli che non ci sono non sanno quel che si sono perso.

Io quando si parla di storia pendo dalle labbra di chi parla, specie quando ne ho stima come esperto, quindi ho ammirato in sua Eccellenza lo storico, ho ammirato naturalmente il teologo quando ci ha espresso la dottrina trinitaria, che non è così semplice da esporre.

 

 

 

Ma, se permette, una frase che mi ha colpito e sulla quale dovrò riflettere parecchio, credo, prima di tutto le chiedo se ho interpretato bene il suo pensiero quando ci ha fatto notare come la chiesa più cresce in potere e meno cresce la testimonianza. (S. Girolamo, aggiunge sua Eccellenza).

A me ha colpito molto stasera, le assicuro che ne farò tesoro. Naturalmente sono ben felice del suo intervento, la ringraziamo e ringrazio voi altri di essere stati qui.

 
 

 

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